Una Lega o due?… l’opinione di Rita Faletti

Da Romeo a Fontana, il richiamo alle radici del movimento mette alla prova la leadership di Salvini
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All’interno della Lega si sta consumando un conflitto che per lungo tempo si è mantenuto a bassa intensità. Malumori, esternazioni sottovoce, scontento, frustrazione. Nessuno aveva messo in dubbio il segretario al quale si attribuisce il merito, giustamente, di aver portato la Lega al 30 per cento dal 5. Il consenso, però, non sempre è indice di scelte intelligenti. Anzi, quasi sempre, è proprio il consenso a dettare la linea anche se sbagliata. Populismo al potere: la causa principale di decisioni che privilegiano risultati immediati ma insignificanti rispetto a visioni di lungo periodo e utili al Paese. Tra Nutella e selfie, Salvini è riuscito a dissipare il patrimonio politico accumulato negli anni, riportando la Lega ai livelli da cui era partita. A pagare il prezzo maggiore è stata la componente amministrativa del partito, incarnata dai governatori e dagli amministratori del Nord, che hanno dimostrato pragmatismo e capacità di governo nelle regioni più produttive del Paese. Le scelte su cui il “capitano” aveva scommesso per consolidare la propria leadership hanno finito per logorarlo, mettendone in luce limiti e conseguenze. Finalmente, l’insofferenza e le contestazioni sembrano aver trovato voce. Non è soltanto una questione di leadership. In gioco c’è la natura stessa della Lega: da un lato il partito dei territori, degli amministratori e delle imprese del Nord; dall’altro la costruzione di un consenso personale fondato sulla comunicazione permanente e sulla ricerca dell’impatto immediato. Per anni le due anime hanno convissuto. Propaganda e lavoro efficace. Oggi, però, i risultati elettorali e la crescente marginalità politica di Salvini rendono il conflitto difficilmente occultabile. Il nodo è che l’attuale segretario non appare più in grado di rappresentare una prospettiva di crescita. La strategia che gli aveva consentito di conquistare il partito e portarlo ai massimi storici si è trasformata nel suo principale limite. La rincorsa continua ai temi più divisivi e alle polemiche del giorno ha progressivamente indebolito il profilo di una forza che, quando ha ottenuto i risultati migliori, si presentava come interprete degli interessi produttivi del Paese. È in questo contesto che prende forma la sfida interna. Non tanto contro Salvini come persona, quanto contro un modello politico che molti, nella Lega, considerano ormai esaurito. I segnali di un cambiamento arrivano da figure che, fino a poco tempo fa, evitavano accuratamente di mettere in discussione la leadership del segretario. Massimiliano Romeo, nel suo libro Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento, non invoca un cambio al vertice, ma richiama il partito alle sue radici: il rapporto con i territori, l’ascolto delle comunità locali, il legame con il tessuto produttivo che ha sempre rappresentato la vera forza del movimento fondato da Umberto Bossi. Più esplicito è Attilio Fontana, governatore della Lombardia: «Nessuna soluzione va esclusa a priori». Una frase che, nel lessico della politica, suona come un avvertimento. Tutti gli occhi sono ora puntati su Pontida. Sul Pratone parlerà Salvini, ma altrettanta attenzione sarà rivolta agli interventi di Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e dello stesso Fontana. Se il fronte dei governatori dovesse chiedere l’apertura di una fase congressuale, il confronto non potrebbe più essere rinviato. Per anni la Lega è riuscita a tenere insieme anime diverse sotto una leadership forte. Oggi quell’equilibrio appare incrinato. La domanda non è più se il partito debba cambiare, ma in quale direzione. E soprattutto se da questa resa dei conti nascerà una Lega rinnovata o, di fatto, due Leghe: quella dei territori e quella del “capitano”.

 

 

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