Hotspot di Pozzallo, sulla carta…di Michele Giardina

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Hotspot di Pozzallo. Centro di primo soccorso e accoglienza provvisoria. Così sulla carta. Di fatto la struttura ricettiva è stata utilizzata per tutte le destinazioni dettate dall’emergenza. Che, da queste parti, non è roba “una tantum”  ma di tutti i giorni. Viene da ridere quando ancora oggi si continua a fare di tutto e di più per spacciare l’Hotspot della città marinara come “modello da imitare”. In Italia. In Europa. Nel mondo. E, perché no, anche nello spazio.

Certe mistificazioni sono da vergogna perenne. A parte la violazione continua e sistematica di tutte le norme vigenti in fatto di sicurezza, c’è veramente da chiedersi come, a nome dell’interesse di Stato, sia stato possibile in tutti questi anni fare carta straccia di leggi, regolamenti e convenzioni. La struttura è agibile per 180 persone. Massimo 200. Nel corso degli anni, in numerosissime occasioni,  ve ne sono state sistemate 500, 600, 700. In aperta violazione della convenzione formalizzata tra il Comune di Pozzallo e la Prefettura. Se il titolare di un albergo accoglie una sola persona in più rispetto all’autorizzazione ottenuta, la Questura gli chiude l’attività. Avessero le forze dell’ordine usato lo stesso criterio per il Centro Hotsdpot di Pozzallo,  i responsabili della gestione, i firmatari della convenzione e i vari direttori avrebbero rimediato autotreni di denunce e processi. Altro che onori e titoli in Tv e sulle prime pagine dei giornali.

A fine dicembre 2015 l’associazione Medici Senza Frontiere trasmette alla Commissione del Senato a Roma, che vigila sulle strutture di accoglienza, una relazione-denuncia negativa sull’Hotspot di Pozzallo, chiedendone l’immediata chiusura. Quindi, per protesta, abbandona il Centro ed anche le altre strutture di accoglienza della provincia. Modello da imitare? Una fandonia, uno slogan inventato ad arte per nascondere magagne, gestioni fasulle, mancato rispetto di precise norme di legge. Non a caso pende ancora oggi un processo nei confronti di sei dipendenti del Comune di Pozzallo rinviati a giudizio con l’accusa di concorso in truffa e frode nelle pubbliche forniture con riferimento alla gestione del Centro per gli anni 2013 e 2014.

Rispetto delle regole? Quando si tratta di problemi legati alla immigrazione non c’è verso. Centro di primo soccorso? Ma quando mai. I migranti che arrivano via mare dovrebbero essere identificati e trasferiti altrove dopo una sosta di due, tre giorni; invece l’”ospitalità” spesso si prolunga per parecchie settimane. Per non dire che, in piena pandemia, alcuni gruppi di migranti sbarcati a Lampedusa, dopo una breve sosta a Porto Empedocle, sono stati trasferiti nei locali del Centro di Pozzallo incredibilmente utilizzati anche per la quarantena.

Quando nei giorni scorsi la nave Ocean Viking si è fermata al largo della città marinara, in molti hanno pensato che le 180 persone a bordo sarebbero state accolte nei locali del Centro. Questa volta però è andata diversamente. “Qui non si sbarca se prima non vengono effettuati i controlli a bordo e non viene scelto il posto per la quarantena”. Questa la determinazione, chiara, responsabile e molto apprezzata, assunta dal direttore generale dell’Asp di Ragusa, arch. Angelo Aliquò.

In una lettera aperta il direttore precisa inoltre:“Ha ragione l’assessore regionale alla Sanità Razza quando scrive che qualcuno a Roma dovrebbe iniziare a chiedersi perché in Sicilia l’USMAF non ha personale per adempiere ai suoi compiti istituzionali”.

Da Pozzallo, dopo i tamponi effettuati a bordo, l’Ocean Viking si è spostata a Porto Empedocle. I migranti sono stati successivamente trasbordati per la quarantena a bordo di una nave messa a disposizione dal Ministero dell’Interno.

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