
Documenti d’archivio del XVIII secolo confermano che i “cicolatieri” lavoravano il cacao a Modica in Sicilia già nel 1746, servendo le nobili casate che avevano adottato il costume spagnolo di bere cioccolata aromatizzata alla cannella o alla vaniglia. La lavorazione era quella “a freddo” (manuale, su pietra), ereditata dai dominatori spagnoli. A differenza del moderno cioccolato industriale, quello del Settecento rimaneva granuloso perché lo zucchero non si scioglieva completamente.
Molte delle cioccolaterie più note di Palermo aprirono i battenti poco dopo la fine del secolo, come la storica Cioccolateria Valenti (fondata nel 1803), che mantenne per generazioni le tecniche artigianali tardo-settecentesche. Il 1723 in effetti è un anno chiave per la storia dolciaria di Palermo. Proprio in quel periodo, infatti, venne formalmente istituita la Maestranza dei Cicolatieri, separandosi da quella più generica dei pasticceri.
Nel 1723 furono approvati i nuovi capitoli (gli statuti) che regolamentavano la professione. Prima di allora, chi lavorava il cacao era spesso associato ad altre arti, ma la crescente domanda di “cioccolata in tazza” rese necessaria una corporazione dedicata. La “Maestranza dei Cicolatieri” seguiva un rigido disciplinare per distinguersi dalla produzione comune. Ecco le caratteristiche specifiche delle ricette dell’epoca.
1.La Lavorazione a Freddo
Il cioccolato settecentesco non era una tavoletta liscia, ma una massa granulosa. Gli ingredienti base erano solo due: pasta amara di cacao, ottenuta macinando i semi di cacao tostati su un piano di pietra riscaldato (il metate). Zucchero semolato: aggiunto a temperature mai superiori ai 40°C, impedendo ai cristalli di sciogliersi e conferendo la tipica consistenza “sabbiosa”.
2. Gli Aromi della Nobiltà
Mentre il popolo consumava cacao “di base”, i maestri di Palermo si specializzarono in aromatizzazioni estremamente complesse: Cioccolato al Gelsomino: Era il “top di gamma”, influenzato dalla ricetta segreta toscana di Francesco Redi (1626-1697), medico e naturalista aretino, celebre Archiatra (medico personale) dei Granduchi di Toscana Ferdinando II e Cosimo III de’ Medici. I fiori freschi venivano messi a contatto con il cacao per 10-12 giorni affinché ne assorbisse l’essenza senza l’uso di oli sintetici.
Nei palazzi nobiliari si usavano fissativi animali (ambra grigia e muschio) per rendere il profumo persistente e quasi afrodisiaco. Spezie calde: Cannella e Vaniglia erano onnipresenti, spesso mescolate in proporzioni variabili per coprire l’amaro del cacao. Particolare interesse suscita l’archivistica nota di spese del 1753, qui riportata (Fondo Grimaldi Archivio di Stato Ragusa, sez. di Modica) per la preparazione di cioccolato al servizio dell’illustre Don Giuseppe Grimaldi. In aggiunta al cacaos, zuccaru, ingredienti primari, e agli aromi di cannella e vaniglia, appaiono gli odori dell’ambra grigia e del muschio bianco, sicuri indicatori della filiazione spagnola del Cioccolato di Modica IGP.
L’ambra grigia nota anche con il nome poco poetico, ma molto più veritiero di vomito di balena. Trattasi di una secrezione che si trova nel dotto biliare e negli intestini della balena e che, rigurgitata di tanto in tanto dall’animale, galleggia e trasportata dalle correnti marine, si deposita infine sulle spiagge. Il vomito di balena – chiamata ambra grigia per la sua rarità e per il suo valore – è usato in profumeria.
“Muschio bianco” Secrezione prodotta dalle ghiandole odorifere del cervo muschiato (Moschus Moschiferus) originario dell’Asia centrale. Durante il periodo dell’accoppiamento, quest’animale marchia il territorio seminando delle piccole palline di muschio che secerne il suo organismo e che sono accumulate in due borsette attaccate sotto la sua pancia. Queste palline contengono il pregiato olio essenziale di ‘muschio bianco’.
3. Aspetti etici problematici
Appropriazione culturale: Una data (1746) che appartiene alla comunità modicana viene associata all’aura dell’IGP. Silenzio sui cioccolatieri storici: mentre si enfatizza la “tradizione”, raramente si menzionano i veri maestri del 1746 (Giuseppe Scivoletto, Antonino e Angelo Di Castro, Giuseppe Melita e Giacinto Scapellato.) Nell’arco temporale compreso tra il 1746 e il 1785 si ricava la presenza di ben cinque cioccolatieri attivi al servizio dei nobili Grimaldi. La ricerca sul 1746 è servita per l’IGP (bene della comunità)
Grazia Dormiente





9 commenti su “La fascinosa storia dei settecenteschi cioccolatieri di Modica…di Grazia Dormiente”
Adesso aspettiamo i sovvetsivi riluttanti con le loro “prove”…
Siamo di nuovo alle solite. Si pensa ancora una volta che a forza di ripetere frescacce storiche, si possa affermare una verità storica che non esiste. Anche stavolta si inanellano le solite falsità storiche per portare avanti una tesi bislacca che non rende onore alla città di Modica ed alla sua vera tradizione dolciaria, che nulla ha a che vedere con questa narrazione, perchè l’autentica tradizione artigianale cioccolattiera a Modica inizia, almeno storicamente, dal 1853, tradizione che fino al 1992 prevedeva l’uso dell’amido come addensante.
Nel 1746 non esisteva un cioccolattiere a Modica di nome Giuseppe Scivoletto, quello indicato nel documento, e basta leggerlo serenamente e letteralmente, è un carbonaio di casa Grimaldi che fornisce anzichè “cotte profumate di cioccolata” fasci di canne, carbone e legna e lo fa per tutto il Settecento. Scapellato e Melita nel 1746 erano, dai registri parrocchiali di San Giorgio e San Pietro a giocare a pinzellacchere per le strade modicane anzichè fare “cotte profumate di cioccolata”, mentre Antonino e Angelo Castro, a cui fa riferimento la ripetuta documentazione “cioccolattiera, anche quella del 1753, che non era riferita e attribuibile a Giuseppe Grimaldi, bensì alla madre Anna Vassallo ed al fratello Michele Grimaldi, erano ed operavano per tutto il Settecento a Palermo. A Modica nella seconda metà del Settecento invece vi fu una scellerata prova di imitare il cioccolato importato per tutto il Settecento e fino al 1848 a Modica da Palermo, ma tentativo fallito miseramente, tant’è che per aggiustare la poltiglia creata si dovette fare ricorso ai (veri) cioccolattieri di Noto i fratelli d’Amico, cioccolattieri napoletani al servizio del principe di Villadorata di Noto. E’ tutta la narrazione sbagliata (dolosamente?) per suffragare ancora una volta un errorre (?) madornale, che all’origine doveva riempire lo smodato ego di due persone.
Falsi miti e poca verità
Acqua passata non macina frumento al mulino .
Conta solo che ,a Modica si produce da tanto tempo un cioccolato tipico ,particolare ,con caratteristiche uniche ,
Infatti al primo assaggio si rimane un po sorpresi.
Poi il gusto prorompente, la sua granulosita , il gusto diverso in base all’aroma aggiunto, la potenza benefica che produce al cervello grazie allo zucchero non raffinato, e al cioccolato eccitante , ne hanno decretato il successo in tutta Italia. Punto .
Bene ,molto bene , evviva il Cioccolato di Modica,
Identità, tipicità, bandiera Modicana .
Grazie Franco Ruta ,
La tua visione ,il tuo impegno, la certezza che il cioccolato di Modica , meritava la ribalta nazionale
Hanno fatto si ,che oggi tutta Modica ne beneficia, con il lavoro di tanti cioccolattieri, con la crescita di tante aziende anche a livello nazionale,
Non c’è meglio di un prodotto food da abbinare ad un luogo per farlo conoscere a livello nazionale
Modica oggi c’è riuscita !!
Grazie al suo lungimirante cittadino Franco Ruta .
Tanta bile da parte di ominicchi che nelle vicende della vita non hanno naturalmente ruoli di prim’ordine.
AmoModica é già eccitato
Esistono gli stambecchi no vax e pure stambecchi no cioccolato no Quasimodo!!!
Che pena ci fate ma veramente fate una brutta vita eppure basta poco per essere felici.
Esistono gli ammuccalapuna proliquame, che aspirano all’immortalità… che paura!
@Penultimo, lei veramente è il primo della brigata. Si ecciti pure lei insieme ai compari Razio e AmoModica. Buona serata