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“La maledizione del tono” del poeta Sokolović…di Domenico Pisana

Tempo di lettura: 2 minuti

Emir Sokolović è un autore bosniaco che ha alle spalle diverse pubblicazioni di poesie, a partire dal 1983 quando dà alle stampe Dove e perché, fino a poi giungere alla pubblicazione di numerose opere poetiche incluse nel progetto intermediale Apocalisse, che rispecchia la percezione soggettiva dell’autore sulla follia della guerra nei Balcani; ed ancora, opere teatrali come “Paride – o è inutile crocifiggere Cristo”, ed opere antologiche. Emir Sokolović, molto conosciuto in Italia, è anche un dinamico promotore di importanti eventi culturali e Festival letterari organizzati in collaborazione con l’Ambasciata italiana di Sarajevo, tra quali il più noto è il Festival Letterario Internazionale “La piuma di Živodrag Živković”.
Il suo ultimo libro, bilingue, bosniaco – italiano, del quale ci occupiamo, porta il titolo La maledizione del tono.
Si tratta di una pièce teatrale in tre atti, con la quale Emir Sokolović offre un altro aspetto della sua poliedrica personalità: egli passa infatti, con rilevante versatilità, dalla poesia al teatro, e con questa opera riesce a riattualizzare nella contemporaneità figure mitologiche come Orfeo, Euridice e Persefone.
L’autore riprende e ricrea antichi miti, li riveste di contenuto, di modi propri di espressione, superando la concezione del mito come genere letterario antistorico e frutto esclusivo della fantasia, e costruendo, invece, atti teatrali nei quali si serve del mito inteso come “facoltà d’intuizione – direbbe Henninger – che ha le sue radici negli strati più profondi dell’anima, una facoltà di afferrare intuitivamente le realtà invisibili, anzi trascendenti”. (1)
E in questa luce, allora, possiamo anche affermare che Orfeo, Euridice e Persefone, rappresentati dai personaggi Monk, Sibil e Graziella, appaiono in quest’opera il “prototipo” di ciò che storicamente si può registrare nell’esistenza umana, e in essi troviamo – affermerebbe Paul Tillich – il mito come “realtà”, come “verità dell’interpretazione metafisica”, come parabola del ritorno alla verità della coscienza.
Interessante nella prima scena del primo atto dell’opera, la conversazione tra Graziella e Monk all’interno di un ospedale; si discute dell’amore, e dal dialogo tra i due scaturisce un intreccio di sentimenti, una gnoseologia dell’amore che nasce, si costruisce, si arricchisce e si perde, e che – come dice Monk rivolgendosi alla sua interlocutrice – non deve distruggersi pure “quando la fiamma si spegne”; anzi – prosegue Monk – “sii felice… di guardare con lo stesso sentimento la persona da te prescelta”.
Nel secondo atto, l’autore porta sulla scena l’immagine di un “bordello” dove si stagliano varie figure: animatrici, barman, ospiti felici, mentre Graziella se ne sta in un angolo, seduta da sola al tavolo. Nella sala c’è anche un pianoforte.
Sokolović riporta all’essere dialoghi in cui emergono temi come quello della felicità e della bellezza della musica quale “dono veramente divino”. Il dialogo tra Monk e Sibil, cui si aggregano altre ragazze della “Casa felice”, fa emergere dunque temi esistenziali di grande interesse. Anzitutto il tema della felicità. I protagonisti del dialogo portano alla luce tante domande sicuramente più profonde, del tipo: quando siamo davvero felici? La felicità “capita” o si “costruisce”? La felicità dura nel tempo? La felicità o l’infelicità dipendono da noi? Per essere felici bisogna: “fare” qualcosa, “avere” qualcosa” o “essere” in un certo modo? La felicità è possibile o impossibile? “Chi è felice del tutto? Qual è la misura della felicità?” La risposta di Monk a Sabil rivela titubanze:

“…Cara signorina Sibil, chi è felice del tutto? Qual è la misura della felicità? Quando sono solo, e non raramente, penso proprio a questo. Non posso dire di aver trovato la risposta. La riflessione su ogni parola è molto complessa se vogliamo capire la sua essenza… Tutta la vita combattiamo per qualcosa, qualsiasi cosa essa sia, ed è proprio questa la sublimazione che ci impone la nostra interiorità decadente”.

Emir Sokolović mette in bocca al suo personaggio Monk una riposta dal sapore leopardiano, un sapore in base al quale l’uomo di oggi vive con la consapevolezza che la felicità è impossibile e quindi non serve neanche sperare di essere felici, ma basta vivere gli accadimenti con il maggior distacco possibile per evitare delusioni: “la felicità – scriveva infatti Leopardi nello Zibaldone – è di sua natura impossibile in un ente che ami se stesso sopra ogni cosa, quali sono per natura i viventi, soli capaci d’altronde di felicità… Quindi non sarete mai e non potete essere felici, né in questo mondo né in un altro”.
Dalla scena dialogica creata da Emir Sokolović emerge che “i più felici sono quelli che ne sanno di meno” e che gli “ascoltatori sono i più felici anche se non sanno leggere i fogli, e se non possono suonare”.
Altro tema interessante è proprio quello che tocca la musica. Monk rivela di appartenere al gruppo di coloro “che hanno bisogno di fare molta pratica in modo che quelli che ascoltano ricevano almeno una piccola parte della musica, una parte che possano suonare”. Ma molto rimane nascosto – aggiunge Monk – dietro i loro occhi.
Immergendosi in questi dialoghi, vengono in mente le parole del poeta Khail Gibran quando afferma che “la musica è la lingua dello spirito. La sua segreta corrente vibra tra il cuore di colui che canta e l’anima di colui che ascolta” (2) , tantè che Monk nel dialogo con Sibil risponde:

“…Cara signorina, sarò felice di provare a darvi una spiegazione.
Ci sono delle persone a cui piace la musica, e nient’altro interessa loro. Ascoltano e si divertono. Sono brave persone, ma non sono creatori nella musica, in nessuna parte di essa. Adorano e ascoltano solo la musica che amano. Lei, la musica, che non ama loro, li raggiunge indipendentemente da qualsiasi cosa, e anche dalla loro qualità. D’altra parte, si può notare anche il contrario; persone che sono musicalmente istruite e che possono leggere le note e magari scriverle. Se sanno solo leggere, prendono possesso della pura musica e di una pura esperienza che l’Artista ci ha trasmesso. Se hanno un dono, è un dono veramente divino. E poi c’è il terzo gruppo a cui io appartengo, quelli che hanno bisogno di fare molta pratica in modo che quelli che ascoltano ricevano almeno una piccola parte della musica, una parte che possano suonare. Ma molto rimane nascosto, credetemi, dietro i loro occhi.”

Nelle due scene del terzo Atto, Emir Sokolović costruisce infine un percorso dove i personaggi, Monk, il barman, Sova, Graziella, interagiscono dentro un paesaggio di sentimenti e di delicatezze d’animo che lasciano trasparire la sincertità delle relazioni e la domanda su come l’uomo si posiziona nel sistema dei valori, tant’è che Monk dice al suo interlocutore: “Mi rende felice condividere l’alloggio con qualcuno di cui non conosco niente e che ha mosso la mia curiosità. Non c’è assolutamente altro, nulla che si riferisca a situazioni indesiderate. Solo un po’ di curiosità e voglia di parlare”.

L’autore di questa pièce teatrale mette al centro della sua elaborazione un principio etico fondamentale che l’uomo nella vita non sempre rispetta, e che nel dialogo tra Monk e Graziella viene indicato come “La Regola d’oro”:

“ Sono consapevole – dice Monk – che la modestia che ho scelto per la mia vita mi determina in un modo che mi consente poco. Ma assolutamente non mi viene in mente di venire meno alla parola data. Calpestare la parola, mai. Suppongo – risponde Graziella – che riguardi la Regola d’Oro…Sì, ribatte Monk. La nostra Regola d’Oro. E quando ho sentito che era quasi insopportabile soffrire questo dolore e non sporcare la mia reputazione, non ho visto un’altra soluzione nonostante non sapessi nemmeno dove andare (…) Per ora so che non mi arrendo e farò molto per vivere in pace con me stesso e con gli altri, e poi per combattere per un po’ di fortuna. Ho il diritto di farlo. E poiché so che nessuna fortuna viene servita su un vassoio, dovrò battermi per essa. Ma in ogni caso, lo farò in modo onesto e dignitoso”.

Un’opera teatrale, per concludere, che porta alla luce la capacità del poeta Emir Sokolović di maneggiare la parola per farle assumere anche il volto del teatro, quel teatro che – prendendo a prestito Federico Garcia Lorca – “è uno degli strumenti più espressivi e più utili per la formazione di un paese, ed è il barometro che ne segna la grandezza o la decadenza. (…) Il teatro è una scuola di pianto e di riso, è una tribuna libera dove gli uomini possono mettere in evidenza morali vecchie o equivoche e spiegare con esempi vivi norme eterne del cuore e del sentimento umano. (3).

Domenico Pisana

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Translation in bosniaco

Sposobnost intuicije u “Tonskom ukletstvu”Emir Sokolović…di Domenico Pisana

Ovom dramom u tri čina Emir Sokolović nudi još jedan aspekt svoje višestrane osobnosti: on, naime, sa znatnom svestranošću prelazi iz poezije u teatar, i ovim djelom uspijeva aktualizirati mitološke figure poput Orfeja, Euridike i Perzefone suvremenog svijeta.
Autor preuzima i rekreira antičke mitove, pokriva ih sadržajem, vlastitim načinima izražavanja, nadilazeći koncepciju mita kao antipovijesne književne vrste i isključivog ploda mašte, te gradeći umjesto toga kazališne činove u kojima on koristi mit shvaćen kao “sposobnost intuicije – kako bi rekao Henninger – koja ima svoje korijene u najdubljim slojevima duše, sposobnost intuitivnog shvaćanja nevidljivih, zapravo transcendentnih stvarnosti”. (1)

I u tom svjetlu, dakle, također možemo potvrditi da se Orfej, Euridika i Perzefona, predstavljeni likovima Monka, Sibile i Grazielle, pojavljuju u ovom djelu kao “prototip” onoga što se povijesno može zabilježiti u ljudskom postojanju, a u njima nalazimo – potvrdio bi Paul Tillich – mit kao “stvarnost”, kao “istinu metafizičke interpretacije”, kao parabolu o povratku istini svijesti.
Zanimljivo u prvoj sceni prvog čina, razgovor između Grazielle i Monka u bolnici; razgovara se o ljubavi, a dijalog između njih dvoje rađa preplitanje osjećaja, gnoseologiju ljubavi koja se rađa, gradi, obogaćuje i gubi, a koja se – kako kaže Monk obraćajući se sugovornici – ne smije ni uništiti “kad plamen zgasne” ; doista – nastavlja Monk – ” tada biti srećan … i istim doživljajem gledati na željnika”.
U drugom činu autor na scenu donosi sliku “bordela” u kojem se ističu razni likovi: zabavljači, barmeni, veseli gosti, dok Graziella stoji u kutu, sjedi sama za stolom. U dvorani se nalazi i klavir.
Sokolović vraća u bitak dijaloge u kojima teme poput sreće i ljepote glazbe izranjaju kao “istinski božanski dar”. Dijalog između Monka i Sibil, kojem se pridružuju i ostale djevojke iz “Sretne kuće”, tako donosi vrlo zanimljive egzistencijalne teme. Prije svega, tema sreće. Protagonisti dijaloga iznose na vidjelo mnoga svakako dublja pitanja, poput: kada smo zaista sretni? Sreća se “događa” ili se “gradi”? Traje li sreća tijekom vremena? Ovisi li sreća ili nesreća o nama? Da biste bili sretni morate: “raditi” nešto, “imati” nešto “ili” biti “na određeni način? Je li sreća moguća ili nemoguća? “ko je uopšte sretan? Šta je mjerilo sreće?” Monkov odgovor Sibili otkriva oklijevanje:

“…Draga gospođice Sibil, ko je uopšte sretan? Šta je mjerilo sreće? I sam nerijetko sam razmišljao o tome. Ne bih smio ustvrditi da sam našao odgovor. Razmišljanje o bilo kojoj riječi je jako složeno, ako želimo da shvatimo njenu suštinu… Cio život se borimo za nešto šta god to nešto da je i, naspram te uzvišenosti, imamo potrebu koje nam nameće naša trošna kuća”.

Emir Sokolović svom liku Monka stavlja u usta odgovor Leopardijevskog okusa, okusa po kojem današnji čovjek živi sa sviješću da je sreća nemoguća i da se zato ne treba ni nadati da ćeš biti sretan, već samo živjeti događaje s najvećom mogućom odvojenošću kako bi se izbjeglo razočaranje: “sreća – napisao je Leopardi u Zibaldone – je inherentno nemoguća u entitetu koji voli sebe iznad svih stvari, koje su po prirodi žive, jedine sposobne za sreću… Stoga vi nikada nećete i ne može biti sretan, ni na ovom ni na drugom svijetu.
Iz dijaloške scene koju je kreirao Emir Sokolović proizlazi da su “najsretniji su oni koji najmanje znaju” i da su “slušaoci su tu najsretniji iako niti znaju čitati papire, niti znaju svirati”.
Još jedna zanimljiva tema je upravo ono što dotiče glazbu. Monk otkriva da spada u skupinu onih “oni koji moraju mnogo da se trude i vježbaju da bi onima koji slušaju donijeli najmanji dio u muzici; dio koji uspiju odsvirati. A mnogo tog ostaje – dodaje Monk – iza njihovih očiju skrito”.
Uranjajući u ove dijaloge, na pamet padaju riječi pjesnika Khaila Gibrana koji kaže da je “glazba jezik duha. Njegova tajna struja titra između srca onoga koji pjeva i duše onoga koji sluša”(2) , toliko da Monk u dijalogu sa Sibilom odgovara:

“Draga gospođice, rado ću pokušati da Vam pojasnim. Imate ljude koji vole muziku i ništa drugo ih ne interesuje. Slušaju i uživaju. Dobri su to ljudi, ali oni nisu stvaraoci u muzici ni u jednom njenom dijelu. Oni samo vole i slušaju muziku koja im je mila. Ona koja im nije draga ne dopire do njih neovisno o bilo čemu, pa i neupitnom njenom kvalitetu. Na drugoj strani imate suprotnost; ljude koji su muzički pismeni i koji zanju čitati note, a možda i pisati. Ako znaju samo čitati oni imaju čisti muzički zapis i čist doživljaj koji nam je Umjetnik poslao. Ukoliko imaju dar; to je istinski božiji dar. I treću grupu nesavršenih kojima i ja pripadam; oni koji moraju mnogo da se trude i vježbaju da bi onima koji slušaju donijeli najmanji dio u muzici; dio koji uspiju odsvirati. A mnogo tog ostaje, vjerujte mi, iza njihovih očiju skrito.”

U drugoj slici trećeg čina, Emir Sokolović konačno gradi stazu na kojoj likovi, Monk, barmen, Sova, Graziella, komuniciraju unutar krajolika osjećaja i delicija duše koji otkrivaju iskrenost odnosa i pitanje kako čovjek je pozicioniran u sustavu vrijednosti, toliko da Monku sugovornik kaže: “Uveselilo me da ću izbu dijeliti s nekim o komu ne znam ništa. To je potaklo moju radoznalost. Apsolutno ništa usmjereno u bilo kom neželjenom smijeru; samo puka znatiželja i želja za razgovorom”.

Autor ove drame u središte njezine razrade stavlja temeljno etičko načelo koje čovjek u životu ne poštuje uvijek, a koje se u dijalogu Monka i Grazielle naziva “Zlatnim pravilom”:

Svjestan sam – kaže Monk – da skromnost u mom životu spram koje sam se sam odredio me određuje na način da si malo tog dozvoliti. Ali apsolutno ne dolazi u obzir da pogazim ikada i zbog bilo čega datu riječ. Pogaziti riječ nikada… Pretpostavljam – odgovara Graziella – da je Zlatno pravilo u pitanju…… Da, odgovara Monk. Naše Zlatno pravilo. I kada sam osjetio da je gotovo neizdrživo da trpim tu muku, a da ugled ne okaljam, nisam vidio drugog rješenja do da naprečac odem ni sam ne znajući kamo (…)Za sada znam da ne odustajem i da ću učiniti mnogo tog da živim prvo u miru sa sobom i drugima, a potom da se izborim i za malo sreće. Imam prava na to. A kako mi je znano da nikomu nije na pladnju poslužena, morati ću se i izboriti. Ali u svakom slučaju, časno i dostojanstveno”.

Predstava, da zaključimo, koja iznosi na vidjelo sposobnost pjesnika Emira Sokolovića da barata riječima kako bi i one poprimile lice teatra, onog teatra koji je – posuđujući Federico Garcia Lorca – „jedan od najizrazitijih i najkorisnijih za formiranje jedne zemlje, a barometar je taj koji označava njezinu veličinu ili dekadenciju. (…) Kazalište je škola suza i smijeha, to je slobodna tribina gdje ljudi mogu istaknuti stare ili dvosmislene morale i objasniti vječne norme srca i ljudskih osjećaja živim primjerima”(3).

 

________________

(1) Angelo Pizzetti, http://www.lovatti.eu/pz/peccato.pdf
(2) Khalil Gibran, www.pensieriparole.it
(3) Garcia Lorca, Parole sul teatro, in Impressioni e paesaggi, a cura di Carlo Bo,
Passigli Editori, 1993, pp. 89-93.

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