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La poesia del saudita Nasser Al Shaikh Ahmed…di Domenico Pisana

L’altruismo come necessità per la pace e il tema dell’alienazione e dell’isolamento nell’esistenza umana, i due orizzonti fondamentali della sua poetica
Tempo di lettura: 2 minuti

Un poeta rilevante dal piglio sociale, etico e spirituale è sicuramente il poeta e scrittore arabo Nasser Al Shaikh Ahmed. Ha studiato alla Sonoma State University in California, USA, e sebbene il suo campo di studi sia lontano dalla letteratura, la sua anima è immersa nella poesia e nella scrittura. È membro di All Poetry.com, Soul Asylum Poetry Radio, New York-USA; è inserito in molte antologie (Voracious Polyglots-Usa; The Quilled ink South Africa; Wheel song Poetry-UK; Polis Magazino-Grecia), ed ha pubblicato libri di poesie in arabo e in inglese e vinto il secondo premio “Zheng Nian Cup China Literally Award” nel 2023.
Gli è stato conferito in Italia dall’Accademia delle Arti e delle Scienze Filosofiche di Bari, il “Seneca International Academic Literary Award”. Nasser Al Shaikh Ahmed ha anche partecipato al forum internazionale di incontri letterari in India nel novembre 2024.
Vogliamo portare la nostra attenzione su due poesie inedite di Nasser Al Shaikh Ahmed, dal titolo “Sveglia” e “Alieni”.

Fuori, le stelle brillavano luminose.
Nel mio letto, desideravo ardentemente una notte serena.
Guardai fuori attraverso la finestra di ottone…
Notai un movimento nell’erba.

Qualcosa apparve e poi scomparve.
C’era qualcuno lì… o solo una pedina?
Vidi un vecchio, perso, solo,
accovacciato come se aspettasse la pietra.

L’oscurità si insinuò nella mia stanza,
spazzando la luce con una scopa silenziosa.
Sebbene avessi tutti i doni della vita in mano,
la felicità sembrava lontana.

Cosa avevo fatto per meritare tanta beatitudine?
Avrei dovuto aiutarlo o semplicemente ignorarlo?
Avrei potuto ignorarlo? Non avrei osato…
Gli incubi mi avrebbero perseguitato se fossi stato ingiusto.

Avrei potuto mentire e voltarmi dall’altra parte,
ma nessuno può immaginare il giorno della sua morte.
Sono corsa fuori con cuscino e coperta,
forse ne ha bisogno, o forse mai.

Le lacrime gli salirono agli occhi stanchi.
Un messaggio senza parole. Una profonda sorpresa.
Confusa, lo feci entrare dalla mia porta.
Potrebbe essere la chiave per qualcosa di più.

Nel profondo, ho capito:
le benedizioni non possono essere monopolizzate.
Un riparo, cibo e acqua: avevo tutto.
Grazie a Dio… per questa chiamata al risveglio.
(Sveglia – 24/7/2025)

Ciò che colpisce di questa poesia è la sensibilità empatica del poeta con la sofferenza altrui. Già nelle prime due strofe si coglie un netto contrasto tra la bellezza cosmica (“stelle brillavano luminose”) e la personale, quasi egoistica, ricerca di tranquillità del poeta: “desideravo ardentemente una notte serena”. L’elemento di disturbo è la figura dell’anziano, solo e perso, “accovacciato come se aspettasse la pietra.” Questa figura misteriosa non è solo quella di un mendicante, ma è quasi un’ombra che sfida il comfort del poeta. Il termine “pedina” suggerisce l’ idea che l’uomo potrebbe essere semplicemente un elemento in un gioco più grande, quello del destino e della coscienza. L’oscurità e la solitudine connotano la terza e la quarta strofa della poesia, dove Nasser Al Shaikh Ahmed descrive il buio che si insinua e che non è solo fisico ma metaforico, perché indice della mancanza di gioia del poeta, nonostante i “doni della vita in mano”.
La versificazione del poeta evidenzia come la vera gioia non risieda nel possesso, come l’altruismo sia una necessità per la pace interiore, perché la vita ha senso nel dono, nella dimensione di umanità dei rapporti, e “le benedizioni non possono essere monopolizzate”, quasi a rimarcare che i beni materiali (riparo, cibo, acqua) sono invece doni da condividere. Quell’anziano accovacciato, che il poeta vede dalla sua stanza, diventa così una “chiamata al risveglio”, un’opportunità data da Dio per esercitare la compassione e trovare il vero senso della vita.
La poesia, dal tono intimo, è un monologo interiore, il che la rende profondamente personale e universale; l’uso di immagini, come la “finestra di ottone” (un punto di osservazione privilegiato e freddo) e l’oscurità… spazzando la luce con una scopa silenziosa“, risulta molto suggestivo.
Questa poesia di Nasser Al Shaikh Ahmed è veramente un inno alla compassione e alla responsabilità etica, e sottolinea che la vera felicità e la pace interiore non derivano dal ritirarsi nel proprio benessere, ma dal riconoscere e alleviare la sofferenza altrui. La presenza dell’anziano, inizialmente un ostacolo alla “notte serena“, si rivela dunque, per il poeta, la via per una serenità più autentica e duratura.
Nella poetica di Al Shaikh Ahmed c’è anche un’esplorazione profonda e malinconica del tema dell’alienazione e dell’isolamento nell’esistenza umana. La figura dell’ “alieno” è usata non in senso fantascientifico, ma come metafora dell’essere umano che si sente estraneo, disconnesso o incompreso nel proprio mondo:

Noi siamo gli alieni.
Il domani canta il nostro dolore.
Nessuna famiglia. Nessun grever.
Persino la scoperta ci sfugge.
E il bagliore del desiderio si allarga.

Noi siamo gli alieni.
La luna crescente dà le ali ai nostri sogni.
Giunge la notte e anche le fantasie si astengono.
Il nostro balcone non è sfiorato da alcuna brezza.
Non c’è più alcuna sfida là dove potremmo incontrarci.

Noi siamo gli alieni.
Riempire le nostre borse è un lavoro faticoso—
Vite e illusioni.
La pioggia si prende cura di noi.
E prima che le nuvole si sveglino, il cielo si schiarisce.

Noi siamo gli alieni.
Suoniamo la nostra chitarra,
cantate rituali d’amore e gioite.
Legati dunque a noi, o melodia.
Mentre cresciamo nei nostri cuori e piantiamo,

Noi siamo gli alieni.
La fiamma della nostalgia ci stira le costole.
Ogni volta che il suo fuoco si affievolisce, si ramifica—
E dalle ceneri siamo rimasti,
Il vento ci miete cicatrici.

Noi siamo gli alieni.
Lasciamo che i nostri passi illuminino la via.
E il dolore dentro di noi appartiene ai terrorizzati.
Bussiamo alle porte della fantasia.
Inviamo un appello…..
e ritorna in lacrime.
(Alieni – 24/7/2025)

Il concetto di “Noi siamo gli alieni” , ripetuto con una anafora, evidenzia immediatamente un tono di auto-identificazione con l’estraneità. L’alieno, per il poeta, non è l’altro, ma il sé, l’individuo che non trova un posto, un’appartenenza nè una pace nel mondo. Al Shaikh Ahmed già nella prima strofa definisce l’alienazione attraverso ciò che manca: “Nessuna famiglia. Nessun grever.”, e considera il futuro (“domani canta il nostro dolore”) non una tensione alla speranza, ma solo l’eco della sofferenza presente. La conoscenza stessa (“la scoperta ci sfugge”) è irraggiungibile.
La poesia si snoda in una circolarità ermeneutica tra sogni e solitudine, vita e illusione, evidenziando l’inesistenza di luoghi per una vera connessione e il fardello dell’illusione, atteso che per il poeta gli alieni passano il tempo a raccogliere e trasportare il peso delle loro esistenze e delle loro speranze illusorie, e che alla fine , come si evince dalla quarta strofa, solo l’arte diviene per loro ancoraggio di salvezza in quanto unico luogo in cui può “crescere” l’intimità dei cuori grazie alla musica e all’amore cercato. L’immagine finale della strofa è molto significativa: “Il vento ci miete cicatrici.”
Il vento, elemento effimero e indifferente, porta via ciò che rimane della sofferenza, senza lasciare tregua, se non un’altra cicatrice.
E così l’alieno tenta di trasformare il dolore in una luce (“Lasciamo che i nostri passi illuminino la via”), attraverso il tentativo di raggiungere la “fantasia”, l’unica porta rimasta. Il tentativo di connessione o di salvezza (“Inviamo un appello”) fallisce miseramente, tornando indietro non solo senza risposta, ma “in lacrime.” Questo finale amaro sigilla la condizione di isolamento.
La poesia è dominata da immagini di vuoto (balcone senza brezza, assenza di famiglia, appello che ritorna) che rendono palpabile l’isolamento; è altresì caratterizzata da un linguaggio emotivo: termini come “dolore,” “fantasie,” “nostalgia,” “cicatrici” e “lacrime” costruiscono un campo semantico di profonda malinconia e sofferenza interiore.
“Alieni”, per concludere, è una bella meditazione lirica sulla condizione umana di disconnessione. Al Shaikh Ahmed usa la figura dell’alieno per esprimere la sensazione universale di essere fuori posto, dove l’unica via d’uscita è cercare di dare un senso al dolore attraverso l’arte (la chitarra) e una malinconica auto-ricognizione, sapendo che gli appelli per un vero legame sono destinati a ritornare in lacrime.

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1 commento su “La poesia del saudita Nasser Al Shaikh Ahmed…di Domenico Pisana”

  1. Excellent poetry! My sincere Congratulations to a Dear and talented Friend, Nasser Al Shaikh Ahmed. His poetry is indeed filled with his personality, love for people, and a deep understanding of compassion, as well as suffering. Thank you for sharing your gift, my friend. It was a pleasure reading your excellent poems. Bless you always.

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