
In Italia, nelle periferie e nei quartieri più fragili, il tema non è più l’accoglienza ma la capacità dello Stato di far rispettare le proprie regole senza esitazioni. Le inchieste televisive, le testimonianze raccolte sul campo, le parole registrate senza filtri mostrano un quadro che non può essere archiviato come marginale: c’è chi parla di norme religiose sopra la legge, chi rivendica modelli familiari incompatibili con i diritti sanciti dalla Costituzione, chi considera negoziabile ciò che in uno Stato di diritto non lo è. Di fronte a tutto questo, il problema non è solo sociale ma anche politico, perché il messaggio che arriva spesso è incerto, sfumato, a volte contraddittorio. Dire con chiarezza che in Italia esiste una sola legge dovrebbe essere il punto di partenza, e invece diventa terreno di cautela, quando non di silenzio, nel timore di perdere consenso o di alimentare polemiche. Ma una linea incerta non rafforza la convivenza, la indebolisce. Il caso di Saman Abbas resta come un monito concreto, non teorico, di cosa può accadere quando diritti fondamentali vengono compressi all’interno di contesti chiusi e impermeabili. Il nodo è tutto qui: senza una posizione chiara delle istituzioni, senza una presenza visibile dello Stato, senza l’affermazione non negoziabile dei principi costituzionali, il rischio è che le differenze si trasformino in fratture e che la convivenza si regga su equilibri sempre più precari. Non si tratta di contrapporre culture o religioni, ma di stabilire un punto fermo: le regole valgono per tutti, e su questo non possono esserci ambiguità. Ma dirlo chiaramente senza equivoci o ambiguità spetterebbe alle istituzioni e ai partiti, ma alcuni non lo fanno. Non lo fanno unicamente per salvaguardare il consenso.





