Tempo di Open Day: La cultura classica nel nostro tempo

Il 17 gennaio scorso si è celebrata in Italia “La Notte Nazionale dei Licei Classici”, una manifestazione promossa dalla rete scolastica dei Licei Classici italiani, nata da un’idea del professore Rocco Schembra del Liceo “Gulli e Pennisi” di Acireale, con lo scopo di rilanciare l’attualità dell’antico e degli studi classici grazie al coinvolgimento di circa 400 licei su scala nazionale, promuovendo il valore della cultura classico-umanistica nel nostro tempo. E questa iniziativa cade, ogni anno, nel periodo in cui le scuole sono impegnate nell’orientamento e in Italia si apre il via ufficiale all’iscrizione degli studenti nei vari ordini e gradi scolastici.

La scelta del Liceo classico nel nostro tempo

Le domande che spesso sorgono nelle famiglie e negli studenti sono le seguenti: ha ancora senso scriversi al Liceo classico? Il Liceo classico è ancora attuale? Che ruolo gioca la cultura classico-umanistica nella formazione delle generazioni di oggi e in prospettiva di un futuro lavorativo?
Sono domande importanti alle quali cercheremo di dare delle risposte, così da attenuare quella precomprensione esistente verso il Liceo classico e consolidatasi nell’ idea che tale indirizzo non serva e che non sia più necessario per conoscere la realtà e il mondo: ciò che serve – si afferma – a far progredire la società sarebbe la scienza, la tecnica, l’informatica, l’economia, non l’umanesimo, che ha detto tutto e che oggi non avrebbe più nulla da dire.
E’ comunque vero che, nonostante la precomprensione evidenziata, il Liceo classico continua a suscitare un fascino particolare in tutte quelle persone che lo hanno frequentato e che lo ricordano come scuola di grande livello culturale. Anche chi scrive ha frequentato studi classici e resta fermamente convinto che nell’attuale civiltà consumistica, nella società dell’uomo oeconomicus, dell’homo faber, dell’homo ludens, scegliere un indirizzo di studi classici significa avere la possibilità di avviarsi verso qualsiasi percorso universitario, con la possibilità di avere spirito critico, ampia apertura mentale e sensibilità estetica e scientifica. La vera questione che oggi dovrebbe essere posta al centro degli studi classici, è la didattica delle lingue classiche, atteso che è diffusa l’idea che per i giovani è più importante lo studio di lingue moderne, che possono spendersi nella vita, piuttosto che passare il tempo a fare versioni di latino e greco senza alcuna possibilità di parlare nessuna di queste due lingue definite “morte”.

L’importanza delle lingue classiche

Quale didattica delle lingue classiche è, allora, la domanda centrale! Credo che ritenere utili le lingue moderne e superate quelle classiche sia una aporia da evitare. Se questo accade, è perché si confondono il latino e il greco con la grammatica; gli alunni che si iscrivono al Liceo classico, non sono infatti più posti, come accadeva negli anni ’60-70, di fronte ad un astratto grammaticalismo, ma di fronte a due discipline ove è possibile entrare nella costruzione di pensieri, racconti, notizie storiche, insomma di fronte a dimensioni della vita che ancora oggi hanno un rilevante valore di senso.
“Il latino, diceva Germano Proverbio, docente di Didattica delle lingue classiche nell’Università salesiana di Roma e nell’Università di Torino, non è la grammatica, con tutte quelle pagine di paradigmi e di regole con le relative eccezioni e le eccezioni delle eccezioni. Allora bisogna studiare meno grammatica e più latino, che è quanto dire: invece di sudare sulle regole, mettiamoci a leggere il latino, quello vero, che hanno scritto i Romani in Roma antica. Lì troveremo tutte le regole che vogliamo, praticate e rispettate a dovere(…)E poi troveremo quello che nelle grammatiche non c’è affatto: un pensiero, un racconto, un episodio, una notizia storica, un po’ di vita insomma…”(cfr. vitulus.altervista.org/serve-latino/.)
Se il Latino e il Greco diventano insegnamenti sclerotizzati della loro “ratio studiorium”, allora si fa davvero un vero torto a queste discipline, che vengono, così, pensate dagli studenti e dalle loro famiglie come non necessarie; se invece vengono inquadrate all’interno di un dibattito sul senso e sul ruolo che ha l’antica classicità nella civiltà moderna e contemporanea e su qual è la pertinenza e l’efficacia che hanno nel mondo di oggi, il discorso diventa molto diverso, più interessante e coinvolgente sul piano della formazione degli studenti.
Il concetto di “classico”, insomma, non va oggi letto in termini di mero valore paradigmatico o di elitarismo, di indirizzo per anime elette, né collocato in un quadro di conservazione di un passato ormai inutile; piuttosto occorre parlare di “vicinanza” – direbbe Italo Lana – del classico a noi, come affine ai problemi dell’esistenza, fossero essi politici, sociali, morali o religiosi.
Il Latino e il Greco non sono dunque da indentificare con la grammatica, né con il concetto di regole e di traduzione, né si studiano per essere parlate come l’inglese, il francese o lo spagnolo; non bisogna cercare in queste discipline un’utilità pratica e immediata, ma la“weltanschauung”, cioè la visione del mondo e dell’uomo che sin dall’antichità esse hanno offerto e continuano ad offrire sul piano dell’antropologia, del diritto, dell’economia, della storia antica, dell’archeologia, della storia dell’arte, della religione e della filosofia antica.

Il valore della cultura classica nel tempo della tecnica

Se si parte dall’idea che una disciplina vale solo se immediatamente verificabile in un situazione di concretezza sul piano della realtà sensibile e lavorativa, credo che si possa abolire anche la scuola. La cultura classica è molto necessaria nel mondo relativistico e globalizzato in cui viviamo, perché quando si leggono i classici, quando ci si addentra nel patrimonio culturale del mondo greco-latino o in grandi opere antiche, come l’Eneide, l’Iliade e l’Odissea, si trovano delle conoscenze, si trovano delle cose profonde e non banali che fanno crescere, che riescono a suscitare delle domande e ad offrire degli stimoli che ci permettono di capire meglio anche il mondo in cui viviamo.
Sarebbe sciocco difendere la cultura classico-umanistica per finalità conservative o nostalgiche, al contrario, essa è un’ urgente esigenza del nostro tempo perché le nuove tecnologie, i social media e il web, gli aspetti scientifici e tecnologici della società di oggi, sicuramente ricchi di valorialità e positività, stanno rischiando di far scivolare la scuola in una sorta di scientismo fine a se stesso, con il conseguente rischio di costruire tecnici robotizzati anziché persone e uomini capaci di senso critico e di riferirsi a significati e orizzonti umani e trascendenti più ricchi e consapevoli.
Scegliere il Liceo classico non significa scegliere un insegnamento scolastico attento solo al passato, ma credere che l’attualità non è facilmente comprensibile senza un riferimento alle sue radici e alle sue ragioni storiche. Questo, del resto, nei licei classici, vale anche per lo studio delle discipline scientifiche, come la fisica ad esempio. A che servirebbe lo studio della “Teoria della relatività speciale” di Einstein, che ha operato una svolta determinante nella Fisica, se gli studenti non capissero in che modo le teorie einsteiniane influiscano straordinariamente nella quotidianità dell’uomo del nostro tempo, specie quando questi si trova ad usare Dvd o CD, a fotocopiare documenti o a fare fotografie con una camera digitale, o a misurare il tempo con elevata precisione, nonché ad attraversare una porta che si apre automaticamente. La fisica, con gli studi di Einstein, non è dunque un semplice patrimonio scientifico del passato da conoscere, ma una disciplina con una “vicinanza” straordinaria nel quotidiano dell’uomo, grazie al suo avanzamento tecnologico e al suo sviluppo applicativo di notevole consistenza, che, pertanto, non possono passare inosservati nella formazione degli studenti.
Allo stesso modo, servirebbe a poco studiare le lingue classiche in termini di sole regole e di applicazione di esse, senza far comprendere che esse costituiscono in sé un valore basilare nella formazione di uomini e cittadini in quanto offrono a tutt’oggi la possibilità di avere accesso immediato alla bellezza nelle sue varie forme espressive rispetto all’urto caotico dell’innovazione tecnologica. La tecnologia, il web, i social, che tanto spazio hanno nella scuola e che puntano sull’efficienza, la velocità, la sintesi e il copia e incolla, non possono soppiantare la bellezza del pensiero, che è analisi, senso critico, lingua, linguaggio, parola, umanità, simpatia e compassione, spiritualità e trascendenza, libertà e sentimento, tutti elementi che muovono le scelte etiche di un popolo. E se, in questi ultimi anni, la scuola non è riuscita a far passare questo messaggio e a dare la chiave giusta agli studenti per accedere a questa esperienza di bellezza, non è una buona ragione per metterne in discussione l’esistenza e il valore.
La scelta degli studi classici, dunque, con la loro dimensione valoriale costituisce sicuramente una possibilità di grande respiro formativo in un tempo come quello di oggi, fortemente esposto al rischio di una tecnocrazia che ama guidare molti consumatori e pochi cittadini. E la società di oggi ha bisogno non di tecnici, ma di persone pensanti formati alla bellezza dell’umanesimo per usare la tecnica e metterla a servizio dell’uomo.

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