
Alaa Abdel-Hadi è poeta, critico e accademico egiziano. Presidente del Sindacato Generale dell’Unione degli Scrittori Egiziani e Segretario generale dell’Unione Generale degli Scrittori e Letterati Arabi, ha conseguito il dottorato all’Accademia Ungherese delle Scienze con specializzazione in letteratura comparata. La sua opera si muove tra tradizione e sperimentazione, dialogo con la filosofia e rinnovamento della lingua poetica.
Nella raccolta di Alaa Abdel-Hadi del 2007, «Trascurato – lo trovate seguendo un’ombra», e in particolare nel testo «Canti ridotti all’essenza», si coglie una poetica che rivela il suo volto più vero e significativo:
Non biasimare il cuore per un amore che ti ha messo alla prova,
non affliggerti per un amore che ormai s’è dileguato.
Getta l’affanno sul cammino verso l’unione, e sii
lieve come aria, rugiada o tumulto.
Tu che hai assistito ai sospiri degli innamorati,
ascolta con gli occhi, non dare ascolto a chi è lontano.
Attingi alla fonte del verso – forse ne coglierai le bellezze –
e resta saldo davanti all’amore, anche dopo che avrà teso le sue reti.
La bellezza, tutta luce, scorre su di lei per avvolgerla interamente –
con tale splendore, sia nuda, sia velata, ella abbaglia lo sguardo.
Cercavo forse un grembo che mi accogliesse e mi desse pace
nei suoi occhi, per poter cessare la fuga?
Il giorno dell’incontro, quando la luna piena stava pudica
dinanzi alla sperata – che stupore!
Lei fuggiva da me un poco, poi divampava –
per aprire il cuore affranto, con tutta la pena in esso raccolta.
Così partii verso l’ardore per tesserle un volto,
così che la pupilla vedesse ciò che aveva atteso.
La luce avanza con lei, lei la appaga e la libera,
e lungo il cammino mi porta, ora lontano, ora vicino.
Mi fermai a invocare colei il cui splendore scorre
come il tormento – bello, ardente, che trema.
Quanto è dolce l’amore per lei quando lo ricambio,
ancor più quando so conquistarlo con astuzia, o quando sceglie chi l’ha cercato.
Ho sofferto d’amore per lei. Quanto la desidero ancora –
come l’umile polvere che invoca l’acqua e le nuvole!
Chi potrebbe sollevare un cuore dall’amore che porta,
o dalla bellezza di una presenza che nelle viscere si è fissata?
Tra le vie c’era la mia ombra, inclinai il mio corpo verso di lei,
poi tornai… tra le sue braccia, e l’ombra crebbe.
Lei mi teneva compagnia, e la gioia era con noi terza,
finché spuntava il mattino o calava la sera, giocosa.
Quanta cenere ho lasciato ardendo per amor suo,
senza che l’amore cancellasse né il desiderio né la stanchezza!
Beati i due cuori provati dall’abbandono e dall’insonnia:
ancora sospiro un tempo che raramente mi fu donato.
L’amore offre un dono che, se benevolo, ci disseta,
se malevolo, ci lascia nella fatica.
Oltre il sentimento
A un primo sguardo, il testo “Canti ridotti all’essenza” pare collocarsi nel solco di una tradizione lirica ben riconoscibile: l’amore, l’incontro, la distanza, il desiderio, la nostalgia. Ma, nel prosieguo della lettura, l’esperienza amorosa si dilata in una dimensione più profonda. L’amore si configura quale strumento che interroga la percezione, la memoria e l’identità del soggetto. Di notevole rilevanza risulta il verso: «ascolta con i tuoi occhi». L’immagine infrange deliberatamente la separazione tra i sensi: vedere diviene ascoltare, mentre l’ascolto eccede l’atto dell’udito per elevarsi a forma di conoscenza. L’occhio viene chiamato ad ascoltare e lo sguardo si apre così ad accogliere ciò che normalmente appartiene alla sfera dell’udito.
Si tratta, dunque, di un procedimento caratteristico del testo, che cerca di varcare il significato immediato delle parole per attingere a una dimensione percettiva più alta e complessa della realtà.Il medesimo procedimento si manifesta nell’immagine: «per tesserle un volto». Qui la traduzione sceglie il verbo «tessere» per restituire l’idea di un volto che emerge e si definisce attraverso l’esperienza poetica. Il volto dell’amata non si esaurisce nella contemplazione: diventa una figura che il poeta tenta di scolpire nel desiderio, nella memoria e nell’immaginazione. «Tessere» introduce in tal modo un gesto lento e progressivo, di natura quasi artigianale, nel quale la parola poetica si fa luogo in cui si raccolgono e si intrecciano frammenti dell’esperienza.
L’immagine riveste inoltre un valore percettivo: il poeta si orienta verso l’ardore per dare forma a ciò che l’occhio attende di riconoscere. La poesia non si limita pertanto a riprodurre un volto già costruito, ma prende parte alla sua apparizione, tramutando l’esperienza amorosa in immagine. Anche l’espressione «fonte del verso» rafforza il rapporto tra esperienza e poesia. Il gesto dell’attingere suggerisce che il verso non si riduca soltanto a una forma attraverso cui il sentimento viene espresso, ma si elevi a una fonte alla quale rivolgersi per coglierne le bellezze.
La poesia diviene così parte integrante dell’esperienza amorosa e, insieme, uno strumento attraverso cui attraversarla. L’amore, inoltre, non si offre soltanto come un sentimento passivo. Quando «ha teso le sue reti», si rivela forza capace di catturare e coinvolgere il soggetto. Anche il tentativo di mantenersi saldi dinanzi all’amore non significa sottrarsi per sempre alla sua influenza, ma riconoscerne la capacità di agire sul soggetto e di trasformarlo.
Luce e ombra
Uno dei nuclei simbolici più densi del testo si concentra nel rapporto tra luce e ombra.
La luce cinge la bellezza dell’amata, rischiara lo sguardo e attraversa il cammino del poeta. Ma accanto alla luce si manifesta progressivamente l’ombra, fino al momento culminante in cui il poeta incontra la propria: «Tra le vie c’era la mia ombra, inclinai il mio corpo verso di lei, poi tornai… tra le sue braccia, e l’ombra crebbe». Qui l’ombra non rappresenta meramente l’assenza della luce. Si fa presenza, traccia, quasi una memoria incarnata nei sensi. Il poeta si inclina verso la propria ombra e, di lì a poco, ritorna tra le braccia dell’amata. Il titolo medesimo della raccolta – «Trascurato – lo trovate seguendo un’ombra» – suggerisce che l’ombra non sia mera privazione di luce, ma un indizio da seguire per riconoscere ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Una relazione circolare si delinea così tra presenza e assenza: ciò che è lontano continua a sopravvivere attraverso le tracce che ne restano.
Anche la luce, nel testo, non si limita a una presenza statica. «Scorre», accompagna, libera e porta via. Essa è una forza in movimento, atta a modificare la posizione del soggetto e a trascinarlo «ora lontano, ora vicino». Luce e ombra non costituiscono quindi semplicemente una contrapposizione tra visibile e invisibile, ma si pongono come elementi complementari di un processo attraverso il quale memoria e desiderio si intrecciano.
Dal fuoco alla cenere
Un altro campo simbolico di importanza fondamentale è quello del fuoco. L’amore arde, il desiderio brucia, il tormento si accende; ma il fuoco, alla fine, lascia la cenere. Nel testo, tale dimensione risuona nelle immagini «divampava», «ardore» e «ardente», che progressivamente tessono un campo semantico del fuoco:
«Quanta cenere ho lasciato ardendo per il suo amore,senza che l’amore cancellasse né il desiderio né la stanchezza!»La cenere assume qui una funzione che va oltre la semplice rappresentazione della fine. È ciò che resta dopo l’incendio del sentimento, ma è anche una traccia dell’identità del soggetto. Nella tradizione poetica araba, la cenere può evocare la dispersione o l’oblio. Qui, al contrario, la cenere non si disperde, ma rappresenta una figura di persistenza, che serba il desiderio, la stanchezza e ciò che il fuoco non ha distrutto. Il fuoco consuma, ma non cancella del tutto: trasforma.
E proprio nella cenere ciò che è stato consumato continua a rendere testimonianza dell’esistenza del fuoco.In questo senso, la cenere diventa una forma di memoria: ciò che è stato bruciato non scompare del tutto, ma lascia un residuo capace di conservare la traccia dell’esperienza.
La poesia di Alaa Abdel-Hadi sembra collocarsi proprio in questo spazio liminale: tra ciò che scompare e ciò che rimane, tra esperienza e memoria.
La memoria in movimento
Uno degli aspetti più affascinanti del testo è il suo legame con la tradizione poetica araba.
Il lettore incontra immagini familiari: la luna piena, gli occhi dell’amata, l’incontro, il desiderio, la separazione, il cammino, la nostalgia. Si tratta di immagini profondamente radicate nella memoria della poesia araba. Ma queste immagini vengono costantemente trasformate mediante associazioni inattese e attraverso un impiego della percezione che ne modifica la funzione.
La luna non costituisce soltanto un elemento paesaggistico; la luce non è mera illuminazione; l’occhio non è soltanto organo della vista; l’ombra non si esaurisce in un elemento di oscurità. Ogni elemento acquisisce un senso aggiuntivo nel momento in cui viene posto in relazione con l’esperienza intima del poeta.
In tal modo, tutto assume valore di segno. Ed è proprio qui che si evidenzia una delle caratteristiche peculiari della poesia di Alaa Abdel-Hadi: la tradizione non viene rinnegata, ma reinvestita attraverso una nuova sperimentazione linguistica e percettiva.Il poeta parte da immagini appartenenti alla memoria della poesia araba e le porta verso un territorio contemporaneo, più introspettivo e concettuale. La trasformazione non riguarda esclusivamente il piano dei significati, ma si estende anche alla percezione: l’occhio che ascolta, la luce che si fa cammino, il volto che si tesse sono segni di un rinnovamento che agisce sulle relazioni tra i sensi, tra l’attesa e l’apparizione.
La tradizione non viene quindi cancellata nella sua familiarità, ma posta in movimento: l’occhio ascolta, il volto viene tessuto, l’amore tende le sue reti, la luce libera e trascina, l’ombra cresce e la cenere conserva ciò che il fuoco non ha completamente distrutto. È proprio in questa trasformazione delle immagini ereditate che la tradizione entra in dialogo con una sensibilità poetica contemporanea.
La poesia come trasformazione
«Canti ridotti all’essenza» non si limita semplicemente a narrare una storia d’amore, ma riduce progressivamente l’esperienza ai suoi elementi costitutivi: desiderio, incontro, distanza, memoria, luce, ombra e cenere. Il canto viene spogliato dell’aneddoto per arrivare a ciò che sopravvive alla scomparsa dell’evento. L’amata può allontanarsi, l’incontro può trasformarsi in ricordo, il fuoco può mutarsi in cenere; tuttavia qualcosa continua a resistere, ostinato: la parola. È forse questa l’essenza autentica del canto nella poesia di Alaa Abdel-Hadi: non ciò che il poeta riesce a possedere, bensì ciò che residua nel momento in cui tutto il resto si allontana. E ciò che rimane non è il silenzio, ma una traccia. Un’ombra da seguire.Una luce da ritrovare. Una cenere che serba ancora il calore del fuoco.
Shirin Elnawasany
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Shirin Elnawasany è accademica, critico letterario e traduttrice egiziana. Professoressa Associata di Scienze della Traduzione presso l’Università della Capitale, ha conseguito il dottorato nel 2005 con una tesi su Giovanni Verga. Ha collaborato con università italiane e pubblicato studi su traduzione, analisi contrastiva e critica letteraria, con particolare attenzione al dialogo tra letteratura araba e italiana contemporanea. È membro dell’Unione degli Scrittori Egiziani e Vicepresidente dell’Associazione dei Traduttori e Linguisti Egiziani.


