Masochismo italiano………. l’opinione di Rita Faletti

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Non c’è al mondo paese che possa competere con l’Italia per la ricchezza e la complessità del patrimonio artistico. Bellezza originalità e fascino di opere grandiose e importanti e di oggetti meno appariscenti ma dall’inestimabile valore intrinseco disseminati un po’ ovunque, testimoniano l’inesauribile genio creativo che ha attraversato nei secoli la storia artistica del nostro paese. Purtroppo però, non c’è al mondo paese che, con un patrimonio simile, vero motivo di orgoglio, non ne avrebbe maggior riguardo, preservandolo dall’incuria, dall’indifferenza e dagli sfregi, esaltandone l’unicità, potenziandone il valore pedagogico, facendone la prima risorsa economica. La speranza di una inversione di tendenza si è accesa nel 2015, quando il MiBact ha nominato venti nuovi direttori per i musei italiani, sette dei quali stranieri. Immediata levata di scudi: perché affidare il management a stranieri? Non ci sono italiani all’altezza dell’incarico?  Partiti i ricorsi, sedici decisioni del Tar e sei del Consiglio di Stato hanno confermato le nomine.

A più di due anni di distanza, la questione è stata risollevata da qualcuno della Pubblica Amministrazione. Sotto attacco l’austriaco Peter Assmann, direttore del Palazzo Ducale di Mantova. Cosa è successo? È stata rispolverata una norma del 1994 che precludeva a chi fosse privo della cittadinanza italiana di ricoprire incarichi di vertice nella PA. Così, il Consiglio di Stato si è rimangiato la decisione presa due anni fa e ha cambiato linea, rimettendo tutto in discussione. Dura la reazione del ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini: ” Le riforme in questo paese non sono possibili.” Lo sapevamo. Si è anche rammaricato per la figuraccia che faremo in Europa. Ci siamo abituati. Peter Assmann, cui un giornalista ha chiesto come si senta (domanda sciocca immancabilmente rivolta a chi ha subito un dispiacere o una perdita) ha espresso disappunto per quello che non riesce a spiegarsi dopo il successo della sua gestione che ha registrato un notevole aumento di visitatori, molti dei quali stranieri, e quindi di incassi. ” Noi siamo il prototipo della Riforma – ha detto – ma è difficile lavorare così.” Ne siamo pienamente consapevoli come condividiamo il giudizio che Franceschini ha fatto trapelare sulla nostra inaffidabilità come paese. Si può colpevolizzare una norma del 1994? Con il senno del poi certamente. Ma se la sopravvivenza di quella norma poteva essere di ostacolo a candidature straniere o addirittura ribaltare una situazione, perché non abrogarla? Non fingo di credere che si sia trattato di dimenticanza o negligenza, propendo per un’altra ipotesi: mancanza di “spinte”. Assmann è stato nominato in un clima di diffidenza, la stessa che ha accompagnato la nomina degli altri direttori. ” Sono uno che veniva dal buio, non ero un amico di qualcuno di influente…” È tutto chiaro. Il prossimo 18 aprile il Consiglio di Stato ci farà sapere cosa avrà deciso. Volendo essere pessimisti, vedremo chi prenderà il posto di Assmann e saremo molto diligenti nell’annotare puntualmente i risultati che il sostituto dell’attuale direttore riuscirà a raggiungere. Intanto il tedesco Eike Schmidt, direttore della Galleria degli Uffizi, storico dell’arte ed esperto d’arte fiorentina, ha già fatto sapere che nel 2020 lascerà. Chi sono gli altri super manager in bilico? Cecilie Hollberg, tedesca, Galleria dell’Accademia; Peter Aufreiter, tedesco, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino; Sylvain Bellenger, francese, Museo di Capodimonte, Napoli; James Bradburne, anglo-canadese, Pinacoteca di Brera, Milano. Esperienze in musei prestigiosi, europei, italiani e americani, importanti mostre internazionali, cultura e conoscenza dell’Italia. Questi i meriti dei direttori stranieri, oltre al lavoro eccellente che stanno svolgendo, finalizzato soprattutto a rendere l’arte più vicina e accessibile ai visitatori. Buttare alle ortiche il successo di una riforma intelligente, sarebbe un atto di idiozia e masochismo e la dimostrazione che il cammino verso la trasparenza e verso la supremazia del merito sul privilegio è tutto in salita, protetto da un provincialismo arrogante e stupido, da leggi confuse e intricate, da assenza di lungimiranza, da una burocrazia di fossili. Opinione di stranieri: ci vuole tempo perché ” l’Italia abbracci la trasparenza e il principio dell’autonomia e che si allontani da una gestione centralizzata e quasi sovietica della cultura”.

1 commento

  1. Eppure, con tutte le “FIDUCIE” che si mettono nel BELPAESE………. 28 dic 2017- Durante la legislatura sono state 106 le questioni di fiducia poste sui disegni di legge in discussione, 8 delle quali solo per la nuova legge elettorale………Basterebbe aver “FIDUCIA” gentile signora Faletti…….chissà perché questi governi degli ultimi anni (così come peraltro i precedenti di colore diverso) non votati da nessuno, non abbiano pensato di dar “fiducia” (o di abrogare questa norma così conservatrice di “posti made in italy”) a questi Direttori di Musei che tanto darebbero alla CULTURA ITALIANA, decantata dalla sinistra, ma altrettanto bistrattata dalla stessa? Meditiamo gente, MEDITIAMO

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