Giampaolo Pansa: scoprire verità nascoste..l’opinione R. Faletti

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Tra due ali di popolazione festante, i soldati americani su autoblindo, camionette e tank sfilano lungo le strade del paese e lanciano barrette di cioccolata e sigarette. The end. Il film su una guerra che doveva durare tre mesi e concludersi con la conquista dell’orbe terracqueo da parte di Hitler, durata invece sei tragici anni con milioni di morti tra militari e civili e intere città devastate, si conclude con quelle due paroline. Ma solo nel film. In Italia è continuata come guerra fratricida, la guerra civile combattuta tra il ’43 e il ’45 con strascichi drammatici e peggiore di quella contro il nazifascismo, perché carica di odio, desiderio di vendetta e inesauribile sete di sangue. Una guerra tra gli ultimi fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani comunisti che volevano, con ogni mezzo, instaurare nel paese una dittatura di stampo sovietico. Rappresaglie e massacri fuori controllo, vendette personali e vili opportunismi e quella linea che divideva i buoni dai cattivi. Buoni i vincitori, cattivi i vinti. La verità, più complessa di come viene spesso rappresentata, sarebbe rimasta sepolta sotto la pubblicistica rossa se la voce di un giornalista dal coraggio quasi sfrontato non avesse sollevato la coltre di silenzio imposta su quel terribile periodo, come palate di terra sui cadaveri di uomini, donne e bambini, soppressi senza un processo, senza alcuna verifica sulle responsabilità individuali, colpevoli solo di aver avuto un parente, un amico, un conoscente, un vicino di casa che aveva militato nelle camicie nere. “Uccidere un fascista non è reato”, il motto delle Brigate rosse, mutuato dai partigiani comunisti che avevano imparato da Stalin che per eliminare il problema bastava eliminare l’uomo. Intere famiglie distrutte nei modi più feroci da criminali rimasti impuniti, alcuni fatti scappare all’estero, altri liberi di muoversi nel paese. E l’ambiguità del Pci di Togliatti sui 40 giorni dell’occupazione partigiana iugoslava nel ’45, che fu la strage degli italiani di Gorizia, presi dai titini, trucidati e gettati nelle foibe, da morti e da vivi. Scopriamo molto, e con raccapriccio, del mattatoio del primo dopoguerra, su cui i libri di storia sorvolano e che per diversi anni diretti interessati e testimoni oculari hanno temuto di rivelare per paura di ritorsioni, leggendo i libri di Giampaolo Pansa. L’autore più contestato, criticato e attaccato da sinistra, il quale, con l’onestà e lo spirito indipendente di uomo libero, ha aperto uno squarcio su un capitolo cupo della storia italiana negato da molti “compagni”. Mi è parso doveroso ricordare il giornalista e scrittore, a un mese dalla morte domani, in un paese dove la faziosità e la falsità sono purtroppo diffusi e chissà per quanto ancora, come le frasi seguenti dimostrano in modo inequivocabile nel Giorno del ricordo delle foibe. Il vignettista Vauro: “Il Giorno del Ricordo è un trucido strumento di propaganda”; Serracchiani, Pd: “La Foiba di Basovizza ormai è palcoscenico della destra sovranista”; l’Anpi di Lecce: “Una studentessa istriana uccisa nel 1943 è una presunta vittima”. Vivissimi complimenti ai veri democratici della sinistra!

2 Commenti

  1. Un pauso a Mattarella il primo presidente della Repubblica ad aver parlato di pulizia etnica effettuata dai titini a Basovizza e dintorni.

  2. E’ una delle poche volte che concordo con l’analisi di Rita Faletti: lucida ed obiettiva. Insieme a mia moglie, agli inizi degli anni ’80, abbiamo deciso di visitare i paesi dell’est, per verificare di persona ciò che a malapena trapelava dalla famigerata “Cortina di ferro”. Germania Est con Berlino Est, Romania, Bulgaria, Polonia. Ovunque un regime di terrore, fame e file interminabili per un tozzo di pane, regime di polizia asfissiante. Abbiamo rischiato più volte l’arresto per banalità che in un paese democratico nemmeno ci si pensa: comunicare i trasferimenti, non fotografare, acquistare la benzina con i vouchers, ecc. ecc. Siamo scappati via per evitare che ci finisse male. Abbiamo capito cos’è un regime, un mese durante il quale i visi e gli occhi della gente trasparivano il senso dell’oppressione: abbiamo visto cos’è l’inferno.

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