
L’hanno vista tutti, la foto con Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni. Una foto politicamente interessante ma contraddittoria. Doveva rappresentare la partenza del campo largo, ma rischia di raccontare l’esatto contrario: un campo stretto, identitario, chiuso nel perimetro della sinistra-sinistra. Renzi ha colto nel segno quando ha detto che una coalizione che esclude il centro perché disturba l’identità del blocco Pd-M5s-Avs, non vincerebbe neanche ai sorteggi. Non è il risentimento di chi non è stato invitato, “di quella sinistra-sinistra non faccio parte”, e dalla quale il leader di Italia Viva rivendica le differenze, ma la considerazione che i ceti produttivi, gli europeisti liberali, chi è pro Pil non pro Pal e quelli che non vogliono Meloni, non vogliono neanche consegnarsi a Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni. Non serve il fiuto di Renzi per capirlo. Un’alleanza che nasce per escludere più che per includere difficilmente diventa maggioranza di governo. Quel selfie nel ristorante romano richiama alla memoria la foto di Vasto: Bersani, Vendola, Di Pietro. Era il simbolo dell’alternativa progressista al berlusconismo, ma è subito diventata un’immagine senza sostanza, la coalizione prima della linea politica, il brand prima del prodotto. Certe foto non portano bene e il “tutti insieme”, veti permettendo, per mandare a casa Meloni, non basta se non si sa cosa fare il giorno dopo. Sono troppi i nodi da sciogliere su economia, politica estera, energia, giustizia, infrastrutture, crescita e sicurezza, mentre torna fuori una proposta cara alla sinistra: la patrimoniale. Ma a turbare maggiormente le opposizioni c’è la nuova legge elettorale, il Melonellum, che elimina i collegi uninominali, introduce il premio di maggioranza + soglia al 42% e obbliga le coalizioni a indicare in scheda un candidato premier. Il centrodestra il nome ce l’ha: Giorgia Meloni. Oggi il capo naturale è lei. Nel campo largo, invece, indicare un premier significa far esplodere la domanda che tutti cercano disperatamente di rinviare: chi comanda davvero, Schlein o Conte? E’ lì che iniziano i guai, è lì che si nasconde il problema politico del Pd. Da primo partito dell’opposizione è normale che rivendichi la guida, ma Conte non accetterebbe facilmente di fare il comprimario e i sondaggi rendono la partita tutt’altro che chiusa. Conte è già stato presidente del Consiglio, ha un suo elettorato anti-Meloni, populista, sociale, pacifista, anti-establishment al sud e può costringere un Pd riluttante a una scelta scomodissima: accettare primarie vere rischiando di perderle. Il Pd sa che Schlein non è percepita universalmente come leader di coalizione, ma del Pd. I suoi elettori appartengono alla sinistra urbana, progressista, sindacale, ambientalista. Due mondi alleati ma solo quando non devono scegliere un capo. Eppure, la leadership non è un dettaglio: è la prova della maturità politica di una coalizione. Il dibattito sul nome nuovo può servire alla comunicazione, ma se dietro il nome nuovo resta lo stesso problema — Pd europeista, M5s ambiguo sulla politica estera, Avs movimentista, centro riformista dentro/fuori a seconda della convenienza — allora non è rifondazione: è maquillage. E l’anti-fascismo usato come scorciatoia permanente contro Meloni può mobilitare una parte dell’elettorato, ma non sostituisce un programma di governo.


