Carmelo Assenza e le storie religiose iblee… di Domenico Pisana

Tempo di lettura: 2 minuti

Il tempo può sbiadire la memoria ma non cancellare la storia, che segna il cammino di una civiltà tracciandone le coordinate fondamentali a livello sociale, culturale e religioso. Questo sentimento appare fortemente presente in uno dei volumi pubblicati dal poeta e studioso di tradizioni popolari Carmelo Assenza, e precisamente “Fatti e Storie religiose negli Iblei”, un libro che è stato apprezzato non solo a livello locale ma anche in campo regionale e nazionale, perché in esso il lettore ha modo di gustare un sapore di cose antiche, le cose genuine elaborate con maestria e sapienza,che offrono l’opportunità di tuffarsi nel passato e di rivisitare l’ethos religioso del popolo della nostra terra iblea.
Attraverso il ricorso a fonti orali, l’Autore narra, nella prima parte del libro, la “Storia di San Giorgio” e la “Storia di Santa Genoveffa”, recuperando un patrimonio etico e religioso che sicuramente sarebbe andato perduto.
La figura di San Giorgio emerge trionfante nel contesto di un discorso narrativo che ne delinea i tratti più significativi: la sua vocazione e la sua missione.
“Cavaleri ri Cristu bbinirittu”, San Giorgio viene descritto come un grande predicatore amato da Gesù e scelto per portare la fede nel mondo:

“…….fu priricaturi
e priricava ppi tterra e ppi mmari.
Ia priricannu la firi cristiana,
comu n’anzigna la santa scrittura
e ammienzu e guerri si cci addunicciava,
l’aiutava Maria la gran Signura;
Maria ca ri lu cielu cci parrava:
– Siecùta Chiuorghi, nn’aviri paura! –
……………………………………………..
Ia priricannu ppi la santa firi
ia ppi lu munnu faciennu cristiani;
iddu vattiava sempri l’infirili
ccu firi ranni e ccu maneri umani….” (pp 14-15)

Le gesta del Santo che uccide il drago appaiono ricche di connotazioni eroiche e interpretate come segno della presenza di Dio nella sua azione, tant’è che “lu drauni attirrau/quannu ‘ntisi a San Giorgi ca parrau” , il quale “ccu gran valuri,ccu tri sticcati lu fici abbuccari”.
San Giorgio, nel racconto, rappresenta il simbolo dell’eroe di popolo, di colui che vince il male e conduce alla fede cristiana con la conversione del battesimo:

“Viva San Giorgi ca ni cummirtiu,
ccu n-fonti r’acqua a tutti ni vattiau.
Ora ca siemu tutti nui vattiati,
e aviemu avutu la so’ ranni luci,
ravanti ri san Giorgi addinucciati,
riciemu tutti ccu na ranni vuci:
– Viva san Giorgi e la so’ putistati!
ca a tutti quanti n’ha datu saluti;
ma allura ri li peni siemu sciuti,
quannu lu drauni n’ammazzati”. – (pag. 26)

Avvincente si rivela anche la storia di Santa Genoveffa, della quale vengono esaltate le qualità e lodate le virtù. Il testo narrativo, riportato sulla pagina dalla viva voce del cantastorie, rielabora una vicenda umana contrassegnata dal crescente evolversi di un progetto malefico messo in atto dal ministro Colo, alle cui cure Sigfrido, re di Germania partito per la guerra, aveva lasciato la propria moglie Genoveffa; un progetto, insomma, tendente a contrastare il candore di un’anima, d’un tratto assalita dalla forza del maligno, il quale pare tessere una strategia d’azione che il narratore fa quasi rivivere, nelle sue varie fasi, a colui che legge:
la tentazione di Colo di approfittare di Genoveffa (“Oh Ghinueffa cara signura/, se buoi sicura stari a lu cuviernu,/ha dari spassi a mmia e ogni cura!”);
– il ricorso alla calunnia di Genoveffa per il fatto di essersi rifiutata di piegarsi ai desideri di Colo(“E l’armali ri Cuolu, gran futtutu,/ a Sigfridu cci mannau a-diri:/- Viri ca to’ muggheri ha parturutu!/Li so mancanzi nun ti sacciu riri;/si curcau ccu lu cuocu, appi st’ardiri…” );
l’ordine di Sigfrido di uccidere la propria moglie a causa del tradimento (“…Cari ministri miei, veri ubbirienti,/purtatavilla nna la serva scura;/purtatimi la lingua pristamenti/ri chista ronna fera e traritura” .)
Ma a contrastare l’azione del maligno c’è, nel canto poetico, la fede di Genoveffa, che si rivolge al Signore perché non l’abbandoni (“Oh miu Signuri e ‘nniputenti Ddiu!/E comu fazzu sula e senza strata?…… ; “Ammùscimi Signuri la ma’ strata/nun ti curari no ri chistu affannu….. ; “Signuri, quantu carizzi m’atu ratu!/Patri binignu e ccu tutti amurusu;/pi mia muristru ‘n cruci sfracilliatu!”).
La richiesta viene accolta da Dio e Genoveffa, alla fine, emerge come la donna eroica e trionfante nella lotta contro il male, tant’è che il marito Sigfrido ne esalta la santità: “Ghinueffa mia bbedda santa e -fforti,/luci ri l’uocci miei, o beni amatu!/ sula ‘nnuccenti, nta stu luocu a morti,/scuntenta e affritta comu l’hai passatu?”.
Due storie dunque, quella di San Giorgio e di Santa Genoveffa, che disegnano un percorso nel quale si intrecciano memoria, fede, sapienza popolare, fatalismo e continua lotta tra il bene e il male, e dove, altresì, i protagonisti rispondono al bisogno dell’uomo di identificarsi nel modello dell’eroe che sconfigge il male e che fa trionfare la giustizia: l’eroe del trionfo, delle vittorie, della superiorità nei confronti del maligno.
Nella seconda parte del libro Carmelo Assenza offre al lettore la narrazione di due fatti calamitosi verificatisi a Modica, ossia l’alluvione del 1902 e il terremoto del 1693, la cui memoria viene recuperata dall’Autore con canti poetici raccolti dalla voce di “Fra Emanuele” e dall’ottantenne rosolinese Giuseppe Vindigni.
Nel canto dell’alluvione colpiscono, in particolare, “il pathos di solidarietà” della popolazione modicana anche nel momento della morte(“Dov’è il bambino mio? – grida una madre;/Salvate la mia sposa! – urla un consorte;/Salvate i miei figliuoli! – esclama un padre” – ) nonché la visione sacrale e la lettura religiosa dell’evento calamitoso, che viene interpretato, semplicisticamente,dalla fede popolare, come intervento punitivo di Dio per i peccati dell’uomo: “Chistu si ciama casticu ri Ddiu!/ fuorsi ca ri nui si disgnau!”
La stessa lettura, in fondo, emerge anche nel canto che descrive il terremoto del 1693, dove è contenuto un dialogo tra la Madre di Dio e il suo figlio Gesù, che minaccia il castigo divino:
“Ora cci fazzu virri la gran prova! Ca nta n-minutu lu munnu cci abbissu! – Oh! figghiu caru, lu munni abbissamu? Sunu ‘n piccatu e tutti li pirduni;/ccu tanticcia ri tiempu ca cci ramu/, s’arrimiet tunu e puoi li ricugghiemu!”
E’ rilevante, nel testo, l’atto mediatore di Maria che intercede presso il Figlio (“Figghiolu,bbeni miu, ciamma r’amuri/, mancu sta razzia mi vuliti fari?”) e che ottiene la grazia per i peccatori: “Si nn’era ppi Maria nostra patruna,/ forrunu tutti muorti ar ora ar ora….Ar ora Ar ora nui fussimu muorti/ suddu Maria n’facia li nuostri parti!”.
Con questo appassionante volume Carmelo Assenza ci ha lasciato in dono , sicuramente, un pezzo della nostra tradizione locale; le “storie” e i “fatti” che egli ha saputo ricostruire hanno il gusto delle cose fatte in casa, il quale non è, certo, sinonimo di modesto artigianato o di poca storicità del discorso, ma piuttosto il risultato della capacità dell’Autore di entrare nelle pieghe più profonde della sapienza e della religiosità popolare, per cogliervi quella “eredità spirituale” e quella “humanitas” radicate nella concezione sacra della vita del nostro popolo e che sono state trasmesse nel corso delle generazioni. Certo, non mancano, nelle storie raccontate, l’enfasi e gli intagli eccessivamente fantasiosi, le aspettative miracolistiche e le risonanze di stampo fatalistico, ma nel complesso la stesura dei testi risulta connotata di una espressione semplice della fede, nonché di un sentimento spirituale ancorato all’esperienza e ai fatti, lieti e tristi, che l’esistenza umana ci riserva lungo il cammino.
L’uso del vernacolo rende, poi, particolarmente suggestiva ed affascinante la narrazione, che si snoda con particolare efficacia e con una incisività semantica fortemente innestata nell’anima popolare.
“Fatti e storie religiose negli Iblei” offre senza dubbio l’occasione di guardare al passato e di immergersi nel patrimonio tradizionale del nostro popolo, non per contemplarlo o incensarlo nostalgicamente, né per un atto di mero conservatorismo, ma per testimoniare, come sicuramente è stato nell’intento di Carmelo Assenza, che vale la pena sforzarsi di fare della memoria storica la vera maestra di vita per ogni tempo.

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