Da Istanbul Premio “The Light of Galata”, a Domenico Pisana

E’ stato assegnato dall’Ist. Sanat Istanbul Arts, Culture and Tourism Association, per il contributo alla pace e all'amicizia nel mondo e alla facilitazione delle arti e della cultura.
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L’Ist. Sanat Istanbul Arts, Culture and Tourism Association ha insignito il Presidente del Caffè Letterario Quasimodo di Modica, Domenico Pisana, del Premio “The Light of Galata”, “La luce di Galata”.
A darne comunicazione all’interessato è stato il Presidente Osman Öztürk , poeta tradotto in 22 lingue che ha dedicato la sua vita ai temi della pace e della fratellanza, e che ha tenuto conferenze nelle università di Princeton a New York negli Stati Uniti oltre a partecipare alla Celebrazione del 14° Anniversario del Liceo Poetico de Benidorm organizzato presso l’Università Bahcesehir come membro del comitato organizzatore; a segnalare Domenico Pisana è stata la poetessa italiana Claudia Piccino, traduttrice di diversi poeti stranieri e rappresentante europea dell’organizzazione, il cui scopo è quello di sviluppare modelli di attività e progetti culturali per attirare l’interesse delle giovani generazioni in vari rami delle arti.
Questa la motivazione, scritta in inglese e turco, sulla pergamena del riconoscimento:
“Il suo contributo durante gli eventi poetici e culturali svoltisi nel 2020 a Istanbul, il cui riflesso positivo è stato percepito nel mondo dell’arte e della cultura, con persone provenienti da diverse parti del mondo, è stato profondamente apprezzato dalla nostra Associazione. La luce che emana l’ineguagliabile storia di Galata risplende nelle nostre anime. Mano nella mano, cuore a cuore, per un mondo pieno di poesia e arte.”
Di Domenico Pisana si era già occupata “La Gazzetta di Istanbul” in occasione della sua partecipazione nel novembre del 2019 al FeminIstanbul, sul tema “La poesia batte la violenza”, e per aver presentato il suo libro di critica letteraria “Pagine critiche di poesia contemporanea. Linguaggi e valori comuni fra diversità culturali” ove prende in esame poeti stranieri tradotti in Italia come Mohammed Ayyoub(Giordania) – Raed Anis Al Jishi (Arabia Saudita) – Biljana Biljanovska(Macedonia) – Stefan Damian(Romania) – Óscar Limache(Perù) – Arjan Kallco (Albania) – Hilal Karahan (Turchia) – Sofia Skleida (Grecia) – Elisabetta Bagli(Spagna) – Agron Shele (Belgio) – nonché italiani tradotti all’estero; nel 2020 il comitato editoriale della rivista di letteratura turca “Papirus” – composto, fra gli altri, dal poeta Mesut Senol (Direttore), da Ali Budak, poeta, scrittore e docente all’Università di lingua e letteratura turca di Yeditepe; Nilufer Narli del Dipartimento di Sociologia dell’Università Bahcesehir, e di Mehmet Hakki Sucin, autore, traduttore e docente della Gaza University – , aveva tradotto in turco e pubblicato il saggio di Pisana dal titolo “Dove va la poesia contemporanea? Alla ricerca di un nuovo umanesimo”, che fa parte del volume “Col dire Poesia…” a cura di Nicolò Mineo dell’Università di Catania, uscito nel 2020 per le Edizioni Prova d’Autore di Catania, per omaggiare Dante nella ricorrenza dei 700 anni dalla morte.
Il riconoscimento – si legge nella lettera del Presidente dell’Ist. Sanat Istanbul Arts, Culture and Tourism Association – è stato conferito a 65 artisti provenienti da 19 paesi che hanno contribuito alla pace e all’amicizia nel mondo e alla facilitazione delle arti e della cultura.

Abbiamo chiesto a Domenico Pisana di rilasciarci una dichiarazione su questo riconoscimento

“Sono lieto – afferma Domenico Pisana – del fatto che chi mi ha segnalato e coloro che hanno voluto insignirmi di questo riconoscimento abbiano compreso che la mia poesia e i miei saggi poetici su temi di pace e di solidarietà siano apprezzati a livello internazionale all’interno di un dialogo con culture diverse; io credo nella poesia come forza di esaltazione dei valori della pace e della democrazia, e sono convinto che oggi la poesia e i poeti sono necessari e servono a dire alla società in cui vivono che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, ma qualcosa che si spera si realizzi nel tempo.

Qual è il genere di poesia in cui lei crede?

In oltre un trentennio la mia poesia ha avuto varie accentuazioni: da quelle bucoliche a quelle del simbolismo francese, a quelle sociali, filosofiche ed esistenziali; in pratica la musa mi ha condotto dove ha voluto ed io ho assecondato le sue ispirazioni.
In ogni caso, credo nella poesia in cui il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale ed originale.
La poesia per me è una forza quasi magmatica, perché in essa c’è l’eruzione della scrittura che crea, provoca, divelle, placa, denuncia, conforta. Il poeta è utile se usa la penna non come semplice strumento per scrivere i propri pensieri e sentimenti, ma se offre a chi lo ascolta un’ancora cui aggrapparsi per riflettere, per staccarsi dalla massa, per cogliere il senso critico e più profondo delle cose: insomma il poeta si accorge di essere necessario solo quando scrivendo versi si rende conto che lascia sempre, bene o male, un ‘segno’ nel lettore, nella società, nella vita di un popolo.

Lei sembra quasi un sognatore. E’ così?

Sì, è così! Credo nel poeta sognatore, visionario, idealista, ma anche nel poeta che ‘incide e graffia’, disegnando le coordinate di una umanità incapace di comunicare, di esprimersi, di cantare, di cogliere la diversità, di una umanità che spesso vive in un appiattimento desolante e privo di novità.
Se il nostro mondo, la nostra società, l’Europa stanno vivendo un forte smarrimento e l’acuirsi di una crisi politica, sociale, economica, morale e relazionale, pensare ad un grande progetto della poesia non vuol dire necessariamente andare nella direzione di una poesia sociale, ma nella direzione di una “poesia-dabar”, cioè di una poesia che si fa linguaggio creatore di “nuova umanità” e parola di vita, una poesia capace di creare, di significare intenzioni, affetti, desideri, idee, progettualità; una poesia in cui il linguaggio dei poeti non sia sterile costruzione di parole, ma una parola che assume una funzione rappresentativa nei confronti dell’oggetto, una funzione comunicativa o intersoggettiva nei confronti della società del proprio tempo, una funzione esistenziale o espressiva nei confronti dell’altro.
Il sommo Dante è forse pensabile staccato dalla politica di Firenze, dalle tensioni tra Chiesa e Impero, dai dibatti sociali, culturali e dai fatti della sua epoca? E per non andare lontano, poeti come Eliot ed Auden sono pensabili staccati dalle vicende del loro contesto socio-politico? E’ un caso se la poetica elotiana e di Auden opera una riflessione storica e metastorica sulla sofferenza della condizione umana? E’ un caso se entrambi colgono, per superarlo, il problema del rapporto tra arte e storia? Quando Auden in un suo verso afferma “Che perfino il tremendo martirio deve compiere il suo corso”, non fa proprio un richiamo esplicito alla situazione storico-politica del suo tempo e al problema della tirannide fascista? E ancora, come si fa a pensare i poeti francesi Claudel, Gide e Valéry slegati dalle situazioni sociali e storiche del loro tempo?

Insomma, il rapporto tra poesia e storia e per lei essenziale!

Sicuramente! Il poeta, per dirla con il filosofo Heidegger, è l’uomo della soglia, l’uomo della frontiera, del confine, nel senso che fiuta un pericolo, il disagio del suo tempo, intuisce ciò che altri non intuiscono, e quando intuisce “traduce”, cioè porta quel disagio, quel pericolo dentro un linguaggio che parte dalla vita e alla vita ritorna. Direi allora con Novalis che “dichten ist ubersetzen”, cioè poetare è tradurre vivendo al confine, che è quel luogo interiore, quello spazio dell’anima dove il poeta parla il linguaggio dell’essere, della spiritualità, dei modelli, dei principi, dei valori non per fissare canoni estetici ma per fornire un importante contributo alla società in cui vive, e caricando, così, il suo operato di responsabilità.
Resta tuttavia inteso che il linguaggio della poesia conserva sempre qualcosa di incomprensibile, di inesprimibile, di misterioso; se il dato formale, lessicale, linguistico può incantare è pur vero che può anche non convincere, atteso che la funzione esistenziale della poesia richiede che il poeta sia capace non solo di esprimersi liricamente, di far parlare anche gli oggetti e le pietre, di comunicare sentimenti, ma di testimoniare agli altri e a se stesso il suo esserci, la sua esistenza.
E non si tratta di una testimonianza vaga, indeterminata, generica, ma precisa, qualificata e resa efficace dal suo linguaggio, che non coincide con l’uso indeterminato e sporadico di una lingua, ma con l’intenzione progettuale di determinare una “nuova creazione”.

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