Tempi supplementari per Draghi…l’opinione di Rita Faletti

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Con una guerra in corso, il Covid che si è risvegliato, gli obiettivi del Pnrr che incalzano, una crisi alle porte, l’inflazione che sale, c’è chi ancora dimostra di avere seri problemi di rapporto con la realtà, continuando ad occuparsi del suo spicchio di potere, porzione ridotta di un miracolo elettorale sostanzioso, gestito con evidente imperizia, in modo ridicolo e confuso, e destinato a dileguarsi. La storia dei Cinque stelle, visti i personaggi, esaminato il programma, ascoltato il linguaggio, sembra la beffa di un comico irriverente e un po’sadico che ha deciso di servirsi di un manipolo di deputati e senatori senza competenze per dimostrare che l’incarnazione della demagogia più grossolana e analfabeta, può avere ragione di una politica e di una classe dirigente consolidate. L’esperimento è riuscito e il comico irriverente e un po’sadico è intervenuto di volta in volta per raddrizzare il tiro, consigliare, incoraggiare, far sentire straordinario chi di straordinario aveva solo l’inadeguatezza al ruolo. Poi, della sua creatura inconcludente il comico si è stufato, ha allungato il guinzaglio e si è dileguato per un po’, vuoi perché preso da altre beghe vuoi per la curiosità di vedere come sarebbe andata a finire, lasciando a Conte  la gestione della esagitata combriccola e all’Italia una lista di guai. La cultura anticapitalista e anti crescita che ha bruciato le più significative rendite del paese, la serie dei “no”, tutti saltati eccetto l’ultimo sul termovalorizzatore di Roma, le mani nei soldi pubblici per finanziare il Reddito di cittadinanza e sostituire alla cultura del lavoro, già poco diffusa, la cultura della rinuncia, e, per finire, il famigerato Bonus del 110 per cento, una delle più grandi truffe della storia della Repubblica, l’irrinunciabile misura dell’irrinunciabile punto di riferimento progressista del Pd. Conte, il leader sbussolato, altra figura di miracolato, getta l’ultima manciata di sabbia nel motore del governo con la speranza di metterlo fuori uso dopo aver ottenuto qualche riconoscimento. Presenta a Draghi un penultimatum: nove richieste che se non saranno soddisfatte, porteranno i grillini di Palazzo Madama fuori dell’Aula quando si voterà la fiducia al dl Aiuti, provvedimento già approvato a Montecitorio, contenete misure di sostegno a famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica internazionale e dall’aumento dell’inflazione. Conte è disorientato e incerto e convoca il consiglio nazionale del Movimento. Troppe sono le cose da tenere assieme: i problemi esistenziali dei grillini rimasti dopo la scissione, preoccupati di perdere 120 mila euro in caso di elezioni anticipate, il suo stesso destino, mi notano di più se esco o se resto? Vince la linea barricadera: al momento del voto di fiducia, i Cinque stelle escono dall’aula. E’ fatta. Il decreto passa lo stesso con 172 sì e 39 no. La burletta di Conte e dei suoi si rivelerà l’offensiva del nulla contro un premier serio che fa quello che dice. Draghi sale al Quirinale per dimettersi, poi annuncia la propria decisione in Cdm: “Le condizioni per restare non ci sono più”. Panico tra i grillini abituati a uno stile disinvolto e ignari del valore della parola data e del principio di coerenza. Li consola la Taverna: “Non succederà gnente” e la Castellone, che si era lamentata: “Draghi ci ha schiaffeggiato”, rassicura i colleghi ansiosi: “Non partecipare al voto di fiducia non significa non avere fiducia in questo governo”. Si vorrebbe riavvolgere il nastro e azzerare i fatti del giorno. Più tardi arriva il comunicato del Quirinale: dimissioni respinte e rinvio di Draghi alle Camere mercoledì prossimo. Si rammentano le parole del premier: “Dopo questo governo Draghi non ci sarà un altro Draghi”. La domanda che corre tra i parlamentari è la stessa: riuscirà il presidente della Repubblica a convincere Draghi a ripensarci? E’ la domanda dall’effetto ansiogeno sui pentastellati, colpiti dalla tempestività e durezza con cui il premier ha annunciato le dimissioni che potrebbero preludere alla fine della legislatura. Forse pochi avevano percepito la stanchezza del premier, costretto a mediare di continuo e a imprimere un passo di lumaca al processo di riforme. “Ce l’abbiamo messa tutta” avrebbe confessato il premier a Mattarella. Per concludere: un Draghi irremovibile, che sarebbe un danno per il paese, ma limitato, perché grazie a lui e al suo governo, il prossimo eviterà di commettere gli stessi errori del 2018 o un Draghi che si sottopone a un voto di fiducia?  Personalmente, mi piacerebbe il primo, ma se fosse il secondo a prevalere, spero che sia assai meno comprensivo e tollerante nei confronti di capricci e sabotaggi di personaggi da vaudeville.

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