In punta di libro……di Domenico Pisana. I barlumi dell’ “Oltre”, dell’immateriale e della Trascendenza nella poesia di Lidia Loguercio

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L’impatto con la poesia di Lidia Loguercio, docente di Lettere che vive a Rofrano, paese in provincia di Salerno, sollecita al lettore aperture ascensionali verso il mondo classico con una visione esistenziale attraversata dalle proiezioni di stati emozionali e dalla spiritualità, ora malinconica ora serena, dell’autrice.

Le sue due ultime raccolte “Voci dell’anima”(2016) e “Secundis ventis”, Edizioni “Il saggio”, 2017, si offrono infatti come “specchio dell’anima” ove il rapporto tra parola e sentimento ricostruisce i dettami interiori di un itinerario poetico che crede nei valori della vita e che ne stigmatizza l’assenza dentro le contraddizioni di una società liquida e frammentata.

La poetessa, in “Voci dell’anima” , è consapevole del fatto che il “Sapere è cammino nella luce, /quella dell’anima”, ed affronta, così, il suo viaggio esistenziale percorrendo “i gradini della via della vita”, e trovando nell’empatia di un rapporto con la natura il senso del suo essere:

“…Nel mio giardino ho amato

l’aculeo irto e il fiore rosso

del ramo del verde melograno.

Avvolgerò il canto del mio cuore

con rami di mirto e di alloro…”

(“La scala della vita”)

“…Ogni giorno che passa

il mio cielo si spoglia,

e opaco diventa

del mio sole l’alone…

Ma buia è la notte

che appare nel cielo,

se vien meno nel cuore

lo splendore del sole…”

(“Il cielo”)

C’è nei versi della Loguercio il candore dell’innocenza del cuore che non è mai venuto meno anche con l’avanzare degli anni; anzi esso si inanella in immagini e metafore che trovano, fra l’altro, la loro essenzializzazione nella rievocazione del mito di Pandora, prima donna mortale creata da Efesto su ordine di Zeus, il cui nome è legato al celebre e nefasto vaso che lo stesso Zeus le avrebbe ordinato di non aprire, e che da esso, a seguito della disobbedienza di Pandora, sarebbero usciti tutti i mali avventatisi sul mondo, quali la vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia ( “…Per bramosia l’ordine hai violato, / aperto hai il serrato tuo scrigno, / e da esso i mali volarono / come il fumo nel cielo velato. / Non doni innocui erano certo / l’odio, la vecchiaia, la violenza, le pene…”( da: “Pandora”).

Ed ancora, i richiami ad Ophelia , Narciso e Cupido, presenti in alcune liriche, riflettono il valore della bellezza e il sentimento dell’amore che, a volte, si trasforma, dice la poetessa, in “errore che dà pena”; ma ci sono anche gli affetti familiari, come nelle liriche “A mio padre Salvatore” e “A mia madre Elvira”, i quali rifulgono del calore di un rapporto rimasto inciso nella memoria: “…Con i tuoi occhi grandi, neri, intensi, / le mani lunghe e bianche, / a me, voluta o non voluta, / hai dato la vita che mi palpita dentro…”, da: “A mio padre Salvatore” ; “Non è sbiadito nella mente / il ricordo che ho di te…/ Dolce, tacito e cortese / è stato il tuo cuore mite…”, da: A mia madre Elvira”.

La versificazione di Lidia Loguercio ricorre anche al sonetto per disegnare le coordinate del suo sentire interiore, ora attraversato da solitudine ora da malinconia, ora da serenità ora da sfiducia, riuscendo a trasferire sulla pagina, sia con il verso libero che con la rima, notazioni e simbolismi di intenso spessore semantico: la “farfalla”, “il soffio”, “l’ombra”, “l’onda”, “i fili invisibili”, “il cerchio”, “la maschera”, “lo specchio”, “l’arca”, “la fonte” sono l’epicentro di un “paesaggio dell’anima” che si rivela e si nasconde, si decifra e si invola “verso un cielo profondo pieno di stelle /, verso l’universo infinito”; si unge, altresì, di tenerezza, anche se fugace, e si interroga tra i colori dell’arcobaleno:

“…In questo arcobaleno io mi interrogo,

mi perdo e vi rispecchio

le mie inquietudini

e le mie fragilità di donna…”

( “Note da un pentagramma”)

Più matura , modulata nelle sue articolazioni metafisiche e con una resa connotativa di maggiore rilievo ci pare la silloge “Secundis ventis”, ove si nota un salto qualitativo che allarga il respiro poetico, conducendolo verso la raffigurazione dell’indicibile, dell’impalpabile, con un linguaggio più rarefatto e proteso a cercare l’ “oltre”, l’ “altrove”, l’ “immateriale” che si nasconde dentro il realismo dell’esistenza.

La Loguercio utilizza il lemma “sguardo” per indagare, con i suoi versi, la vita, la poesia e il sogno; per inabissarsi dentro l’ “Io” alla ricerca del valore dell’interiorità e dei sentimenti; per scrutare “il passato e il presente”; per ritrovarsi, carica di stupefazioni, di fronte alla natura, al cielo, al mare e all’acqua.

E che cos’è la poesia per l’autrice se non “una sillaba muta, / quella che su è giù è / nell’ascensore del cuore…/ Sillaba che aspetta lì, / vessillo di conquista / di ghiacciai appuntiti / o vello d’oro da strappare / ad un albero irto e nodoso…”. (da: “La lettera”); e che cos’è, altresì, il sogno, per la poetessa, se non “Scintilla di vita, radiosa, / attesa, sognata, bramata, / luce che irradi nel cielo/ i tuoi fili di seta d’oro…/ Riscalda i freddi cristalli / di muta polvere cieca, / versa granelli di melograno / in arido bosco bruciato”(“Scintilla di vita”).

La struttura compositiva della silloge “Secundis ventis” è aperta al senso del mistero, dell’infinito, alla voce della coscienza in ascolto delle “vibrazioni mute del cuore”, nonché alla ricerca di “una particella di etere, / una particella di Dio”; ed ancora, è una silloge in viaggio con in mano la ricerca della bussola della giusta direzione (“…Nel dedalo sinuoso del sentire / prendo in mano il timone, /cerco un orientamento, / dei miei sogni la giusta direzione…”, in “La bussola”), atteso che la poetessa avverte una conflittualità interiore a causa dello sdoppiamento del proprio sé:

“Si vive a metà

sdoppiati nell’io:

una è fuori di noi

e guarda a ciò

che serve e vale;

l’altra è dentro

dolce, silente,

sensibile solo

alle ragioni del cuore

e si nutre di poesia,

quella punta di follia

che tutti abbiamo dentro,

inutile, forse,

ma senza la quale

il vivere sarebbe vano…”

(“Sdoppiati nell’io”)

Lidio Loguercio entra, insomma, nelle fibre della sua anima con la forza di un discernimento che cerca l’essenza delle cose, che avverte il respiro di intuizioni in grado di leggere gli oggetti, le figure, le relazioni, le fragilità e le contraddizioni, dando così vita ad una versificazione in cui gli affacci autobiografici riflettono le istanze della complessità contemporanea; i suoi versi oscillano tra l’intimità e il sociale, il delicato e il sofferto, tra la semplicità e il costrutto più ragionato, la classicità e la modernità, portando sulla pagina un mosaico di sentimenti che non cedono mai il passo a sdolcinature o sentimentalismi.

Ed è proprio la fresca delicatezza del sentimento, che connota il poetare della Loguercio, a saper valorizzare gli aspetti più semplici della quotidianità: la serenità, anzitutto, (“Dolce, gaia, serenità, tu, / silenzio del respiro muto…!); poi il valore di uno sguardo (“Quando tu mi guardi, vedrai nei miei occhi / la luce del cuore…”), il sapore di un bacio (“Rivestirò di azzurro / i sogni del mio cuore, / di tenero affetto / il sapore dei miei baci…”), il calore delle mani (Stringimi le mani./Stringi le tue alle mie / e racchiudi in esse / l’essenza del tuo amore…”), il senso del silenzio (“Ci sono momenti / in cui le parole sono mute…”), la percezione di una emozione (“Una emozione è un vento che spira / d’un nulla che non si vede, che si svela, / sola nella luce che splende nel cuore…”).

La poesia di Lidia Loguercio, per concludere, è in generale permeata da tonalità calde e lineari, è ricca di parole familiari diversamente ispirate, nonché di agganci ad un passato rivissuto nella memoria e proiettato nella contemporaneità.

Lo stile fa uso di un lessico sollecitato spesso da dinamiche autobiografiche ed esperienze di vita che si fanno racconto e poesia; l’autrice non insegue acrobazie letterarie né effetti verbali, ma conduce la sua carica emotiva verso uno scavo interiore e spirituale che segue ora un “ritmo diacronico” che va dal passato, poggiato sui miti, sulla memoria e i ricordi, al presente; ora un “ritmo sincronico” che si dispiega in sguardi e dialoghi interiori con il mondo della natura: il cielo (“Ho seguito nel cielo / i disegni delle nuvole,/nebbie errante di sogni…”; “…Lo sguardo / stasera / si veste di stelle…”); l’acqua( “Spumosa acqua che scorre al bordo / di una cascata: il suo fragore / rimbomba nell’aria, stille di gocce/ sembrano aghi di ricci d’argento…”); il mare (“Il mio mare di luce / è una conchiglia trasparente / che racchiude il sentire del mio cuore…”).

Poesia dialogica e del cuore, dunque, quella della Loguercio, spinta da un sentimento che si fa logos, spazio tensionale di una metafisica dell’esistenza che sa cogliere nella realtà delle cose i barlumi dell’ “Oltre” e della Trascendenza.

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