Olocausto: a difesa dei vivi…………….l’opinione di Rita Faletti

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La settimana della Memoria è un encomiabile tentativo di mantenere vivo il ricordo della tragedia più turpe che ha scosso l’Europa del Novecento. Per i giovani studenti, i libri di storia, per tutti, i film, i documentari, le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, sono un materiale prezioso di fronte al quale la coscienza non può non avere sussulti di sdegno e di vergogna per le oscenità di cui si è dimostrato capace il genere umano. Tuttavia, l’orrore dell’Olocausto non può essere compreso in tutta la sua enormità senza l’esperienza di una visita, o meglio, un pellegrinaggio nei luoghi della sofferenza, fisica e morale, e della malvagità: i campi di sterminio. Disseminati soprattutto in centro Europa, sono la prova indiscussa di una verità raccapricciante: la volontà criminale di un regime di sterminare con lucidità sistematica un popolo. La “soluzione finale”, due parole impossibili da cancellare dalla mente mentre osservi i volti sulle pareti, centinaia di migliaia di volti di donne, uomini, giovani e adolescenti, alcuni sorridenti altri seri, mentre, con il groppo in gola, montagne di indumenti, di calzature di adulti e minute scarpine di bambini, occhiali, cataste di valigie con le iniziali dei proprietari, bastoni e protesi strappate agli invalidi, sfilano davanti ai tuoi occhi. Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Dachau, Treblinka…fabbriche di morte. Fanatismo? Follia? Odio ideologico e politico? Ognuno e tutti. E indifferenza. Indifferenza di chi sapeva e fingeva di non sapere, indifferenza di chi temeva per sé, indifferenza di chi sapeva e approvava. Arrivi alla convinzione che qualunque bassezza possa trovare spazio tra le azioni umane. Chi è stato discriminato, braccato, spogliato di ciò che aveva, caricato su carri bestiame, torturato e ammazzato pur nella consapevolezza della propria innocenza, va ricordato e compianto. Ma i morti sono morti ed è fin troppo facile piangerli. Non costa niente e ci si illude di mettersi in pace con la coscienza universale che predica la compassione e la solidarietà. Ma ben più importanti sono i vivi, non soltanto coloro che sono scampati allo scempio, ma i loro figli, se ne hanno avuti, e i figli dei loro figli e i figli dei loro nipoti, le generazioni di ebrei che continuano ad essere vittime di pregiudizi scandalosi, di infami luoghi comuni, di varie teorie complottiste con cui si riempiono la bocca ignoranti politicanti che non conoscono la Storia o la distorcono a loro uso e consumo, demagoghi di nessuno spessore culturale e nessuna sensibilità, intruppati cacasotto che sui social fanno a gara nello sfogare la loro rabbia per dimenticare la loro mediocrità, miseri tentativi di esserci e di parlare a vanvera dietro l’imboccata di chi avvelena l’aria sperando di accaparrarsi un sicuro posto al sole. L’antisemitismo da squadrismo digitale è figlio dell’ignoranza e tragica conseguenza di una democrazia governata a misura di creduloni. Non dimenticare le sofferenze di un popolo che nei secoli ha conosciuto più nemici e oppositori che amici e sostenitori è sacrosanto. Ma chiediamoci perché tanto accanimento. La vecchia retorica dei territori occupati e dei poveri palestinesi, terroristi, molti, fin dalla nascita, vittime delle incursioni militari israeliane, che l’Onu definisce crimini, ha stufato. La verità sta da un’altra parte. Dei palestinesi non importa niente a nessuno, tanto meno ai paesi arabi. Chi non ha dichiarato guerra a nessuno ed è oggetto di attacchi, ha mille ragioni per difendersi. Si commemora la Shoa e intanto qualcuno vorrebbe poter festeggiare la distruzione dello stato ebraico. Israele è considerato da alcuni un problema e un ostacolo alla pace in Medioriente, quando è vero il contrario. Il terrorismo nasce come terrorismo e non vuole saperne di morire, tenuto in vita e foraggiato da alleati che aspirano a realizzare il loro piano diabolico: l’eliminazione del loro nemico secolare. Occorre vigilare, come ha detto Mattarella, e sapere che l’odio antisemita non si è spento. Riaffiora quando le situazioni sono favorevoli e si diffonde come un cancro, se le cellule killer non sono pronte a intervenire. Non basta una settimana a esorcizzare il pericolo, se nelle rimanenti 51 subentrano dimenticanza e indifferenza.

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