Israele e Emirati Arabi si alleano…l’opinione di Rita Faletti

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Eric Clapton

Dopo il primo significativo e criticatissimo passo compiuto da Trump nel 2017, quando il presidente degli Stati Uniti trasferì l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme con l’implicito riconoscimento della città come capitale di Israele, un paio di giorni fa è stato lo stesso presidente ad annunciare un evento di importanza storica rilevante: l’alleanza tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Nel  1979 l’Egitto, nel 1994 la Giordania, nel 2020 anche la federazione di Emirati cha affaccia sul Golfo Persico e ha per capitale Abu Dhabi, riconosce  lo Stato di Israele. Sorprende, l’evento, in quanto le due nazioni, non essendo confinanti, non avrebbero l’esigenza di coltivare relazioni di buon vicinato come invece è il caso di Israele, Egitto e Giordania. In realtà, la notizia, seguita da un tweet di Benjamin Netanyhau  che definisce l’alleanza “una svolta storica”, era  nell’ordine delle cose, il punto di arrivo di un percorso iniziato da tempo in sordina e nato da un programma di cooperazione nella tecnologia bellica e nell’intelligence.  Alla base del rapporto di collaborazione, un nemico comune: l’Iran e i suoi tentacoli su Siria, Iraq e Yemen, oltre che sul Libano attraverso Hezbollah. Recentemente, si è aggiunto un ulteriore motivo che consolida l’impegno di Israele ed Emirati a remare nella medesima direzione:  il contenimento della Turchia che mira ad espandersi  nel Mediterraneo orientale, preoccupando Israele, e in Libia, preoccupando gli Emirati. Il negoziato  cui sono giunti  Netanyhau e l’emiro Mohammed bin Zayed, del quale si fa sempre più fondata la convinzione secondo cui il capo di fatto degli Emirati sarà il leader più influente del mondo arabo,  è stato preceduto da incontri avvenuti  lontano dai riflettori e conclusisi con l’impegno da parte del premier israeliano di sospendere  l’annessione di alcuni territori palestinesi. Se infatti, di fronte alla decisione di Trump di spostare la capitale di Israele a Gerusalemme, gli Emirati Arabi Uniti, come altri stati arabi e a differenza dei paesi europei, non hanno fatto una piega, gli stessi avevano minacciato dure reazioni nell’eventualità che Israele  procedesse all’annessione. Ora il problema non esiste più. Ma quale sarà la risposta di un certo settore del mondo arabo all’alleanza degli Emirati con il “sionismo”? La cosa sarà giudicata un tradimento e scatenerà  lo sdegno da parte dei nemici tradizionali di Israele.  Primi fra tutti i palestinesi, i loro sostenitori arabi e quegli europei che non opteranno per il silenzio, e, va da sé, i gruppi estremisti che ce l’hanno fissa con l’eliminazione dei potenti, tra cui anche Mohammed bin Zayed, che sia o no alleato di Israele. Il logoro pregiudizio che identifica i potenti  con i corrotti, trasgressori delle leggi di Dio. Evidentemente gli Emirati non temono contraccolpi, avendo dalla loro l’Arabia Saudita che potrebbe anzi seguirli nel processo di normalizzazione nei rapporti con Israele. Poi ci sono gli Stati Uniti, antico alleato degli Emirati Arabi il cui ascendente sul presidente americano  ha fatto sì che Trump mollasse Al Serraj per sostenere Haftar  in Libia. L’amicizia di vecchia data con gli Stati Uniti  si era incrinata quando Obama decise di appoggiare le primavere arabe e soprattutto quando fu inequivocabile  che l’ex presidente americano stesse negoziando un accordo con l’Iran. Trump ha  rinsaldato  l’amicizia con gli Emirati e ristabilito il rapporto di fiducia reciproca con Israele. Oggi, gli Emirati, una distesa uniforme di sabbia puntinata da oasi e percorsa da nomadi, che tuttora  ne costituiscono una parte non minoritaria della popolazione, offrono al visitatore la vista di moderni quartieri direzionali e residenziali con giardini artificiali, grattacieli incredibili  ed eleganti shopping mall.  La prova tangibile che la ricchezza enorme proveniente dai giacimenti di petrolio e gas naturale è stata investita in programmi di sviluppo industriale, in infrastrutture, in tecnologia, nella produzione di beni di consumo,  nel turismo di lusso (là il turista è sacro e trattato con i guanti) e nel settore immobiliare aperto anche a capitali stranieri. Questo ha generato ricadute benefiche nel miglioramento progressivo delle condizioni di vita della nazione, con la prospettiva, non si sa quanto remota, che il petrolio un giorno finisca. All’alleanza tra Emirati Arabi e Israele si deve guardare con senso della realtà, liberi da insensati  ideologismi, vedendo in essa un chiaro patto a sfondo geopolitico e la premessa per un futuro di sperimentazione innovazione e ricerca a vantaggio della sicurezza e della stabilità economica di entrambi i paesi. Forse Israele ha girato definitivamente le spalle all’Europa, da cui ha ricevuto solo critiche vili e accuse di parte, per rivolgersi a una parte del mondo arabo refrattario agli ideologismi e deciso a costruire gli anni a venire con pragmatismo. E’ una conferma che quando gli obiettivi coincidono, le alleanze funzionano.

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