Il Pd deflagra….…l’opinione di Rita Faletti

Tempo di lettura: 2 minuti

Zingaretti che si dimette lascia di sale il partito che fino a poco prima ne aveva fatto il bersaglio principale di ogni critica. Ma l’accusa più bruciante la rivolge l’ex segretario al Pd: un partito affamato di poltrone. La pazienza e lo spirito di sopportazione hanno un limite e Zingaretti che ha brillato per entrambi quel limite l’aveva raggiunto e forse superato da tempo. Arrabbiati i più “affamati”, quelli che nel clima di insoddisfazione generale erano rimasti in silenzio a fare i loro calcoli sperando nella permanenza dello status quo. Colti alla sprovvista e impreparati, i Dem chiedono a Zingaretti di tornare sui suoi passi. Non accadrà. Gestire un’entità fatta di correnti, litigiosa, persa in conflitti interni, sospesa in una bolla, è una mission impossible per chi non abbia la tempra e il carisma del leader. Bonaccini avrebbe i requisiti necessari per guidare un partito balcanizzato e senza orizzonti. Con la determinazione e l’autorevolezza che gli deriva dall’aver amministrato bene la sua regione, non avrebbe difficoltà a mettere in riga un partito che va rifondato. La strategia di Zingaretti, se di strategia si è trattato, è stata mantenere una posizione defilata e rinunciataria al punto di cedere spazio e potere decisionale a un alleato di governo privo di bussola e a un Conte plenipotenziario che vantava un endorsement da Trump e dall’Europa per meri motivi opportunistici. Di fatto un premier poco incisivo e poco efficace perché troppo preoccupato a non scontentare la parte grillina e assecondare il popolo sovrano. Zingaretti che non voleva l’alleanza con i 5S si è rimesso alla volontà di chi la caldeggiava vedendo in essa l’occasione di un rinnovamento del Partito democratico e  di Renzi che aveva in mente qualcosa di ben diverso: un’alleanza strumentale per affondare il Movimento che il Paese stava abbandonando. Il segretario ha fatto il contrario: ha resuscitato il Movimento a spese del Pd e della stagione riformista resuscitando nel contempo il passato assistenzialista e statalista della sinistra radicale. Una scelta suicida dalle conseguenze facilmente prevedibili. I grillini sono saltati ed è saltato il Pd. Non ci vuole molto a capire che questo è il risultato di un doppio fallimento che nulla ha a che vedere con l’arrivo di Draghi, ma con la mancanza di una visione comune e di due o tre idee fondamentali da cucire assieme per dare forma a un programma di governo che affrontasse la pandemia e la crisi economica. Oggi ci si gira attorno e si continua a parlare di alleanza strutturale ineludibile, di “destino”, come ha detto Cacciari. Ma il destino si è compiuto e per ora è irreversibile. “In fondo Pd e 5S hanno governato benino” ha sentenziato Travaglio che sta a Conte come Fede stava a Berlusconi. Travaglio lo conosciamo, è un opportunista invidioso come molti lettori del suo Fatto. Coccolato dai conduttori di talk show della 7, dove i pentastellati hanno imperversato dopo la concessione di Grillo a comparire in tv, ha un seguito tra gli italiani che sbavavano dietro l’avvocato del popolo e che ora lo rimpiangono, e gode della stima di giornalisti ammaliati dal nulla contiano in uno stato patetico di subordinazione mentale. Tant’è che se l’ex premier e compianto possibile federatore dell’area progressista (sic Bettini ) accettasse di essere incoronato leader del Movimento, otterrebbe il 22 per cento collocandosi alle spalle della Lega, con il Pd quarto al 14 per cento. Il “benino” di Travaglio, se i fatti si raccontassero e non si preferisse una narrazione da sbornia grillina, si trasformerebbe in “malissimo”. In un anno e mezzo il governo giallorosso si è distinto per impreparazione nella gestione dei trasporti, mancanza di volontà nel rivedere il reddito di cittadinanza, lentezza nel risarcire le categorie maggiormente danneggiate dalla pandemia, incapacità di costruire un piano vaccinale con una catena di comando efficiente nella distribuzione e somministrazione che Arcuri immaginava di poter realizzare disseminando la penisola di primule da 400 mila euro cadauna. Per non parlare dello spreco di denaro pubblico in ridicoli bonus, inutili banchi a rotelle, cashback e mascherine pagate tre volte il loro prezzo con l’aggiunta di una provvigione di 70 milioni ai mediatori, personaggi di dubbia reputazione e millantatori, che politici rappresentanti delle istituzioni e lo stesso Arcuri non ricordano di aver mai conosciuto. Uno scenario sconfortante da non rimpiangere ma della cui gravità non tutti sono consapevoli o sui quali preferiscono sorvolare. Ma oggi si contesta la decisione di Draghi di aver affidato ai consulenti della società americana Mc Kinsey la scrittura del Recovery plan. Visti la tempestività e l’impegno profuso dall’ex maggioranza nello scrivere un piano credibile, è a dir poco curioso che si sia scatenata una bagarre per una decisione imposta dalla necessità di presentare entro il 30 aprile il piano dell’Italia. Se l’approvazione spetta al Parlamento, il fatto che sia un gruppo di manager di alto livello a redigere il piano garantisce due cose:  affidabilità e rapidità che consentano al Parlamento di esaminarlo  prima della presentazione.

© Riproduzione riservata
guest

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

61 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

Articoli correlati

RTM per il cittadino

Hai qualcosa da segnalare? Invia una segnalazione in maniera completamente anonima alla redazione di RTM

SEGUICI
IL METEO
UTENTI IN LINEA
Torna su
RTM INFORMA - LE REGOLE PER LA PREVENZIONE
RISPOSTE ALLE DOMANDE COMUNI