Personaggi iblei di ieri… di Domenico Pisana.

Benedetto Ciaceri, commediografo e narratore
Tempo di lettura: 2 minuti

Tra le figure di spiccato valore culturale che l’area iblea vanta nel suo patrimonio letterario, va sicuramente inserita quella di Benedetto Ciaceri. Nato il 3 marzo 1902 a Pozzallo, frequentò gli studi a Modica e subito dopo aver conseguito il Diploma di Maturità Classica nel Liceo classico “T. Campailla”, si iscrisse nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze.
Successivamente, abbandonata l’idea di conseguire una laurea in quelle materie per niente congeniali al suo spirito, preferì avviarsi al lavoro: fu, infatti, impiegato di banca, prima a Firenze e poi a Roma. Ma, non appena gli si presentò l’occasione di scrivere per i giornali, lasciò anche questo impiego per dedicarsi all’attività pubblicistica come giornalista per il Corriere della Sera a Milano, città dove trascorse gran parte della sua esistenza e dove morì il 26 maggio 1965. A Milano ebbe rapporti con scrittori, giornalisti, commediografi e riuscì a frequentare circoli di intellettuali, facendosi apprezzare per le sue qualità scrittorie e il suo estro narrativo e prestando la sua collaborazione anche ad altri fogli come Il Resto del Carlino, La Gazzetta del Popolo, Il Tempo, Il Secolo XIX, La Sicilia.
All’età di appena 25 anni si mise in luce come commediografo, mettendo sulla scena I falchi, un dramma che rappresentava il disfacimento di una famiglia borghese e che lo fece entrare con successo nel mondo del teatro, ove non mancò di destare l’attenzione con altri due opere teatrali. In primo luogo con il dramma Tormento(1933) in tre atti, che venne rappresentato a Milano dall’attore Ermete Zacconi, tant’è che Renato Simoni, uno dei più importati critici teatrali del tempo, così scriveva sul Corriere della Sera: “… Ieri sera con ‘Tormento’ un giovane alle sue prime armi ha avuto la gioia del successo, non fabbricato dagli amici, ma pieno e sincero, ottenuto commovendo il pubblico”. Due anni dopo, nel 1935, si ripresentò al pubblico con un’altra commedia in tre atti, Il Prigioniero, ove rappresentava la figura di un marito tradito e fatto oggetto di calunnie, che desidera riconquistare la moglie per non morire, e ancora nel 1946 con una nuova commedia dal titolo A sua moglie, ove la protagonista è una donna della borghesia dell’epoca.
L’arte teatrale di Benedetto Ciaceri si palesa sicuramente come processo costruttivo di sentimenti, passioni e risentimenti, come scontro analogico di esperienze che distruggono e purificano, che aprono spazi di ricostruzione del mondo spirituale di ogni persona.
Benedetto Ciaceri fu certamente una figura eclettica. Egli, infatti, ebbe anche un’intensa attività narrativa che è tuttora vivace nello stile e attuale nei temi trattati a quasi cinquanta anni dalla sua morte, e che si muove nel solco della tradizione narrativa siciliana iniziata da Verga.
La sua opera narrativa si è dispiegata in un arco temporale di circa trent’anni con un primo romanzo, Tributo alla vita pubblicato nel 1934, seguito da altri tre romanzi – Castelmoro (1938), La Contessa di Modica (1950), Il Canonico Mistretta (1961) – e da varie raccolte di novelle e racconti: Racconti di Sicilia (1953), Romanzi e Racconti (1956), e una raccolta di Novelle, pubblicata postuma nel 1966.
I romanzi di Ciaceri hanno un radicamento nella terra siciliana e si propongono ai lettori come “scavo etico” nella coscienza umana; la sua narrazione riporta alla luce quel grado di cattiveria che attraversa l’animo umano e lo riduce ad un essere ingiusto che fa del sopruso e dell’ingiustizia il suo strumento per schiacciare l’altro. I romanzi e i racconti lasciano quindi intravedere il lato negativo di una umanità dove “Per gli umili è un lusso alzare il capo e sfidare la vita”, mentre “i birbanti trovano sempre una difesa”. C’è quasi una “etica della rassegnazione” nel percorso narrativo di Ciaceri, che spesso cede al pessimismo, anche se non manca nei suoi personaggi il bisogno di sognare orizzonti positivi e di tranquillità: “questa poi è la più grande aspirazione dell’uomo e il suo vero bisogno è vivere tranquillo. Felice no. Non ci crede nessuno. Ma alla tranquillità siamo ancora in molti gli sciocchi che vi crediamo. Non importa se è poi più difficile a trovare la felicità. Il più è crederlo …”
Della vasta produzione narrativa di Benedetto Ciaceri merita, senza dubbio, di essere presa in considerazione anche l’opera pubblicata nel 1961, Il canonico Mistretta, perché in essa il rapporto tra arte e morale e fortemente rilevante. Ciaceri nel romanzo solleva una “questione antropologica” che si essenzializza nella figura del canonico Mistretta con un complesso di domande: che cos’è un canonico rispetto a se stesso, al mondo che lo circonda, a Dio? Un canonico o un uomo? Le sue risposte, distribuite nel flusso di una narrazione ininterrotta e sviluppata come un “dialogo continuo”, fanno risaltare il mondo interiore dell’uomo con le sue inquietudini, i suoi tormenti, nel quadro di un bisogno coscienziale ove il bene e il male si inseguono in modo vertiginoso.
Tutti i romanzi di Benedetto Ciaceri, come si legge nella prefazione al suo romanzo La contessa di Modica del 1950, sono di ambiente siciliano, anche se la signorina Celeste emigra per qualche anno con i suoi nel settentrione, e se la contessa di Modica trascorrerà qualche tempo a Roma. E’ ancora in Sicilia che si conclude la diversissima vicenda di entrambe…. “Come siciliano, – si afferma nella prefazione – egli ritrae la borghesia isolana di città e di paese, così come il Verga ha ritratto il popolo e il De Roberto le classi alte; se tale modesta borghesia riesce alle volte a dorarsi del censo ottenuto attraverso il sagace lavoro del quale il siciliano è capace quanto un settentrionale, traluce nelle figurazioni del Ciaceri tutta la saporosa primitiva congenita psicologia, in un mirabile gioco d’ombre e di luci, d’incompatibilità e di adattamenti, d’ambizioni nuove e di attaccamenti vecchi”.
L’attività di commediografo, romanziere e scrittore di Benedetto Ciaceri rappresenta, per Modica in particolare, dove visse fino a circa 20 anni, un tassello di interessante livello letterario, ed è per questo che la famiglia si è fatta promotrice, attraverso il nipote ing. Gianbattista Giuseppe Floridia che vive a Milano, del recupero di tutta la produzione di Ciaceri, considerato che la sua arte narrativa si mantiene ancora oggi attuale e aderente – come scrive uno dei suoi editori – alle istanze dell’uomo di fronte ai temi universali dell’esistenza, proponendo argomenti di portata metafisica, e guidandoci per mano nel mondo dello spirito, attraverso gli intricati grovigli della vita dell’uomo nella realtà vissuta giorno per giorno.
Benedetto Ciaceri in tutta la sua opera narrativa ha mostrato un livello di sicilitudine che ha fatto della sua terra la vera protagonista dei suoi romanzi e ,pertanto, ci pare un fatto positivo il recupero del sua opera, della quale si sono occupati critici come Possenti per il teatro, e Secchi, Venturi, Morini, Santandrea, Napolitano, Petralia per la narrativa, “convenendo in sostanza sul fatto che il mondo suo è quello stesso che ha ispirato buona parte dei narratori siciliani, dal Verga al Pirandello, dall’Aniante al Guarnaccia; ossia è un mondo che esprime la vitale esuberanza della gente siciliana, al cui senso tragico, ereditato dall’antica Grecia, si mescola una fiera rassegnazione di origine araba”.
Ciaceri si inserisce in questo alveo costruendo personaggi e una narrativa etico-sapienziale che pur riflettendo il costume e il colore locale, valica i confini del microcosmo territoriale, emanando un respiro universale ricco di suggestioni e di forza persuasiva, perché è la vita stessa, con le sue luci e le sue ombre, che riempie i suoi atti teatrali, i suoi romanzi e i suoi racconti, dandoci le coordinate di una personalità letteraria originale e desiderosa di testimoniare valori ideali e morali che il tempo non potrà mai cancellare.
Chiudiamo la nostra analisi riportando un testo inedito di Benedetto Ciaceri scritto nel mese di settembre. Non porta né il giorno né l’anno, ma presumibilmente si può datare tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘60. Lo scritto ipotizza una sorta di passeggiata nella città di Modica in compagnia di turisti.

“Eccoci in piazza Municipio, qui il turista troverà, e già prima in piazza del Carmine, i monumenti che invano cercò sul piazzo letto della stazione; ne manca, e il vuoto è grave, uno al più illustre figlio della città: Tommaso Campailla (1668-1740) e, proseguendo sulla sinistra, il Palazzo di Giustizia, la cattedrale di san Pietro che è opera architettonica di stile barocco comune all’enfasi canora e colorita di molte città siciliane (…)
Dal palazzo di Giustizia alla cattedrale di san Pietro, il Corso prende il nome di Salone, vale a dire grande sala di ricevimento dove la città ama ritrovarsi e riceversi insieme i suoi ospiti: qui i Caffè più eleganti, i negozi più belli, i Circoli, qui la musica a palco, qui il passeggio più fitto, i teneri romanzi d’amore, gli affari più contorti e difficili, qui il trionfo della dialettica, qui il misticismo e il razionalismo han trovato da tempo la loro sede. Sopra il Corso s’alza la città alta, roccaforte delle tradizioni, custode severissima di un mondo che conserva intatta le sue idee, le sue abitudini e, perché non dirlo, la sua poesia. Qui Modica è un’altra e diversa; qui la gente fa parte per se stessa e partecipa alla vita della città bassa con noncuranza e, diremmo, con una sufficienza da cui trapela un giudizio che non sempre potrebbe dirsi favorevole e consenziente (…)
Qui di storia se ne è accumulata più di quante ragnatele si ammucchino negli angoli delle case abbandonate. I commenti, i pensieri, le sensazioni ognuno se li rimugina da sé, ma una visita a queste grotte – la località di campagna si chiama Cava d’Ispica – a parte la curiosità, l’interesse, l’emozione che se ne possono trarre è indubbiamente consigliabile a quanti vivono nella illusione della propria potenza. – Degli uomini resta la storia e appena un segno del proprio cammino …”
Il testo inedito si chiude con una esaltazione della città: “Alla sua gloria le basta continuare a vivere nell’ordine, nella onestà, nella dignità di cui anche nella storia più recente ha dato prova certa e sicura. Da vecchia nobile signora che tiene in ordine il salotto da ricevimento e il libro della spesa”.

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