L’anno che verrà…..di Giannino Ruzza

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‘A figghia i dona Rosa

Indubbiamente i primi mesi dell’anno sono stati tragici per l’umanità, dopo la pessima notizia, divulgata con notevole ritardo dalle autorità cinesi che nel mercato del pesce della città di Wuhan (11 milioni di abitanti) si sospettava il focolaio di una indefinita “polmonite virale” che inizialmente aveva colpito circa 50 persone. Da allora si sono iniziati a vedere medici e infermieri, avvolti in indumenti protettivi: camici, guanti, maschere, visiere, oggigiorno di uso comune. Abbiamo visto operatori sanitari crollare sfiniti dalla stanchezza e straziati dal dolore per la perdita dei colleghi di lavoro a causa della fatale malattia. Tra marzo e aprile, tutti i paesi del mondo, percepito il pericolo (l’OMS dov’era?)  erano in stato di allerta, consapevoli che la situazione stava precipitando, mentre ogni giorno centinaia di bare erano in attesa nei crematori. I governi hanno iniziato ad imporre blocchi stradali, circoscritto aree urbane, ordinato il distanziamento sociale nel tentativo, più o meno riuscito, di rallentare la diffusione del virus divenuto nel frattempo altamente letale. Tra le mura domestiche le famiglie hanno imparato a convivere 24 ore al giorno tra le note mille difficoltà imposte dall’isolamento forzato. Città normalmente superaffollate, diventate improvvisamente semideserte, in cui l’unico suono percettibile (sirene delle ambulanze a parte) era diventato il cinguettio degli uccelli e notata la presenza di qualche sperduto randagio in giro per le strade.  Oltreoceano a San Francisco, ad un certo punto gli unici esseri viventi in circolazione erano i coyote e altri animali selvatici che gironzolavano increduli per le strade deserte della città. Washington, New York, idem, con il ballerino di danza classica Ashlee Montague che ballava nel bel mezzo di Times Square indossando una maschera antigas. Mentre a Brasilia, il sacerdote cattolico Jonathan Costa pregava da solo nel santuario Don Bosco contornato dalle fotografie dei suoi fedeli attaccate sui banchi. O come si è visto nella stazione ferroviaria di Shinagawa a Tokyo, dove nemmeno uno, tra le migliaia di pendolari, non indossasse una mascherina, così come i prigionieri rannicchiati in una cella della prigione di Quezaltepeque, in El Salvador. Nel mese di maggio a Pretoria in Sudafrica nella colonia Itireleng, in una fila che si estendeva a perdita d’occhio, migliaia di persone erano in attesa di ricevere aiuti alimentari. La pandemia, indubbiamente, ha finito per colpire duramente le persone più povere del mondo, mettendo a nudo le disuguaglianze sociali, rendendo difficile l’accesso alle cure mediche e in generale ai servizi sanitari di prima necessità. Da allora nel mondo 1,5 milioni di persone sono decedute e 63 milioni infettate da coronavirus. L’anno 2020 volge alla termine, i vaccini sono all’orizzonte e le aspettative di riuscire a iniettare tra gli altri, lo sbandierato anticorpo monoclonale (che riconosce gli invasori,  batteri e virus, e li neutralizza)  a tutta la popolazione mondiale entro il 2021 sono tante, con l’auspicio che alcuni aspetti della vita possano riportare, prima o poi il pianeta alla normalità.

 

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