
Un’opera di natura profondamente introspettiva e riflessiva, incentrata sull’esplorazione del concetto di solitudine, è quella che la scrittrice siracusana Gioia Pace offre al lettore nel suo libro L’ambiguità della solitudine, con prefazione di Massimo Arcangeli, maturato nel periodo del covid e pubblicato nel 2023 da Algra Editore; un testo che distingue tra la solitudine creativa dello scrittore e “quella negativa generata dal non essere accettato dagli altri”. Significativa risulta la citazione di Pessoa nella nota introduttiva dell’autrice: “Dolce è vivere soli / grande e nobile è sempre / viver semplicemente”; una citazione che racchiude in sé una profonda filosofia di vita basata sulla semplicità e sulla solitudine intesa non come mancanza, ma come pienezza.
Gioia Pace, richiamando Pessoa, rovescia immediatamente la percezione comune della solitudine, e invece di associarla alla malinconia o all’isolamento o di percepirla come una condanna, la vive come un rifugio, come uno spazio in cui la persona può ascoltarsi senza il rumore e le distrazioni del mondo esterno; da qui l’accettazione del concetto di dolcezza espresso da Pessoa, dolcezza derivante dalla libertà di essere sé stessi senza il bisogno di conformarsi alle aspettative sociali.
Anche la scrittrice siracusana collega la condizione della solitudine all’etica della semplicità, ad un modo di vivere concentrato sull’essenziale, libero dal superfluo materiale ed emotivo, ed essenzializzato in una forma di resistenza alla complessità e alla frenesia della vita della contemporaneità.
La solitudine è per Gioia Pace un presupposto necessario per la vera semplicità. Solo quando si è veramente soli con i propri pensieri si può discernere ciò che è veramente necessario e ciò che è solo un’aggiunta inutile; vivere soli porta chiarezza, e questa chiarezza è la base per una vita vissuta in modo “nobile”, ovvero autentico e con integrità morale.
L’opera poggia su una elaborazione concettuale che si dipana in cinque capitoli: La solitudine del quotidiano; Come un sicomoro ovvero La solitudine come un’opportunità; Una meravigliosa solitudine; La solitudine del personaggio ovvero Lo straniamento dell’intellettuale; La positività della solitudine.
Gioia Pace, avvalendosi di riferimenti a Giorgio Saviane, Vittorino Andreoli, Pessoa, Gandhi e a giornalisti di quotidiani nazionali che hanno scritto articoli nel tempo della pandemia, arriva ad una conclusione: “Lo stare dentro, durante la pandemia, ha permesso alle città di essere più pulite, ai cieli di essere più azzurri” ; fa altresì tesoro delle parole di Pessoa allorquando afferma: “Che piacere essere ampiamente soli! Poter parlare ad alta voce con noi stessi, passeggiare senza il fastidio di altri sguardi, reclinarsi sulla sedia in una fantasticheria indisturbata”.
L’autrice sembra apprezzare il piacere fisico ed emotivo che si sprigiona dalla solitudine, che non è una rassegnazione, ma una vera e propria esperienza libertà. L’atto di “parlare ad alta voce con noi stessi” descritto da Pessoa, è per Gioia Pace il segno più evidente della libertà totale, perché rappresenta la possibilità di dare voce ai propri pensieri, anche i più intimi o caotici, senza la necessità di moderazione, giudizio o interpretazione da parte di altri; è la conversazione più onesta che si possa avere, perché aiuta a dare forma ai pensieri sfuggenti, trasformando l’agitazione interiore in un dialogo strutturato con la propria coscienza.
Gioia Pace, interpretando Pessoa che esalta il “passeggiare senza il fastidio di altri sguardi” e il “reclinarsi sulla sedia in una fantasticheria indisturbata”, giunge alla propria conclusione, e cioè che la solitudine permette di ritornare alla normalità, nel senso che non c’è alcun bisogno di tenere una postura né di avere un’andatura adeguata o di nascondere la stanchezza o la distrazione, in quanto il corpo è libero di muoversi o riposare secondo la sua volontà; è libero di fantasticare, cioè di sognare ad occhi aperti, condizione fondamentale sia per la creatività e l’introspezione, sia per ampliare lo spazio personale, il tempo a disposizione per sé stessi e la capacità di essere autentici.
Nel secondo capitolo del libro, dal titolo Come Zaccheo ovvero la solitudine come opportunità , la scrittrice siracusana cita Marguerite Yourcenar, la quale afferma che “Non ci si imbatte nella solitudine , la si procura, la si cerca”, e prende poi a prestito l’immagine del vangelo di Luca allorquando Zaccheo, basso di statura, sale sull’albero per vedere Gesù; la riflessione dell’autrice si snoda quindi mettendo in evidenza che la vera solitudine è una condizione privilegiata, non una pena, perché permette all’uomo di diventare pienamente consapevole di sé e del mondo, libero dalle costrizioni e dalle distrazioni della folla. In pratica , Gioia Pace rovescia la prospettiva comune sulla solitudine: invece di vederla come un evento sfortunato o una condizione imposta dall’esterno, la presenta come un atto volontario e una scelta attiva, attenuando, così, l’idea della casualità, a favore di una visione della solitudine considerata non come qualcosa che capita addosso come una pioggia inattesa, ma come una scelta, ragion per cui la persona che sperimenta la solitudine non deve essere considerata una vittima passiva, ma un agente attivo che la desidera, la facilita, o ne crea le condizioni.
Riportando fonti giornalistiche(Corriere della Sera, La Stampa, La Sicilia etc..) nonché studi e ricerche ed autori come Zygmunt Bauman, Albert Camus, Rachel Carson, Marcel Proust, Octavio Paz, Manfred Spitzer, Gioia Pace offre un ventaglio di riflessioni sulla solitudine nel contesto del tempo della pandemia, affermando che “La chiusura e il distanziamento sociale se creano forti solitudini, permettono altresì non solo l’opportunità efficace di non essere contagiati , ma anche l’opportunità di recuperare noi stessi, anche se le situazioni economiche talvolta rendono la solitudine tragica”, p.59.
Gioia Pace è una scrittrice che interpreta, dunque, la solitudine non come vuoto, ma come spazio. È lo spazio necessario per la riflessione, la creazione artistica, la meditazione interiore e l’auto-analisi, atteso che non è possibile raggiungere una profonda conoscenza di sé o un’elevata concentrazione senza allontanarsi dal rumore e dalle richieste della vita sociale. C’è in tal senso, nel volume, una sfumatura importante che coglie l’ambiguità della solitudine: alla solitudine “cercata” come possibilità di riflessione interiore positiva, si aggiunge la solitudine imposta e dolorosa che determina isolamento o eremitaggio, cioè una rottura radicale con la società come è avvenuto nel periodo pandemico.
La positività della solitudine è il capitolo di chiusura del volume. Gioia Pace riporta una citazione di Giuseppe Prezzolini: “L’amore è sopra la scienza; e la solitudine è sopra l’amore”, addentrandosi poi in riflessioni aventi come punti di riferimento affermazioni di Papa Francesco, di autori come Noreena Hertz, Jean Giono, Umberto Galimberti , Soren Kierkegaard, Vittorio Andreoli, André Frossard , Umberto Saba, Curzia Ferrari.
La citazione di Prezzolini è molto interessante, perché suggerisce al lettore una preferenza per l’irrazionale, l’emotivo e l’umano rispetto al razionale, al misurabile e al sistematico di cui si occupa la scienza, che cerca di comprendere, classificare e controllare il mondo.
Da questo libro di Gioia Pace emerge con chiarezza un dato fondamentale, e precisamente che la solitudine, definita da Vittorio Andreoli “beata”, lungi dall’essere vista come una condizione di vuoto, fallimento o sofferenza, essa va ridefinita sia come spazio necessario e vitale per l’equilibrio psichico e spirituale dell’uomo e della donna della modernità, schiacciati dal rumore e dall’eccesso di connessione, sia come un’ azione terapeutica e rivoluzionaria per ritrovare sé stessi e, di conseguenza, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri.
La positività della solitudine, di cui Gioia Pace parla nel suo saggio, sta nel fatto che consente alla persona di “guardarsi dentro“, di spogliarsi del superfluo, delle inutili sovrastrutture e delle chiacchiere, lasciando solo ciò che è autentico; sta altresì nel fatto che in un’epoca di ipertrofia informativa e nevrosi, essa diventa un atto di cura verso la propria psiche, una sorta di “ecologia dello spirito” necessaria per nutrire una relazione feconda con sé stessi. Solo chi impara a stare bene con la propria solitudine può stabilire relazioni sane e armoniose con gli altri.
L’amore (o la compagnia) cercato per fuggire dalla solitudine porta a legami aggressivi, violenti o nevrotici; la solitudine, paradossalmente, è il fondamento per amare meglio. In sintesi, il messaggio di Gioia Pace è, in questo bel volume, un invito a riscoprire la dimensione contemplativa della vita, a sottrarsi al rumore e alla frenesia esterna per coltivare l’interiorità. La “solitudine positiva” di cui l’autrice parla è la condizione che permette di essere liberi, pensanti e, in ultimo, autenticamente umani e capaci “di trovare – scrive Gioia Pace – uno spiraglio che è la Fede. La Fede è data dalla Grazia , ovvero dal caso , poiché non la si ottiene volendola ed è il sostegno della vita quotidiana per chi ne sente il bisogno. Non bisogna dare alla parola Fede – prosegue l’autrice – il significato straordinario e dogmatico che ordinariamente essa riceve ; la Fede non è l’accettazione di un catalogo di tesi; è un potenza vitale e polivalente. La Fede non si può insegnare. C’è o non c’è. E’ dentro di noi come parte del nostro destino, forse iscritta nei nostri cromosomi, dove la nostra storia futura è segnata in ordini scritti in stenografia fisiologica, pp.175-176.
Ha sete l’anima mia,
a te anela tutto il mio essere
come terra deserta, arida, senz’acqua.
La tua grazia vale più della vita.
Con voci di gioia ti loda la mia bocca.
Sempre ti voglio ricordare.
Sei tu il mio aiuto.
Esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia
E tu mi proteggi.
(cfr. Salmo 63)
“…Dio, impossibile nella logica, conclude Gioia Pace nel suo volume, diventa possibile nella preghiera, che è semplicemente un atto di esperienza creativa. Per dimostrare l’esistenza di Dio non c’è altro mezzo , se riusciamo, che di evocarlo nella preghiera, di crearlo nel proprio piccolo, nella propria solitudine, nel proprio cuore”.
Concludendo, L’ambiguità della solitudine è un libro sicuramente da leggere, perché ci mette di fronte ai due volti della solitudine: quello positivo: la solitudine come scelta e crescita, fonte di creatività, spazio necessario per l’introspezione, il pensiero e l’atto creativo; e quello negativo: la solitudine come smarrimento ed esilio, angoscia, tormento. Gioia Pace ci fa compiere un viaggio dentro questa ambiguità, dimostrandoci che non si può liquidare lo stato di solitudine con un semplice giudizio negativo, ma bisogna coglierne la complessa dualità che modella la nostra esistenza.





