Effervescenza e impasse nella maggioranza… l’op. di Rita Faletti

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Conte si prepara a richiamare all’ordine le truppe scompaginate del Movimento e irreggimentarle. Sarà un Conte di lotta e di governo. Di governo dei suoi e di lotta contro il governo Draghi. E’ quello che gli ha consigliato Travaglio e Travaglio è la Bibbia o il Corano, secondo i gusti. Entro fine giugno ci sarà un nuovo statuto, un nuovo codice dei principi e dei valori e una nuova piattaforma ora che il divorzio da Casaleggio e da Rousseau è stato deciso con la mediazione di 300 mila euro invece dei 450 mila che i parlamentari usciti dal Movimento avrebbero dovuto versare nelle casse della Casaleggio associati. Intanto, Giancarlo Cancelleri, intervistato questa mattina, ha voluto spegnere i bollenti spirti delle “sentinelle” guidate da Lezzi e Morra, intenzionate a continuare sulla linea del dissenso a Draghi: non è in discussione il sostegno a questo governo. Una gran confusione che non merita troppa attenzione. Sul fronte del Pd, le cose non vanno  meglio. Sono nate altre correnti per fare felice Letta che predica l’unità e non si accorge che il suo partito va nella direzione opposta. Alla faccia dell’autorevolezza. Dopo lo ius soli, l’appoggio alle battaglie identitarie, la citazione del saggio di Piketty contro il capitale, la tassa di successione ai ricconi come dote per i diciottenni, che Letta difende invitando a guardare oltre Oceano adesso che c’è il democratico Biden (non dice però che negli Usa i redditi superiori a 400 mila dollari, 328 mila euro, pagheranno il 39,6% mentre in Italia sopra i 75 mila euro l’imposizione fiscale è pari al 43%), l’ultima esilarante trovata del segretario del Pd è rendere obbligatorio cantare “Bella ciao” dopo l’inno di Mameli. Il solito tentativo di indottrinamento delle sinistre. Una gigantesca retrocessione mentre il mondo corre in avanti. Comincio a pensare che ci fosse del cinismo nella decisione di Zingaretti di lasciare la segreteria del partito e consegnarla a Letta. Dunque, restauro del Movimento e rattrappimento del Pd da una parte, e dall’altra? Nel centro destra il più vivace di tutti è Salvini. Da sovranista a europeista, da giustizialista nel governo gialloverde a garantista nel governo Draghi, dalle felpe alla giacca e cravatta, oggi Matteo Salvini ha una gran fretta di federarsi con Forza Italia. A proporlo per primo Silvio Berlusconi, che dopo le reazioni negative di Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, arretra su posizioni di maggiore prudenza. L’obiezione più diffusa riguarda i tempi: la fusione a freddo non paga, serve incontrarsi e riflettere. E forse c’è anche chi non si fida del senatore leghista che pensa soprattutto alla rivalità con Giorgia Meloni che lo incalza nei diversi sondaggi. La federazione con Forza Italia lo metterebbe al sicuro e sarebbe una garanzia nel dopo Draghi, quando, nel 2023 si tornerà alle urne. La questione riguarda Palazzo Chigi: se il centro destra vincerà, cosa non improbabile, un solo voto decreterà chi dovrà essere il premier. Giorgia o Matteo? Quindi, la federazione avrebbe una funzione strumentale. Ma tutto è strumentale in politica, si dice. Ammesso che sia così, il vantaggio sarebbe anche di Forza Italia, ormai di piccole dimensioni, che metterebbe al sicuro 50 seggi. E c’è chi sostiene che attraverso la federazione, Salvini e la sua Lega otterrebbero un lasciapassare verso i popolari della Ue. Nel frattempo, nell’incontro con Draghi, Salvini ha detto: “Nessuno ti sarà fedele come la Lega”. Sarà vero?

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