Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. L’epistolario di Quasimodo: la Lettera aperta (1951) a Don Primo Mazzolari /14

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L’epistolario di Quasimodo si presenta molto vasto e variegato. Esistono diversi carteggi che testimoniano come il Nobel intrattenesse rapporti con amici e uomini di cultura e con persone con cui venne a contatto nella sua vita.
In queste lettere sparse ci sembra di cogliere una tensione umana molto intensa e sofferta, nonché il bisogno di Quasimodo di dare espressione a pensieri, sentimenti e opinioni di rilievo sul piano del dibattito culturale del suo tempo.
La lettura critica degli scritti ci offre diverse sfaccettature della personalità letteraria quasimodiana. In alcune lettere troviamo il poeta engagèe, cioè l’intellettuale impegnato che fa apologia della sua azione etica e sociale, come si può evincere dalla polemica intrapresa con un sacerdote di frontiera come Don Primo Mazzolari; e che innalza la sua voce di protesta in difesa dei giovani artisti, come risulta dalla lettera a Settimelli.
In altre, emerge l’uomo orgoglioso della sua sicilianità, che non ha dimenticato le sue radici e che anzi è proteso verso orizzonti di riscatto valoriale della sua terra di origine; in altre ancora, risaltano il canto della amicizia, la condivisione della vita e la ricerca interiore della fede, come è ben evidente nel carteggio con Giorgio La Pira, specchio esemplare del tormento interiore dell’anima quasimodiana.
Un’esperienza a sé stante è quella che scaturisce dalle lettere a Sibilla Aleramo; l’epistolario presenta i toni di un circuito comunicativo caratterizzato dalla fiamma ardente della passione sentimentale, che si consuma fra i fuochi dell’amore, i dolori del silenzio e l’epilogo della rottura.
Alcune lettere appaiono, certamente, indicative di un temperamento forte, tenace e combattivo, per cui sono una fonte di testimonianza circa il fatto che la scelta di Quasimodo di connotare la sua poesia di accenti di tipo sociale, uscendo dai confini dell’ermetismo, non possa essere letta, semplicisticamente o in mala fede, come un’occasione di opportunismo o di adeguamento a certa oratoria e retorica tipica della tradizione italiana.
Quasimodo sentiva realmente le istanze che venivano dalla società del suo tempo, e l’esperienza della guerra aveva sicuramente fatto scattare nella sua mente e nel suo cuore procedimenti emozionali e razionali che non avrebbero potuto non trovare il loro naturale approdo nella sua ulteriore versificazione e produzione letteraria.

Su due versi della Lirica “Lamento per il Sud”

È del 1951 la missiva a Don Mazzolari, pubblicata come “lettera aperta” dal giornale L’Unità.
Il testo è portatore di toni polemici, che, sicuramente, affondano le radici nella non condivisione da parte del poeta siciliano della filosofia interpretativa di Mazzolari circa il rapporto quasimodiano con la terra di origine e con il Sud in genere. Ma ecco il testo della Lettera:
Caro don Mazzolari,
rispondo con piacere alle Sue parole che, come sempre, hanno il “furor” del crociato.
Ricordo, infatti, una Sua predica sull’altare che copre in Assisi la tomba di san Francesco: ed erano anche quelle parole forti di carità in un tempo in cui anch’io, forse, speravo che la Chiesa avrebbe portato finalmente la sua potenza in difesa della moltitudine dei poveri umiliati dall’ingiustizia.
Lei rimprovera, a me, uomo del Sud, la compiacenza d’una “evasione” fisica da quella terra, dai sentimenti di quel popolo che sono, poi, i veri contenuti della mia poesia. Che dire dei contenuti di altri contemporanei germi ai gradi di un antistorico petrarchismo secentesco?
La poesia, Lei sa bene, raramente risponde a una domanda, anzi possiamo dire che è sempre e soltanto una domanda. Ma al mio “lamento per il sud”, Lei lettore, ha dato una risposta negativa a due miei versi.
Il primo, cioè quello che ritornando insistente nella Sua memoria lo ha spinto a scrivermi: “Più nessuno mi porterà nel Sud” – non è un rifiuto ma un rimpianto; l’altro che chiude la poesia dice di “amore senza amore” che è amore non corrisposto. La matematica non è una delle ragioni della poesia. Lasciamo più sottili considerazioni ai vecchissimi critici che vogliono ancora valorizzare i calligrafi e i giocatori di prosa lirica, i tardi baudelairiani da caffè-concerto; il nostro discorso doveva essere un altro, di natura morale, non estetica.
Però, un discorso senza retorica perché quando Lei invita me e altri uomini del Sud poeti, pittori, sacerdoti a correre laggiù, con animo di crociati per alzare magari una barricata (contro i baroni o il governo?) a tracciare una strada, aprire una scuola, Lei, caro Don Mazzolari, si lascia trascinare dal suo violento amor cristiano in un’onda oratoria. Costruire strade, scuole, acquedotti? E con che? E proprio a me scrive queste cose, che in Calabria e in Sardegna ho costruito strade, ponti, scuole, case per il popolo, per dodici anni della mia giovinezza, vivendo in mezzo agli operai, alla povera gente, che porta la propria mente “vestita d’una veste nera – in segno di dolore e di martirio? Né là, ne qui, né altrove, poi, ho mescolato la mia poesia con “quell’alta società di latifondisti e di possessori di piccole cilindrate fuoriserie”, di cui parla lei, né ho avuto favori, né ricchezze. E “terrone” che vive alla giornata sono rimasto, dopo quindici anni di vita lombarda. E a Lei che non è solo sacerdote, ma uomo di cultura che non dimentica la politica, posso dire che la riforma agraria attuata con legge o con violenza, toglierà dall’isola anche i battaglioni anti-Giuliano.
Nessun esercito ha mai circondato o istituito il coprifuoco a Milano quando c’era da dare la caccia a un bandito a ad una associazione di delinquenti: là per annuvolare il problema dei feudi, è facile il gioco anche se più grave la posta.
Mi creda il suo
S.Q.

L’incipit della lettera contiene un’aggettivazione che connota il temperamento e l’azione di Mazzolari, sacerdote con il «“furor” del crociato», in prima linea nella difesa dei poveri e nella lotta contro le oppressioni e le ingiustizie del suo tempo.
Il testo quasimodiano esprime due atteggiamenti interiori diversi:
– il primo di apprezzamento: il poeta siciliano condivide la lotta sociale del prete a difesa degli ultimi; la connotazione di “crociato” potrebbe indurre ad una lettura negativa, ma, in realtà, esprime la valenza dell’impegno sociale di Mazzolari, impegno che viene, altresì, evocato da Quasimodo con il riferimento ad un discorso omiletico tenuto dal prelato ad Assisi sull’altare della tomba di San Francesco, nel quale Mazzolari, a parere del Nobel – usa “parole forti di carità”;
– il secondo di rammarico: “anch’io, – scrive Quasimodo – forse, speravo che la Chiesa avrebbe portato finalmente la sua potenza in difesa della moltitudine dei poveri umiliati dall’ ingiustizia”.
Quasimodo, insomma, esprime un giudizio sulla Chiesa del tempo, incapace di stare a fianco dei più deboli e degli esclusi, di attenzionare la questione sociale e di incarnarsi nelle vicende dei più poveri, come, del resto, era auspicio di Don Mazzolari.
Il poeta siciliano, quindi, riesce a leggere in chiave profetica la predicazione e l’azione del prete Mazzolari e si duole del fatto che in questa direzione la Chiesa non riesca ad esprimere un volto proteso verso la ricerca della giustizia.

Il dissenso di Mazzolari

Il dissenso di don Mazzolari prende le mosse dalla lirica di Quasimodo “Lamento per il Sud”.
I versi del Nobel siciliano che, in particolare, vengono sottoposti ad una lettura negativa sono quelli che recitano: Più nessuno mi porterà nel Sud, un lamento d’amore senza amore; versi interpretati come disaffezione per le radici di origine e come distacco da quel Sud sempre bistrattato e umiliato. Il rimprovero mosso a Quasimodo è, infatti, di duplice ordine:
– etico, nel senso che viene attribuita al poeta la compiacenza d’una “evasione fisica” dal Sud, abbandonato a se stesso e lasciato alle sue pene;
– affettivo, nel senso che anche sentimentalmente il poeta si dimostrerebbe ormai indifferente al Sud, sostituito nel suo cuore dalle “terre e i fiumi della Lombardia”.

La risposta di Quasimodo

La risposta di Quasimodo ci dà l’opportunità di capire il senso vero della lirica oggetto della dialettica, in quanto il poeta offre la chiave di lettura per comprenderne la dinamica interna.
La struttura dei versi, infatti, poggia su due categorie liriche che animano il testo e lo conducono verso orizzonti completamente diversi da quelli descritti da Mazzolari.
La prima categoria è quella del “rimpianto”. Quasimodo non canta l’abbandono del Sud e della sua terra, non rifiuta le sue origini, ma esprime un sentimento di rimpianto per la lontananza dal quel mondo nel quale ha vissuto parte della sua vita. Quando in “Lamento per il Sud”, il poeta afferma: “Ho dimenticato il mare, la grave/conchiglia soffiata dai pastori siciliani/le cantilene dei carri lungo le strade… Ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru… Più nessuno mi porterà nel Sud…”, egli non intende consumare il rito di una rottura col passato né prendere le distanze dal suo mondo originario; piuttosto vuole portare l’attenzione del lettore verso il suo disagio interiore per il fatto di non vivere più in quella terra ove “il carrubo trema nel fumo delle stoppie e nell’aria dei verdi altipiani” volteggiano gli aironi.
La seconda categoria è quella del “dolore”. Il poeta siciliano soffre per un Sud “stanco di trascinare morti in riva alle paludi di malaria, stanco di solitudine, / stanco di catene…”, e soprattutto per un Sud che non gli corrisponde amore. Quel verso finale amore senza amore è, infatti, espressione dell’amarezza interiore di Quasimodo, determinata dall’indifferenza della sua terra per un figlio che si trova fuori e che vive al Nord tra le “acque annuvolate dalle nebbie”.
Quasimodo e Mazzolari, dunque, si muovono su livelli diversi: il primo si appella ad un discorso di natura morale, mentre l’altro si sofferma su un discorso di carattere estetico che lo porta fuori strada nella comprensione del testo quasimodiano.

Oratoria e retorica: la polemica

La parte centrale della lettera si caratterizza per una vivace polemica tra i due interlocutori.
Quasimodo giudica il discorso di Primo Mazzolari “retorico” e immerso in “un’onda oratoria”, in quanto ipotizza una sorta di assemblaggio di uomini ed intellettuali del Sud (poeti, pittori, sacerdoti) invitati ad intraprendere una specie di crociata sociale protesa alla realizzazione di opere pubbliche: strade, scuole, acquedotti. Il Nobel siciliano rintuzza la proposta con un alito di risentimento:
E proprio a me scrive queste cose, che in Calabria e in Sardegna, ho costruito strade, ponti, scuole, case per il popolo, per dodici anni della mia giovinezza, vivendo in mezzo agli operai, alla povera gente…..

L’autodifesa di Quasimodo è una attestazione di impegno proclamato e vissuto, è la testimonianza di una presenza sociale e di una condivisione dei problemi della gente che evidenzia una coscienza critica e un sentimento di passione per il Sud. La “vis” polemica della lettera emerge altresì nei passaggi finali, in cui Quasimodo offre a Mazzolari due chiare linee di pensiero:
– disegna un orizzonte della sua poetica: Né là, ne qui, né altrove, poi, ho mescolato la mia poesia con “quell’alta società di latifondisti e di possessori di piccole cilindrate fuoriserie, di cui parla lei, né ho avuto favori, né ricchezze. C’è in queste affermazioni una dichiarazione di indipendenza, nonché il bisogno di evidenziare la propria autonomia di pensiero e di azione;
– rimarca la sua identità e sicilianità: emblematica è, infatti, l’affermazione con cui si definisce “terrone” che vive alla giornata … dopo quindici anni di vita lombarda.
Proprio in queste parole c’è la verità del sentimento quasimodiano, che si essenzializza in quel “lamento” della lirica mal compresa da Mazzolari. È il lamento dell’uomo sradicato dalla sua terra; è il lamento di colui che conosce le differenze tra il Nord e il Sud; è il lamento di colui al quale la vita lombarda non ha impedito di rimanere quel “terrone” del Sud che grida dovunque la sorte d’una patria.

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