Ricordando Leonardo Sciascia a 30 anni dalla morte…di Domenico Pisana

Il 20 novembre 1989 moriva Leonardo Sciascia, il quale è stato, sicuramente, un intellettuale fuori dal coro e dalla “parola eretica”, che ha scritto le sue opere con il convincimento di suscitare problematiche, di dare quasi fastidio, atteso che nelle sue narrazioni egli è andato sempre oltre la retorica culturale e politica, al fine di fare emergere ad ogni costo la verità, seppur scomoda.
L’attualità del suo pensiero su giustizia, libertà, mafia e sulla società in generale ci dicono che è necessario tornare a riflettere sulla sua opera, come necessario è tornare a leggere i suoi romanzi, per riscoprire la sua genialità e considerato che negli ultimi anni è stato relegato nell’ombra del mondo letterario.

1.Il rapporto tra sospetto e verità nella narrazione di Sciascia

Certamente Sciascia è stato nella sua esistenza di uomo e di scrittore un “cercatore di verità”, una verità non dogmatica ma con una visione laica, tant’è che non esitò a mettersi in una linea di contestazione con un santone del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, Direttore de “La Repubblica”, coniando quella frase “nessuno è al di sopra di ogni sospetto”. Sciascia è stato – dicevamo – un cercatore di verità, ma in questa ricerca “ha contraddetto e si è contraddetto”.
Credo che questa dinamica risenta del background filosofico di Sciascia, che affonda le radici nel pensiero dei cosiddetti “Maestri del sospetto”, Karl Marx , Friedrich Nietzsche, Sigmund Freud (L’espressione è di Paul Ricoeur) e, in particolare, Nietzsche. Questi autori hanno infatti “sospettato” che, dietro ai fenomeni culturali e alle norme e idee morali, si nascondono meccanismi di altra natura, motivi diversi da quelli dichiarati, cioè interessi economici, desideri o pulsioni istintive. Dentro questo orizzonte filosofico, Sciascia progressivamente matura l’idea che la coscienza che l’uomo ha di se stesso non è in grado di cogliere la verità, che non vi è coincidenza immediata tra apparenza e struttura profonda della realtà, e che dunque occorre una «decifrazione» di tale coscienza.
Per Sciascia la contraddizione appartiene all’ontologia dell’uomo, ragion per cui facendo propria la lezione di Nietzsche, egli nelle sue opere giunge quasi sempre alla conclusione che non si può pensare la verità come descrizione oggettiva (assoluta) delle cose; la verità, così, diventa un concetto limite, continua tensione, sforzo incessante che rincorre il fluire costante della vita.
Il “sospetto” per lo scrittore di Racalmuto appare dunque una necessità legittima, e dentro i meandri del sospetto appare naturale anche la contraddizione, perché la verità non esiste di per sé e non è qualcosa di rigido, determinato, intoccabile, inviolabile; la verità è ogni verità.
Sciascia come Nietzsche attua così un’opera di ‘relativizzazione’ della verità assoluta. Il “sospetto” e il “dubbio” che caratterizzano la vita dell’uomo non possono allora, secondo Sciascia, che aprire la strada alla contraddizione e alla conseguente disintegrazione del concetto di “verità oggettiva”. Si arriva così ad una logica del valore falsa, ma allo stesso tempo necessaria: rinunciare ai giudizi falsi sarebbe un rinunciare alla vita, una negazione della vita: il centro unitario della vita è una finzione che deve essere sempre attiva, per questo deve continuamente a interpretare (e quindi falsificare).
Sciascia ha cercato la verità anche da scrittore, sia trasponendola nella diversa verità della letteratura sia cercandola con gli strumenti stessi e con la specificità della letteratura.
Egli diceva: «sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è».

2.Perplessità sulla cultura del sospetto nella visione sciasciana

La nostra società è oggi investita a tutti i livelli della questione morale. Trasparenza è una parola che si usa frequente nella vita amministrativa , sociale e politica, tant’è che esiste anche una legge sulla trasparenza; la gente spesso la invoca, perché esige che l’agire, in tutte le articolazioni della società, sia senza sotterfugi, sottintesi che manifestino intenzioni disoneste. C’è sempre, nella politica in particolare, una domanda di verità e di trasparenza legata ad una società complessa nella quale convivono sistemi operativi e amministrativi farraginosi e con un proprio codice linguistico, tali da non consentire al cittadino di vederci chiaro e di comprendere subito. Se è vero però, da una parte, che c’è questa istanza di verità e trasparenza che induce a sospettare di tutto, è pur vero, dall’altra, che una società non può vivere né alimentare il sospetto generalizzato, leggendo dietro le parole di un amministratore o di un politico o di chiunque sempre intenzioni perverse e voglia di nascondere chissà che cosa. Una società non può fondarsi sul sospetto; deve essere attenta, vigilante, cauta, prudente , deve poter giudicare e verificare tutto con attenzione, ma se manca quel minimo di fiducia e si sospetta, per principio, di tutto e di tutti, si finisce per instaurare rapporti sociali logoranti e in continua tensione.

Conclusioni

Spiace constatare come oggi mentre si celebra la “retorica del ricordo” di Sciascia sui Media nazionali ( “Repubblica” gli dedica anche un inserto) nessuna dica che al Ministero dell’Istruzione e della ricerca sembrano per nulla interessati a far conoscere ai liceali italiani i poeti e gli scrittori del Sud: Sciascia, Elio Vittorini, il premio Nobel Salvatore Quasimodo, Gesualdo Bufalino e altri ancora che continuano a restare fuori dai programmi di studio dei liceali.
A denunciare la questione letteraria negli anni scorsi era stata l’on. Maria Marzana, deputata 5 stelle del Sud Est , che con una risoluzione chiedeva di riportare sui banchi di scuola gli autori meridionali del ‘900, esclusi nel 2010 dalle Indicazioni Ministeriali. Ma nessuna ordinanza è riuscita, ad oggi, o modificare quella direttiva.
Credo che escludere un Leonardo Sciascia dalle Indicazioni ministeriali e dalla Letteratura italiana costituisca davvero un impoverimento per il nostro sistema scolastico e per i nostri studenti.

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