Leone XIV e Putin: quando la forza morale incontra il cinismo del potere… di Rita Faletti

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A tre giorni da un delicato intervento chirurgico al polmone, ancora ricoverato al Gemelli, Papa Leone XIV telefona a Vladimir Putin per chiedere una tregua umanitaria nella città ucraina di Oleshky, occupata dalle forze russe. Una tregua per consentire l’arrivo di cibo, medicinali e l’evacuazione dei civili. Un gesto che rivela una straordinaria determinazione morale e una sensibilità verso la sofferenza umana che neppure la malattia è riuscita a mettere in secondo piano. La risposta del Cremlino è un esercizio di retorica. Putin evoca la collaborazione con il Vaticano nella difesa dei cristiani e nella promozione di valori spirituali e morali condivisi. Parole che suonano come una provocazione, pronunciate dal responsabile politico di una guerra di aggressione che da oltre quattro anni devasta l’Ucraina, semina morte tra i civili e distrugge città. Il Papa chiede di fermare le armi. Putin risponde parlando di cristianesimo e cooperazione. Il Papa chiede una tregua, Putin evita accuratamente di impegnarsi a sospendere le ostilità. Difficile immaginare una distanza maggiore tra una richiesta di umanità e un rifiuto mascherato. Ma la telefonata decisa dal Papa offre una prova ulteriore della sua natura: Leone XIV elude il linguaggio diplomatico della Santa Sede per imprimere al proprio appello un accento diverso, testimoniando la volontà di intervenire concretamente in difesa delle vittime, senza rinunciare al dialogo con chi ha il potere di fermare gli eccidi. In questo atteggiamento si può cogliere una differenza tra Prevost e il suo predecessore. Bergoglio aveva ripetutamente invitato alla pace, ma alcune sue dichiarazioni, dal riferimento all’ “abbaiare della Nato alle porte della Russia” al “coraggio della bandiera bianca”, avevano alimentato l’impressione di una diplomazia incapace di distinguere con sufficiente nettezza le responsabilità dell’aggressore da quelle dell’aggredito. La pace non è una formula astratta e non può trasformarsi in un’equidistanza morale tra chi invade e chi si difende. E’ una differenza di impostazione che merita attenzione, perché il dialogo è indispensabile, ma perde significato quando finisce per oscurare le responsabilità. La telefonata di Leone XIV non è fine a se stessa, ma al servizio di una richiesta precisa: fermare la violenza per soccorrere gli innocenti. Il cristianesimo non si misura dalle parole pronunciate in sua difesa, ma dal rispetto della vita umana: Putin può continuare ad evocare i valori cristiani mentre calpesta il comandamento più elementare: non uccidere.

 

 

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