
POZZALLO, 01 Ottobre 2026 – Come si fa a non fare a pugni con Dio quando ci viene strappato l’affetto più caro? È la domanda che tormenta il cuore di chi resta, la stessa che Nora e Mattia Karol portano nella stanza del padre dopo la scomparsa della mamma, Patrizia Burrafato. In questo toccante passaggio, scritto da Gianni Scala, l’elaborazione del lutto si fa carne, dialogo e preghiera. La prospettiva umana, ferita e smarrita, capitola di fronte a una certezza più grande: l’amore di una madre non smette di operare, ma continua a vivere in un disegno di pura luce.
Nora entrò nella stanza stringendo il telefono tra le mani, lo sguardo sospeso tra la confusione e una sottile ferita. Mantenendo gli occhi fissi sullo schermo, ruotò lo smartphone verso suo padre e, con lo sguardo, gli disse “Leggi, papi”
Questo dialogo tra un padre e sua figlia Nora tocca corde profondamente intime e spirituali, affrontando uno dei temi più difficili dell’esperienza umana: l’elaborazione del lutto attraverso la fede.
Il testo mostra una transizione emotiva e concettuale molto forte, che può essere analizzata in tre punti chiave:
• Il conflitto iniziale: Nora esprime lo smarrimento e la rabbia tipici di chi subisce una perdita così grande come quella della madre (Patrizia Burrafato). Rappresenta la voce della razionalità e del dolore umano (“La mamma ce la dovevamo tenere noi”).
• La prospettiva del padre: Il padre non nega il dolore, ma lo trasforma in gratitudine cristiana e poetica. Il riferimento all’artista Maria Helena Vieira da Silva serve a dare un’immagine visiva e cromatica del Paradiso che si arricchisce. Per lui, la morte non è solo una fine, ma una “chiamata” per una missione più alta.
• La risoluzione: Nora capitola non perché il dolore sia sparito, ma perché riconosce l’identità profonda di sua madre (“ha sempre aiutato gli altri”). L’idea che la madre possa persino “stupire Dio” sposta la narrazione dalla passività della perdita all’attualità di un amore che continua a operare.
Mattia Karol entrò nella stanza mordendosi le labbra e interrompendo il dialogo fra Nora e il padre.
L’uomo sollevò gli occhi dagli occhiali incrociando lo sguardo lucido del figlio. Prese il telefono di Mattia Karol. Sullo schermo c’erano i messaggi di condoglianze, le frasi fatte che si accumulano nei giorni del vuoto. Ma Mattia Karol non voleva fargli leggere quelle. Aveva aperto una vecchia nota, un pensiero che cercava di dare un senso all’assurdo.
«La mamma ce la dovevamo tenere noi», disse Mattia dando ragione a Nora, e la sua voce era un filo teso pronto a spezzarsi. «Perché lei? Non è giusto. C’è così tanto bisogno di lei qui. La razionalità mi dice che siamo stati derubati, papà. Ho solo tanta rabbia dentro».
Il padre tenne lo sguardo sulla nota, poi guardò la stanza, come a cercare le tracce di Patrizia in ogni angolo. Sorrise, un sorriso amaro ma colmo di una dolcezza antica.
«Vedi, Mattia karol», esordì il padre, accarezzandogli una mano, « Ricordi ieri il nostro intervento in Chiesa? Ecco. Io volevo prendere a schiaffi Dio. Avrei voluto criticarlo. Ma non so cosa è successo. Volevo fare a pugni con Dio. Ed invece l’ho ringraziato per aver scelto la mamma. Non riesco a spiegarmelo. Mattia. Il dolore è il prezzo che paghiamo per aver amato così tanto. E non dobbiamo nasconderlo. Ma prova a guardare oltre la fine. Hai presente i quadri di Maria Helena Vieira da Silva? Quei labirinti di linee, quelle prospettive infinite che sembrano non avere un centro, ma che alla fine compongono un disegno di pura luce e colore? Ecco, io immagino il Paradiso così. Un’opera immensa che oggi si arricchisce delle sfumature della mamma. La sua non è una fine, Mattia. È una chiamata. Lassù c’era bisogno del suo colore per completare il quadro».
Mattia Karol con lo sguardo accarezzò Nora e rimase in silenzio. Le lacrime, prima trattenute dalla rabbia, cominciarono a scendere libere. Le parole del padre non cancellavano il vuoto sul divano, né il silenzio in cucina, ma stavano cambiando la forma di quel vuoto.
«Lei… lei ha sempre aiutato tutti», sussurrò Mattia, e la sua voce perse quella durezza geometrica che aveva entrando nella stanza. «Anche quando era stanca. Non si tirava mai indietro».
«Esatto», rispose il padre. «E pensi che smetterà adesso solo perché non possiamo toccarla?»
Mattia karol accennò un sorriso tra le lacrime, lo sguardo rivolto verso la finestra, oltre i tetti, verso quel cielo che ora le sembrava meno distante. «Hai ragione. Conoscendola, starà già riorganizzando qualcosa lassù. Finirà per stupire anche Dio».
In quel momento, la stanza sembrò farsi meno fredda. La perdita era rimasta intatta, ma l’amore di Patrizia aveva smesso di essere un ricordo del passato per tornare a essere un’azione del presente.


