Personaggi iblei di ieri… di Domenico Pisana

Carmelo Puchinotta, il poeta e pittore del dissenso
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Un personaggio che ha spaziato dalla poesia alla pittura alla satira nella sua attività artistica e che ha dato un contributo significativo alla cultura iblea e oltre, è stato sicuramente Carmelo Pluchinotta.
Nato a Pozzallo il 16 aprile 1922, completò i suoi studi laureandosi nel 1944 ed insegnando materie letterarie in varie scuole d’Italia. Nella città di Pozzallo si mise in luce come collaboratore del giornale “Arà parlato”, unanimemente considerato lo strumento di formazione politica della sinistra di Pozzallo, e anche come direttore responsabile, stando a quanto scrive Grazie Dormiente in un articolo che rende omaggio alla memoria di Pluchinotta, del quindicinale satirico “Il Clistere”, del 1945. In questa direzione l’intellettuale pozzallese ebbe modo di farsi apprezzare per le sue qualità di osservatore attento e per il suo acume critico e mordace nella lettura degli accadimenti del suo tempo, specie quelli riguardanti i comportamenti di ecclesiastici,prelati e uomini di chiesa, cui vengono indirizzati molti dei suoi strali attraverso il ricorso alla pittura e alla poesia.
Pluchinotta è stata una personalità inquieta e fortemente realista, di un realismo che va al cuore delle cose, una personalità che credeva nell’amicizia senza infingimenti e ipocrisie, come si evince, del resto, da una lettera del 10 febbraio 1992 indirizzata da Bologna al sottoscritto, nella quale egli scriveva:

“Caro Pisana… Son contento che, in fatto di amicizia, la pensi come me: l’amico è un “alter ego” verso cui non si può usare il cosiddetto “rispetto umano”. Per evitare ciò, Cicerone consigliava agli altri di scegliersi gli amici inter pares. Le buone maniere, la diplomazia, i giri (e i raggiri) di parole lasciamoli ad altri, che vogliono con le parole far carriera. A noi basta la buona mercede della retta coscienza, che ci induce a dire quel che pensiamo e a pensare quel che diciamo. (La citazione è tua, ed io l’ho fatta anche mia, perché calza bene). Meglio un amico rude, ma sincero, che un amico ‘diplomatico’, che scrupolosamente disinfetta lo stiletto con cui ti pugnalerà alle spalle. Tra amici possono esserci malintesi, non mala intenzione”.

Pluchinotta si professava ateo, ma dentro di lui si agitava un misterioso rimpianto d’un paradiso perduto, d’uno stato di natura, un Eden, ove tutto fosse genuino come l’istinto, non guastato dalla intromissione della scienza e della ragione. Ed anche un senso di fatale solitudine.
Più che nel campo poetico egli si è però affermato maggiormente come pittore, ottenendo numerosi e positivi consensi critici che hanno fatto di lui – come viene fatto rilevare dalla Biblioteca comunale di Pozzallo – il creatore della scuola pittorica pozzallese assieme a Rodolfo Cristina, scuola da cui sono venuti fuori altri artisti come Giovanni Lucenti e i fratelli Assenza.
Pluchinotta ha tenuto mostre personali a New York (Greenwich Village e Soho), Long Island University (Brooklyn), Center Art Galiery (New York), Mary Moore Galiery (La Jolia, California), Bay Harbor Gaileries (Miami, Florida), Galleria Montenapoleone (Milano), Galleria Portichetto (Rho), Galleria Roda (Rovigo), Svengali Galiery (Bari), Galleria l’Incontro (Taranto), etc. Un suo quadro si trova al Museo Internazionale dell’Umorismo (Tolentino).
Le sue opere pittoriche sono presenti in cataloghi nazionali dei pittori del ‘900 e si inquadrano in un filone di contestazione , sia sul piano dello stile che del contenuto, della Chiesa nella sua dinamica comportamentale e strutturazione gerarchica; costituiscono, altresì, una voce critica, e per certi aspetti dissacrante, rispetto al conformismo cattolico postbellico. Una pittura d’assalto, insomma, non fine a se stessa ma orientata a stimolare quella forza innovativa spirituale e sociale del Concilio Vaticano II. Nei suoi quadri a china c’è la forza di una ironia interiore che stigmatizza sistemi di potere e che viene essenzializzata in una ritrattistica ora canzonatoria ora finalizzata a suscitare spinte di cambiamento.
Per quanto concerne la sua attività poetica, pubblicò due opere: Campionario di me nel 1963 e Paràbasi nel 1987. Morì a Bologna il 16 settembre del 2003 e la salma venne poi tumulata nella sua città di origine.
Proprio perché il Pluchinotta poeta risulta meno noto, vogliamo addentrarci nelle tematiche della sua poetica quale emerge dalle sue due pubblicazioni succitate, ove si trova una progressiva modificazione di toni e di sentimenti, ma un continuum sul piano della sensibilità e degli atteggiamenti nei riguardi della storia. “Poesia come verità” e “prosa come radicale e nuda descrizione di eventi e situazioni umane”, si intrecciano armonicamente dando vita ad una interessante elaborazione, pur tra angolature prospettiche cariche di rilievi umoristici, ironici, burleschi, e di pesanti fustigazioni.
Nella prima silloge, Campionario di me, Pluchinotta disegna le coordinate della sua personalità con un autoritratto che racchiude macerazioni e ricerca di felicità, bisogno di autenticità e di spazio di azione, sensazioni di insoddisfazione e di morte e di rinascita, ansie di cambiamento e di valorizzazione del tempo:

“Per domani / ho dato appuntamento / a la felicità…”; “… Per me ci son giorni/ conchiusi da un orizzonte a cappio,/ che lentamente ovviamente/ mi restringe il collo/ e m’affoga/ e lungo disteso mi lascia/ in una pozza di noia./ Giorni orfani d’incontri. ./
Nella seconda silloge, Paràbasi, l’Autore si fa apprezzare per il coraggio di stigmatizzare le negatività del vissuto umano in tutte le sue forze espressive, come pure per la sua capacità di sintetizzare in pochi versi situazioni, modi di fare, costumi, eventi, problemi, tratteggiandone i lineamenti essenziali con espressioni punzecchianti e con un dire acre e mordace. Sotto questo aspetto, Pluchinotta reagisce alle brutture della società, alle contraddizioni della vita, ai movimenti perversi del cuore umano, alle apparenze ingannatrici, al malcostume, alle distonie tra l’interiorità e l’esteriorità dell’uomo, ponendosi nella stessa lunghezza d’onda del modello satirico oraziano, almeno sul piano della sensibilità.
La “parresia” (franchezza e coraggio) è l’elemento che muove la scrittura di Pluchinotta, il quale arriva alla stessa conclusione di Seneca: “quod sentimus loquamur, quod loquimur sentiamus” (Epist. 75, 3-4), cioè, “quello che pensiamo, diciamolo, quello che diciamo, pensiamolo”. E difatti il Pluchinotta dice della vita quella che essa veramente è, senza veli, descrivendola anche nei suoi aspetti più avvilenti e triviali. Il costrutto satirico di Paràbasi non è però esente, ma solo in alcune poesie, da ombre, che lo rendono di conseguenza meno piacevole ma sempre veritiero, dando vita alla costruzione di una impalcatura moralistica che fa apparire le cose peggiori di quello che sono.
In alcuni passaggi, la versificazione scende a livelli che potrebbero sembrare scontati, ma non lo sono affatto perché si tratta di una quotidianità intrisa di verità che si snoda in una anatomizzazione di figure e personaggi con un linguaggio pesante e, talora, anche fastidioso, per cui la veridicità di certe affermazioni dell’Autore è commisurata alla forza di un periodare travolgente, teso quasi a voler creare il ridicolo e ad emanare sentenze.
Ma se Pluchinotta ha scelto questo genere per la sua poesia, è perché ha inteso instaurare un colloquio con il lettore senza infingimenti, senza rifuggire dal reale, e con una “ars dicendi” non aulica, sublime, fine e delicata, ma aspra e punzecchiante.
I versi del poeta, pertanto, si svelano immediatamente, perché il linguaggio è energico, vivace, e non facendo ricorso a particolari forme sintattiche, si dipana in modo da non provocare uno sforzo eccessivo di rielaborazione interpretativa nel lettore, il quale si trova a contatto, specie alla prima lettura, con una poesia che lo coinvolge ex abrupto, quasi come un macigno, senza dargli la possibilità di pause di respiro.
A Pluchinotta, certo, non interessavano le persone in sé, che erano solo esempi. Egli stigmatizzava, nei suoi versi, i vizi e non i viziosi, mostrando di avere un suo ideale di vita morale. Il suo poetare era di rottura e di dissenso, toccava i punti nodali della vita opponendosi all’ipocrisia generalizzata e lasciando spazio alla speranza del cambiamento. Il realismo dei suoi versi si muoveva, insomma, sui binari della franchezza e rifuggiva dalla logica della retorica per dare invece spazio alla poesia come “grido di protesta e di denuncia del malcostume”.
Complessivamente, dunque, la poesia di Pluchinotta ha ancora oggi una sua indiscussa validità ed una strutturazione noumenica che fornisce, sotto vari aspetti, un reale quadro della società, anche se questo risulta, almeno sembra, osservato con un po’ di acredine e sottoposta a pesanti giudizi. I quali, però, scavano in profondità per fare emergere la verità. E la verità, come si sa, fa sempre male!
Ecco alcuni testi poetici di Pluchinotta tratti dalle sue due opere: “Campionario di me” (1963) e “Parabasi”(1987)

Nebbia
Nebbia,
non vedo ad un palmo
dal mio essere:
Io, che mi amo tanto,
senza un orizzonte!/
È sprofondato il mondo
antico di trent’anni
spezzati i fili orditi
con leggi di millenni
attorno al mondo;
e polvere di vecchio
m’annebbia l’orizzonte.
Io che mi amo tanto
non so dove portarmi.
Se muovo un passo
spiaccico vermi.

Ho chiuso le finestre

Ho chiuso le finestre
sul mondo.
Sto solo
dentro di me,
attento
all’intimo racconto
dei sensi/
alla memoria.
Compagno, la tua voce
picchia
a gocce di parole
contro la cera
impenetrabile
delle due foglie
d’orecchie
ai margini
del tronco:
Albero sono
egodo,
pregno di sogni,
restare in letargo.

Lo straniero

Pozzallo s’è fatta una Sfinge
con volto e petto di fanciulla
e il restante corpo di leone.
Per lei io ora sono
un estraneo babilonese.
Un tempo parlavamo
la stessa lingua e il cuore
ci batteva allo stesso tempo.
Come sul Municipio
ora abbiamo in fronte due orologi
ognuno segna la sua ora.
Gli occhi persi all’orizzonte,
a me reclamante la ragione
di tanto estraniamento,
per tutta risposta mi rivolge
l’assurdo culo di leone.
Che qualcun altro glielo benedica!

La poesia Lo straniero è una esplicitazione della dimensione relazionale di Pluchinotta con Pozzallo, sua città di origine. Egli che ha diviso la sua esistenza tra la città marinara e Bologna, esprime il suo stato interiore: si sente come in esilio, un “estraneo babilonese”. Il tono dei versi è di rimpianto, nostalgico (“Un tempo parlavamo la stessa lingua.”), di rammarico. Il mutamento relazionale si snoda, poi, sia a livello noumenico che affettivo (“… il cuore ci batteva allo stesso tempo“.) e Pozzallo è collocata dal poeta in una sorta di “status di estraniamento” dell’anima a causa della sua lontananza; il poeta condensa il suo animus lirico nell’immagine dei “due orologi” che segnano ore diverse. Il tempo della “memoria” si ricongiunge, così, con il tempo dello “straniamento” all’interno di un circuito emozionale dove passato e presente camminano insieme nella postura dei versi.

La Mignatta

Andreotti, Andreatta,
figli della DC?
Ma allora questi qui
son figli di Mignatta…

In questi brevi versi Pluchinotta ironizza sul sistema di potere democristiano che ha caratterizzato la prima Repubblica. Lo fa puntando il dito non sulle persone in sé stesse, anche se, di fatto, nominalmente indicate, ma su modelli comportamentali (“Figli della DC”) che hanno deturpato il volto dello democrazia nella sua vera natura a causa di vizi e modi di operare fortemente imprigionati nella maglie di un’etica pubblica non rispettosa della legalità.

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