SCUOLA, SOCIETA’ E TERRITORIO… di Domenico Pisana: “La scuola italiana tra centralismo, autonomia, tecnocrazia ed anarchia /2”

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Ogni fotografia ritrae la realtà con l’occhio del fotografo e può, quindi, risultare parziale, non pienamente fedele alla realtà. Consapevole di ciò, desidero fare un viaggio all’interno della scuola italiana dell’ultimo trentennio, con riferimento a quattro tempi che l’hanno attraversata nelle sue molteplici ombre e poche luci.

Il tempo del centralismo

Dagli inizi degli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90, la scuola italiana si è trovata immersa nel “tempo del centralismo”. La scuola era infatti centralistica, verticistica, selettiva (limite); tutto partiva dall’alto e le scuole eseguivano; c’era poca apertura al territorio; solo qualche iniziativa parascolastica.
La didattica poggiava esclusivamente su programmi prescrittivi uguali per tutti; si risolveva in una lezione frontale con qualche domanda al termine della spiegazione, e in qualche ricerca nelle enciclopedie. L’essere docente aveva ancora un certo prestigio e la sua immagine appariva, anche nel contesto di indirizzi di studio diversi, quella dell’intellettuale, del detentore del sapere; non diceva voti agli studenti, anzi li nascondeva per evitare che i più bravi potessero montarsi la testa; lo studente era una sorta di recipiente da riempire e nel quale travasare conoscenze e contenuti. Ciò che prevaleva era insomma l’insegnamento, l’offerta di conoscenze da estrarre dai libri; la famiglia si rivelava schierata al 90% dalla parte dei docenti, della scuola, meno protettiva e apprensiva; pronta a dire al figlio: o studi o vai a lavorare.

Il tempo dell’autonomia

Con l’ingresso nel 2000, la scuola entra nel “tempo dell’autonomia”: la scuola si apre al territorio; ogni scuola comincia a gestirsi autonomamente, si parla di PEI, poi di POF, PTOF , di rapporto con il mondo del lavoro, con gli enti locali( e queste sono luci); lo studente non appare più un recipiente ma assume un ruolo centrale; diventa talmente centrale al punto da far rimodulare la figura e il ruolo del docente che non appare più l’intellettuale, ma il mediatore culturale, il facilitatore, il traghettatore e chi ne ha avuto, più ne ha messo.
Il docente non appare più l’unico detentore del sapere perché si impone il web, la rete, internet, che diventano altrettanto maestri del sapere. I programmi prescrittivi e rigidi lasciano il posto alle cosiddette Indicazioni Nazionali, anche se nella realtà tutto sembra rimanere tale e quale.
Muta anche il rapporto della scuola con la famiglia; quest’ultima diventa più protettiva dei figli, si schiera a loro fianco vedendo nel docente non l’ educatore dei propri figli ma un prestatore di servizi, che, se non dati a pennello, fanno scattare il ricorso alle sedi legali e giudiziarie, e così via… La didattica tradizionale, in questo tempo dell’autonomia, viene messa in discussione, e comincia a parlarsi di didattica laboratoriale e per competenze.

Il tempo della tecnocrazia

Superato il primo decennio di autonomia, la scuola entra nel “tempo della tecnocrazia”: la scuola comincia a puntare fortemente sulla tecnologia; le Nuove Tecnologie(NT), la LIM, i nuovi media cominciano a cambiare il modo di insegnare e il modo di apprendere, buttando la scuola in una visione tecnocratica che sta rischiando di prendere il posto della relazione educativa e di trasformare la scuola da “Comunità educante” in azienda erogatrice di servizi. Le NT sono, certo, un tramite tra il docente e lo studente, una risorsa sempre più potente ed efficace per migliorare l’insegnamento e per esaltare le possibilità di apprendimento, possono contribuire a ridefinire il ruolo dell’insegnante, ma c’è il rischio reale che il docente possa diventare marginale rispetto al suo ruolo di educatore. Le NT sono, sicuramente, uno strumento potente che viene messo a disposizione dell’insegnante e dello studente per facilitare il processo di acquisizione, ma non essendoci stata una adeguata formazione metodologica, lo sforzo non ha fatto registrare i risultati attesi, anzi in questo nuovo modello didattico l’insegnante non è stato più la fonte principale delle informazioni e del sapere, ma si è trasformato in un mero “facilitatore” o, meglio, in un semplice organizzatore del lavoro.
Gli studenti che ci troviamo di fronte oggi sono quasi tutti esperti delle NT e in gran parte inseriti in un mondo virtuale in cui comunicano, interagiscono e cercano le più svariate informazioni. La loro è una realtà plurisensoriale, in continuo movimento e molto coinvolgente. È ovvio che la scuola sta risentendo di questa sua immersione nelle tecnologie traendone gli aspetti positivi e negativi .

Il tempo del neo-centralismo tra monarchia ed anarchia

In questi ultimi tre anni, infine, l’ultima riforma della cosiddetta “Buona scuola” ha fatto entrare la scuola nel tempo del “neo centralismo tra monarchia ed anarchia”: la Riforma della legge 107/2015 dice di voler “ri-valorizzare” e ad ampliare il sistema autonomistico, ma in realtà nell’attuale scuola sussistono ancora, all’interno di progetti vari, di PON e iniziative varie, vecchi programmi tradizionali uniformi per tutti; la didattica punta sempre sulle conoscenze e non sulle competenze, e, in molti casi, si continua ad insegnare come 30 anni fa: c’è poi il rischio del ritorno ad un “neocentralismo di apparato” vestito di apparente autonomia, atteso che la Riforma approvata opera un “decentramento autonomistico” della scuola “riaccentrato” nelle figure dei dirigenti scolastici, aprendo la strada a parametri e conduzioni monarchiche della scuola di tipo marcatamente aziendale. L’autonomia è una cosa seria, è democrazia, è superamento del pensiero unico, è libertà di insegnamento secondo il dettato costituzionale, è investimento di risorse umane e intellettive, è utilizzazione non di briciole ma di risorse finanziarie vere e finalizzate a progetti educativi significativi e di alto profilo e con ricadute sulla formazione degli studenti.
Con l’accentramento di poteri nelle persone dei dirigenti scolastici si sta paventando concretamente un rischio bifronte: da una parte la riduzione della collegialità; dall’altra, come reazione, la nascita di forme di conflittualità, di delegittimazioni, di pregiudizi a prescindere e di una opposizione da parte degli organi collegiali tipiche dei luoghi della politica. In effetti, la legge 107/2015 ha buttato la scuola in un caos, nell’anarchia e in un pantano di sabbie mobili dove si sta perdendo di vista il fine ultimo della missione scolastica, vale a dire la formazione culturale, umana, sociale, morale degli studenti e la possibilità di creare per loro condizioni di inserimento motivato e qualificato nel mondo produttivo.
In questo quarto tempo, la mia impressione è che la scuola stia per avviarsi verso una visione disumanizzante, conflittuale, di arrivismo di tipo politico ed economico dove ciò che più conta non è la formazione ma la produzione, non l’efficacia ma l’efficientismo, non la forza dell’educazione ma la forza del marketing aziendale.

Una via d’uscita

Una scuola che vuol dirsi “buona” deve dare anzitutto un’ anima a quella che oggi si chiama la progettazione educativa e formativa. Un grande professore ed educatore, S. Alberto Magno, diceva: “in dulcedine societatis quaerere veritatem”, cioè “nella dolcezza della vita comune cercare la verità”. Ogni scuola dovrebbe tendere a diventare ciò che è: una comunità che educa (la “dulcedo societatis” di S. Alberto) e mediante ciò di cui dispone: gli insegnamenti o materie (il “quaerere veritatem” di S. Alberto) perche l’alunno comprenda se stesso, il passato, il presente e il futuro.
Educare dunque attraverso lo studio delle discipline è una prerogativa ineliminabile, questo non può avvenire con il solo ricorso a progetti educativi, che hanno pure il loro valore ma spesso rimangono ai margini del processo complessivo dell’itinerario curricolare delle singole materie.
Educare attraverso lo studio delle varie discipline significa trasmettere “la sapienza umana come tale”, ma in modo che l’alunno sia risvegliato, attraverso l’insegnamento, dal “sonno della ragione”, durante il quale egli non può che sognare e non incontrarsi con la realtà.
Ogni sperimentazione, progetto o iniziativa prevista da un sistema di istruzione e formazione deve contribuire a costruire la “dulcedo societatis”, e ciò può avvenire solo mediante la competenza relazionale del docente, la condivisione di vita fra educatore-insegnante ed alunno.
Il compito dell’insegnante è “con-vivere col suo alunno”: nel senso profondo del termine. Cioè: illuminare il cuore e la mente dell’alunno attraverso ciò che insegna, offrendo attraverso l’insegnamento la propria esperienza umana.
Non è possibile una vera proposta educativa che non sia unitaria. Non si può conoscere la verità ed il senso del frammento fino in fondo se non lo si considera all’interno dell’intero. Io credo che se l’insegnamento della varie discipline si muove in questa prospettiva, allora potranno apririsi per gli studenti veri orizzonti per una cultura della vita.

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