Dai libri del tempo, i settecenteschi cioccolatieri modicani…di Grazia Dormiente

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La mostra documentaria sulla certezza anagrafica del cioccolato di Modica esposta al Palazzo della Cultura nel Museo del Cioccolato dal 1914, narra la dolce fabrilità della capitale dell’omonima Contea, dove già nel 1746 il “cicolateri”(sic) Giuseppe Scivoletto amalgamava più di una cotta di cioccolatti al servizio dell’ill.ma Sig.ra D.na Anna Grimaldi, esponente del casato nobiliare, le cui leggendarie origini rinviano addirittura a Pipino re di Francia e ai suoi due figli Carlo Martello e Grimaldo. (C. Venasque Feriol, 1647)
Il giacimento memoriale ed in particolare le preziose testimonianze, che nell’Archivio di Stato di Ragusa-Sezione di Modica trovano degna dimora, hanno confermato la feconda intuizione del direttore del CTCM, Nino Scivoletto, promotore della ricerca, assecondata anche dal presidente pro tempore della Fondazione Grimaldi, prof. Orazio Sortino e coinvolgente Annamaria Iozzia, direttrice dello stesso Archivio custodito a Modica, Lucia Buscema, catalogatrice bibliotecaria e la scrivente in qualità di coordinatrice e responsabile della ricerca. La fedele presentazione dei fogli manoscritti, corredati da esplicative didascalie, consente di attraversare, come in un viaggio immaginario, un consistente arco temporale (1746-1801) all’insegna del consumo di cioccolata nella varietà più ricercata, quella confezionata con cacao di caracca, come si addiceva all’aristocratica golosità.
Le datate, e pur sempre seducenti, nomenclature della cultura materiale e dei suoi artefici hanno vitalizzato le inebrianti emozioni che si celebrano tutt’oggi nel palato e nel naso per la ricchezza di sapori e di profumi antichi, travolgente sinestesia sperimentata da convinti degustatori. Così libbre di cacaos, rotoli di zuccaro a formenti o gileppato, once di avanigli e di cannella, qualche volta di noce moscata, [ tras-] porto della balata, stiglio, carta straccia, bianca e turchina, in genere carta di Napoli, si susseguono nelle Note di Spese grimaldiane, reiterando parole, gesti, colori, aromi, che narrano la fascinosa storia dei maestri cioccolatieri di Modica, depositari di una lunga tradizione e perciò impegnati nella tutela del granuloso e aromatico cioccolato, da ascrivere, certamente, al patrimonio della memoria collettiva. D’altra parte l’Archivio è ufficialmente un “bene culturale”, non perché conserva tutto, “ma perché rispecchia, nella conservazione e nell’eliminazione, i criteri e i valori di una data cultura – limitata nel tempo, nello spazio, e addirittura nelle classi e nei ceti” (Mario Stanisci, Elementi di Archivistica, Udine, 1982).
Per servigio della già citata Anna Grimaldi, madre di Giuseppe Grimaldi, che intraprese la carriera ecclesiastica, e del fratello Michele che sposò Antonia Nicolaci dei Principi di Villadorata di Noto, ciccolatieri (sic) di provata maestria preparavano la pregiata cioccolata, spesso annoverata fra i regali gastronomici elargiti a familiari e conventi, come è certificato nella nota del 3 dicembre 1785, relativa alle due cotte di “cioccolatte” “per le nostre figlie e per noi”.
Emersi dai libri del tempo, i cioccolatieri ripetono la secolare gestualità di iberica importazione, inverando le ragioni storiche della tipicità del cioccolato di Modica. Non sono solamente le note dei Libri Contabili del Settecento, ma anche il carteggio di Michele, Cavaliere della Gran Croce, con il cugino Paolo Maria Ascenso residente a Palermo. Da tale rapporto epistolare si ricavano anche i circuiti commerciali sostenuti dalla richiesta del cacaos migliore da far manipolare con cannella doppia proprio a Palermo, da dove a mezzo di fidati bordonari, corrieri e messi di delizie, il leggendario caracca giungeva a Modica in apposite cassette.
Mutati i tempi, gli utensili e le contingenze, perdura la fabrilità, garante dell’arte cioccolatiera modicana:

1785 dicembre 3, Modica

Spesa di onze 6.14.18 per
due cotte di “cioccolatte
per le nostre figlie e per noi”
così ripartite: onze 3.5per rotoli 20
di carachiglia comprata dai Napolitani di
Noto, onze 1.18 per oncie 12
di cannella comprate dagli
stessi Napolitani, onze 1.0.5
per rotoli 11 di zucchero
comprato a Modica, tarì 20 per
la “maestria” pagata a Giuseppe
Melita e Giacinto Scapellato,
cioccolatieri, grani 16 per
carta bianca e carta straccia, e
grani 17 per il trasporto della
“balata”.

Il viaggio, suggerito visivamente dall’altorilievo ITALIA in cioccolato di Modica, connette luoghi e fabbriche dove abili maestri del gusto e del buono amalgamavano il cibo degli dei per i palati di elitarie gerarchie sociali, le sole che nella Modica settecentesca animavano il rito della cioccolata calda.
Nell’ottobre dello stesso anno 1785 altre due cotte di cioccolato per opera della maestria di Giuseppe Melita e di Giacinto Scapellato, così si ricava nell’arco temporale compreso tra il 1746 e il 1785 la presenza di ben cinque cioccolatieri attivi. Se si considera il trasporto della balata a Siracusa, porto dove giungevano alcuni carichi di cacao.
Non poteva che venire alla luce a Modica la certezza anagrafica sull’avventura modicana della consuetudine cioccolatiera che sin dal settecento inebriò elites locali e gerarchie ecclesiastiche. I Grimaldi, unitamente agli Ascenzo, ai Lorefice, ai De Leva, per citarne solo alcuni, furono i blasonati interpreti dello stile signorile della città, se ancora nel maggio del 1808 l’abate Paolo Balsamo, annotava nel suo Giornale di viaggio che era «eccellente la cioccolata» degustata nel corso della sua visita nel territorio ibleo.
Altrettanto eccellente si è rivelata la suggestione espressa da viaggiatori, da turisti e da numerosi studenti, siciliani e non, che in visita a Modica hanno potuto apprezzare la storia dei piaceri dolci, evocati dalle fonti archivistiche riprodotte nella sala museale, che ha certificato la presenza dei maestri cioccolatieri a Modica a partire dal Settecento.
I dati archivistici e storici non sono strumenti per nude primazie commerciali, ma patrimonio collettivo di verità.

Grazia Dormiente

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2 commenti su “Dai libri del tempo, i settecenteschi cioccolatieri modicani…di Grazia Dormiente”

  1. Siamo proprio alla confusione mentale più totale: un museo del cioccolato nel 1914, cioccolattieri nel 1746 a Modica, Grimaldi che Grimaldi non sono e che rimandano ad accertate genealogie storicamente false, famiglie di carbonari, gli Scivoletto, per intere generazioni fino all’Ottocento scambiati artatamente per cioccolattieri, assemblamenti dinastici e storici ad uso e consumo narrativo, etc… Siamo nel marasma mentale assoluto o nella mitomania più sfrenata.

  2. Il Mito del Cioccolato di Modica: Tra “Cherry Picking”, Marketing e Verità Storica: Il Cioccolato di Modica IGP è innegabilmente una delle eccellenze gastronomiche siciliane più amate e riconoscibili al mondo. Tuttavia, attorno a questo straordinario prodotto è stata costruita negli anni una narrazione storica che, a un’analisi più attenta, rivela profonde crepe.
    Analizzando i testi e le fonti con rigore, emerge un uso massiccio di una logica nota come “cherry picking”: la pratica di selezionare e presentare solo le prove e i documenti che confermano una specifica tesi, ignorando deliberatamente il contesto storico più ampio che la smentirebbe.
    Ecco come questa operazione di “marketing storiografico” ha trasformato una bellissima tradizione artigianale in un falso storico.
    L’esempio più lampante di questa selezione arbitraria delle fonti è il presunto “atto di nascita” del cioccolato modicano, che viene fatto risalire al 1746. Nei documenti dell’archivio della nobile famiglia Grimaldi vengono effettivamente citati l’acquisto di cacao e la presenza di cicolateri, questo documento però viene isolato e innalzato a prova inconfutabile che la barretta di cioccolato di Modica sia nata in quella data.
    In realtà, si tratta di un evidente salto logico. Ignorando il contesto europeo, si omette di dire che nel Settecento le élite di tutta Europa (da Torino a Parigi, da Venezia a Madrid) acquistavano fave di cacao. Quel cacao, a Modica come altrove, non veniva trasformato nelle odierne barrette solide, ma veniva preparato quasi esclusivamente per essere consumato come bevanda. Aver trovato una nota di spesa del Settecento non significa aver trovato l’invenzione dell’attuale barretta IGP..
    Oltre al documento del 1746, l’intera narrazione si regge su una serie di incongruenze storiche che non reggono alla prova dei fatti.
    La storia dell’industria dolciaria ci dice altro: fino alla fine dell’Ottocento, tutto il cioccolato in Europa era granuloso con una struttura molto simile al cioccolato di Modica. Fu solo nel 1879, con l’invenzione del “concaggio” e con altre migliorie tecniche come l’aggiunta di burro di cacao che il cioccolato cambiò struttura . Modica non detiene un “segreto esclusivo”, ma ha semplicemente e MERITORIAMENTE preservato una tecnica pre-industriale che il resto del mondo ha modernizzato. L’esaltazione dei “settecenteschi cioccolatieri modicani” fa immaginare una fiorente industria di botteghe che vendevano tavolette. La realtà storica ci dice che i cioccolatieri di quell’epoca erano perlopiù servitori specializzati o artigiani itineranti. Questi si recavano presso i palazzi nobiliari per macinare a mano le fave sul metate e preparare la cioccolata per i Signori del tempo. La produzione commerciale delle barrette a Modica è un fenomeno molto più tardo, a cavallo tra Ottocento e Novecento.
    La dimostrazioni di tutta questa approssimazioni diviene lampante davanti ad errori clamorosi nei testi divulgativi che vengono pubblicati. Affermare che la mostra documentaria sia esposta “nel Museo del Cioccolato dal 1914” costituisce un cortocircuito temporale. Il Museo di Modica è stato inaugurato nel 2014. Un errore che evidenzia la fragilità delle revisioni editoriali di questi testi. La storia reale del Cioccolato di Modica non ha alcun bisogno di essere forzata o edulcorata con titoli etnoantropologici e carte settecentesche decontestualizzate. Il vero valore di questo prodotto risiede nel suo essere uno straordinario fossile gastronomico: una sopravvivenza archeologica della lavorazione pre-industriale dell’Ottocento, salvata dall’omologazione grazie alla caparbietà delle storiche botteghe locali. Continuare a difendere il “mito del 1746” significa sminuire la vera, affascinante storia di resilienza artigianale che ha reso Modica un unicum nel panorama dolciario mondiale.

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