L’OSSERVAZIONE DAL BASSO ……..DI DIRETTORE. Per una scuola capace di istruire educando: riflessioni a margine dei casi di bullismo nella scuola

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Ogni giorno la cronaca ci mette di fronte a casi di aggressioni di studenti e genitori nei confronti dei professori. E’ in atto un vero e proprio cortocircuito tra scuola e famiglia, che ci conferma come il nostro Paese stia attraversando una grave emergenza educativa che si misura nella scuola, ma anche nelle famiglie che sono in crisi; non è possibile che ci siano scuole vandalizzate, professori aggrediti, minacciati, studenti che si maltrattano reciprocamente.
Il caso dell’Istituto di Lucca, ove uno studente, gridando, dice al suo professore frasi minacciose del tipo “Mettimi sei e inginocchiati”, “lo sai chi comanda qui?”, sono la palese conferma che si è rotto quel necessario rapporto di fiducia tra scuola e famiglia, che è caduto il concetto di “autorità”, sia paterna che professionale, e che urge una rifondazione della dimensione educativa della scuola. Qui il problema non è dare colpe, schierarsi come un tifoso da parte della scuola o della famiglia, ma interrogarsi sullo stato di una società ove tutto sta naufragando : le relazioni, i sentimenti, le figure educative, le istituzioni dello stato, il senso dei diritti e dei doveri, il rapporto di coppia, tra genitori e figli, il concetto di verità, responsabilità, giustizia.
E questo naufragio ci viene raccontato ogni giorno , come se fosse un alimento di cui nutrirsi, dal “sistema massmediatico” contemporaneo, che in passato, certo, non c’era, e che ci offre brutalmente “la vita in diretta”, fatta di violenza, guerre, stupri, maltrattamenti, sfide, abusi, corruzione dipingendoci sotto gli occhi tutte le oscurità di questo mondo, e iniettando in noi l’idea che tutto questo “è normale”, che a tutto questo dobbiamo abituarci, e che se dovesse capitarci direttamente è magari una nuova “esperienza da vivere”. Se una casa è fatiscente in tutti i sensi, è facile che un cortocircuito la distrugga del tutto, ma in questo caso il problema non è il cortocircuito ma la casa, che necessita di essere ricostruita.
Da dove partiamo! Direi dalla scuola. Dagli inizi degli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90, la scuola italiana si è trovata immersa nel “tempo del centralismo”. La scuola era infatti centralistica, verticistica, selettiva (limite); tutto partiva dall’alto e le scuole eseguivano; c’era poca apertura al territorio; solo qualche iniziativa parascolastica.
La didattica poggiava esclusivamente su programmi prescrittivi uguali per tutti; si risolveva in una lezione frontale con qualche domanda al termine della spiegazione, e in qualche ricerca nelle enciclopedie. L’essere docente aveva ancora un certo prestigio e la sua immagine appariva, anche nel contesto di indirizzi di studio diversi, quella dell’intellettuale, del detentore del sapere; non diceva voti agli studenti, anzi li nascondeva per evitare che i più bravi potessero montarsi la testa; lo studente era una sorta di recipiente da riempire e nel quale travasare conoscenze e contenuti.
Ciò che prevaleva era insomma l’insegnamento, l’offerta di conoscenze da estrarre dai libri; la famiglia si rivelava schierata al 90% dalla parte dei docenti, della scuola, meno protettiva e apprensiva; pronta a dire al figlio: o studi o vai a lavorare. Questo modello, nel bene e nel male si reggeva, ed era anche condiviso dalle famiglie, le quali sostenevano l’azione dei docenti e a questi non mancavano di dire, a volte, frasi del tipo: “Prof., se mio figlio sgarra, non abbi timore a punirlo!”
Con l’ingresso nel 2000, la scuola entra nel “tempo dell’autonomia”: la scuola si apre al territorio; ogni scuola comincia a gestirsi autonomamente, si parla di PEI, poi di POF , ora di PTOF, di rapporto con il mondo del lavoro, con gli enti locali( e queste sono, se vogliamo, luci); lo studente non appare più un recipiente ma assume un ruolo centrale; diventa talmente centrale al punto da far rimodulare la figura e il ruolo del docente che non appare più l’intellettuale, ma il mediatore culturale, il facilitatore, il traghettatore e chi ne ha avuto, più ne ha messo.
Il docente non appare più l’unico detentore del sapere perché si impone il web, la rete, internet, che diventano altrettanto maestri del sapere. I programmi prescrittivi e rigidi lasciano il posto alle cosiddette Indicazioni Nazionali.
Muta anche il rapporto della scuola con la famiglia; quest’ultima diventa più protettiva dei figli, si schiera a loro fianco vedendo nel docente non l’ educatore dei propri figli ma un prestatore di servizi, che, se non dati a pennello, fanno scattare il ricorso in altre sedi giudiziarie, determinando, come i casi che si vanno moltiplicando, un vero cortocircuito, un conflitto che dalle parole sta passando alle mani, agli insulti, alle denunce, alle aggressioni e al bullismo.
Paradossalmente, con l’autonomia scolastica e l’introduzione di progetti a non finire, di PON, POR e quant’altro, si è frantumato il sapere, il saper essere e ogni relazione educativa, e si è sprofondati nella ricerca ossessiva di una visibilità scolastica dell’Istituzione, che ricorre perfino alla pubblicità televisiva( che in termini scolastici si chiama orientamento) per andare a caccia di iscrizioni e mantenersi efficiente e appetibile.
Superato il primo decennio di autonomia, la scuola è entrata nel “tempo della tecnocrazia”: la scuola ha cominciato a puntare fortemente sulla tecnologia; le Nuove Tecnologie(NT), la LIM, i nuovi media hanno cambiato il modo di insegnare e il modo di apprendere, buttando la scuola in una visione tecnocratica che ha preso il posto della relazione educativa e trasformando la scuola da “Comunità educante” in azienda erogatrice di servizi. Le NT sono, certo, un tramite tra il docente e lo studente, una risorsa sempre più potente ed efficace per migliorare l’insegnamento e per esaltare le possibilità di apprendimento, possono contribuire a ridefinire il ruolo dell’insegnante, ma stanno facendo diventare marginale il ruolo di educatore del docente.
In questi ultimi due anni, infine, l’ultima riforma ha fatto entrare la scuola nel tempo dell’anarchia , con conseguente accentuazione di forme di conflittualità tra famiglia e scuole, di delegittimazioni tra docenti, di pregiudizi a prescindere dentro gli organi collegiali, tipiche dei luoghi della politica. In effetti, la legge 107/2015 ha buttato la scuola in un caos, nell’anarchia e in un pantano di sabbie mobili dove si sta perdendo di vista il fine ultimo della missione educativa scolastica, vale a dire la formazione culturale, umana, sociale, morale degli studenti e la possibilità di creare per loro condizioni di inserimento motivato e qualificato nel mondo produttivo. Ho l’impressione che la scuola stia per avviarsi verso una visione disumanizzante, conflittuale, di arrivismo di tipo politico ed economico dove ciò che più conta non è la formazione ma la produzione, non l’efficacia ma l’efficientismo, non la forza dell’educazione ma la forza del marketing aziendale.

Il ritorno al merito
Nella scuola italiana, che con l’introduzione dell’autonomia ha subito un processo di accorpamento e di aziendalizzazione, si sta correndo il serio rischio di perdere di vista il “merito”. E difatti si va constatando sempre più come , ad esempio nella Scuola media di primo grado, ormai la “non promozione” sia uscita di scena; sembra quasi essersi affermata l’idea che un Diploma di Terza media non si nega a nessuno. E così accade che buona parte dei ragazzi è promossa con il sufficiente anche quando non sa nulla, con la conseguenza di dar vita ad una nuova categoria di poveri nel sapere, ma anche nella vita. “Riportare il merito” , a nostro avviso, significa non rinunciare al raggiungimento degli obiettivi di apprendimento da parte di ogni singolo allievo. La scuola è per tutti e non deve discriminare nessuno perché l’istruzione e la formazione sono un bene comune, ma la scolarizzazione non deve escludere la distinzione fondata sul “merito” dimostrato sul campo.

Ricreare il rapporto di fiducia tra scuola e famiglia

L’accentuarsi della crisi della famiglia di oggi non può non avere un riflesso sul rapporto con la scuola. I modelli protezionistici o, al contrario, di disinteressamento verso i figli sta rendendo sempre più difficile il rapporto scuola-famiglia, e queste due realtà anziché collaborare per la crescita umana e culturale dell’alunno-figlio, finiscono per entrare in conflitto, riversando l’una sull’altra le responsabilità del fallimento scolastico. Per evitare questo è allora importante che la conduzione dei rapporti sia improntata ad alcuni criteri essenziali: a) la comunicazione produttiva e serena tra docenti e genitori, visto che entrambi hanno a cuore la formazione dell’allievo; b) l’attivazione di un rapporto di fiducia reciproca, di trasparenza e, soprattutto, di coinvolgimento attivo e di corresponsabilità, sicché tra docenti e genitori non si comunica solo nell’incontro formale di un ricevimento periodico, ma si stabilisce una interazione costruttiva nel rispetto delle competenze specifiche; c) la ricerca di strategie utili affinché scuola e famiglia possano insieme intervenire nel processo di apprendimento e di formazione dell’alunno e superare, così, quei momenti difficili che potrebbero compromettere il successo scolastico. In un contesto così caratterizzato, la conduzione dei rapporti con la famiglia deve dunque prefiggersi non obiettivi contrapposti, ma di reciproca e positiva collaborazione fiduciosa.
Una scuola di qualità non è dunque quella che promuove alcuni e boccia altri, ma una scuola che sa istruire educando, far crescere motivazioni in tutti gli allievi con una azione educativa mirata e centrata su metodologie flessibili e rispondenti alle possibilità di crescita e di sviluppo degli allievi secondo le loro diversità socio-affettive, cognitive e comportamentali.

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