IN PUNTA DI LIBRO…. di Domenico Pisana

“Di tanto vivere” della poetessa palermitana Anna Maria Bonfiglio
Tempo di lettura: 2 minuti

Una voce femminile del panorama poetico siciliano che merita sicuramente attenzione è quella di Anna Maria Bonfiglio, nata a Siculiana, in provincia di Agrigento, ma residente da tanti anni a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario. Una voce interessante che ha ricevuto giudizi lusinghieri di grandi autori come Andrea Camilleri, Dacia Maraini, Gesualdo Bufalino, Giorgio Bàrberi Squarotti, e che ha alle spalle un itinerario solido non solo nell’ambito poetico con la pubblicazione di numerose sillogi, ma anche sul piano narrativo con brevi romanzi, e su quello saggistico con “A cuore scalzo-La vita negata” di Antonia Pozzi, “La vicenda di gioia e di dolore nell’opera di Camillo Sbarbaro” e “Maria Messina in Figure femminili del Novecento”.
Con la sua ultima raccolta poetica Di tanto vivere, Caosfera Edizioni, 2018, inserita nella collana diretta da Adriana Gloria Marigo, Anna Maria Bonfiglio si ripropone ai suoi lettori con una versificazione poggiata su una struttura noumenica che ruota attorno a quattro aree ispiratrici (“Discorsi”, “Stanze”, “Atterraggi”, “Miserere”) di un poetare denso, rivelatore di una dilazione di momenti interiori e di un ritmo creativo suadente, incisivo e che scandisce la melodia segreta del suo cuore di donna attenta alla storia.
La prima area poetica (“Discorsi”) si dispiega con versi – direbbe Giorgio Bàrberi Squarotti – “di assoluta purezza” e, aggiungiamo noi, di una notevole forza lirica e sintagmatica. L’intreccio dinamico della memoria e dell’immaginazione porta sulla pagina i fotogrammi di una esistenzialità attraversata da sogni, attese, approdi, dubbi, apparenze, luci, ombre, amori, sguardi, distacchi, rinascenze:

…e sogneremo l’ennesima evasione
saltellando fra i cactus quotidiani.
(Da: Insonnia)

Fu per l’antico approdo
cui risultava inutile tornare
che s’abbagliò di luce un dubbio
un dardo di certezza ci trafisse
appesi alla costante attesa…
(Da: antico approdo)

Quello che non appare
è l’agorà che segna la scissione
fra il viaggio dell’andata
e l’inversione.
(Da: L’apparenza)

… Anche le tracce dell’amore
saranno cancellate
quando l’alba non avrà più
sfere di sole
(Da: L’amore che racconta)

Qualche volta si muore –
di silenzio o di parole che non vuoi sentire
e non ti basta
che nell’ombra del distacco
s’annida ancora un rantolo di vita.
(Da: Un distacco)

Sono versi dove si coglie un’armonizzazione di parole e immagini e in cui il magma interiore della poetessa riesce a fare esegesi “ad intra e ad extra”, con un andamento lirico-speculativo encomiabile che affonda le radici più che nel suo “io so” e “io penso”, nel suo “io sono” e “io vivo”. Da qui la dichiarazione di poetica del titolo della silloge, Di tanto vivere, che trova una ulteriore implementazione nella seconda sezione della raccolta, denominata “Stanze”, ove appunto la stanza diventa “luogo simbolico e introspettivo” nel quale albergano visioni, illusioni, gioie, paure, passioni, delusioni.
Dentro le sue “stanze” la poetessa consuma “il desiderio di correre”, aspetta “il saluto della sera”, sente il fuoco dell’amore che batte nel respiro, nel dono di carezze, nel desiderio che “affila i coltelli sulla pelle”. Attraverso un connubio di realtà e simbolicità le XII stanze di Anna Maria Bonfiglio diventano il punto di osservazione di un vivere nel quale “il tempo che scompone i nostri giorni / è un’arida montagna / che non si fa scalare”; “la casa vuota grida / anime perdute e si contorce”; “il giorno ha nuvole di cera / silenzi ad onde medie / e voci di scolari nel cortile”; “Inquiete ombre /allungheranno il passo / a raccontare i fasti del passato”.
Tenera e delicata la cifra stilistica privilegiata dalla poetessa, che delinea il suo confine più quotidiano, quello che abitualmente vive, della casa, dell’intimità della stanza, ove rivive le nostalgie “deposte sopra il davanzale” dispiegando il suo estro figurativo in tenui dissolvenze.
Il discorso poetico di Anna Maria Bonfiglio oscilla tra la liricità e i toni ermetici, ma non perde mai di vista la concretezza storica come nelle sezioni “Atterraggi” e “Miserere”. Quest’ultima ha il sapore di una socialità sofferta, è un urlo di dolore e di denuncia; si leggano le poesie “Delenda Carthago”, “L’immigrata”, “L’impiccata”, “Libertà” ove la versificazione fornisce il quadro etico-sociale entro cui si collocano le sue ispirazioni. La Bonfiglio con i suoi versi utilizza un metodo di lettura della realtà, coglie le ragioni del perché “All’alba il mare scolora /l’offesa del sangue” e “Anche la notte ha paura / quando apre gli occhi / sul sangue dei fiori / a pelo d’acqua”; ed ancora, intride il tessuto delle sue liriche di un realismo esistenziale recuperato e trasfigurato con abilità creativa.
Nel bisogno di vivere di canto e d’amore, anche se tra luci e ombre, si racchiude dunque il senso di questa raccolta, ove il lettore attento saprà scorgere le appropriazioni della poetessa, cogliere i suoi stupori e disorientamenti, decifrare il suo paesaggio affettivo e il vertice di una meditazione ove si scontrano le contraddizioni della provvisorietà della condizione umana e le crepe sociali del vivere quotidiano: “Cosa sei venuta a dirmi /con il tuo lugubre canto / occhiuta civetta? /Forse non sai che la notte / mi ha già donato i suoi frutti”.
Ecco, allora, il senso di ribellione dell’autrice, il suo dialogo-denuncia, il suo disincanto e la sua ironia, che portano alla luce il suo incontro con l’umanità reale, quella di molti che hanno abbracciato “la filosofia del carpe diem”. L’impressione che si ricava dai versi di Anna Maria Bonfiglio è di una poesia in cui si trova – come scrive Camilleri – “una perfettamente espressa adesione alla vita”, solo così, del resto, può spiegarsi questa capacità della poetessa di trarre gioie, inquietudini e suggerimenti dalle icone del quotidiano, per poi rivisitarle con la sua fantasia ispiratrice e con quella – direbbe Marinetti – “facoltà di colorare il mondo coi colori specialissimi del nostro io mutevole”. Va da sé, a riguardo, che l’autrice è proprio sulla parola, parola-verità, parola-immanente, parola-sapienza direbbe Dacia Maraini, che ferma la propria identità evocativa e lirica; è sulla parola che proietta il dialogo con la realtà e che ferma la forza logica e propulsiva del poetare.
I versi di questa raccolta, per concludere, sono l’esperienza di una donna sensibile, stagliata nella metrica delle immagini e nell’armonia di un sentire che guarda ai dettagli della realtà per dire a se stessa e agli altri che il suo aderire alla vita è carico di idee e di affetti e che – come afferma Croce – si è poeti per impulso irrefrenabile di certe immagini di vita, che, se negli uomini comuni passano fuggevoli senza traccia o appena osservate, nei poeti persistono, si richiamano, si aggruppano e formano organismi fantastici”:

“…Non ti chiedo neppure cosa sono
nella tua vita di ferite e rughe.
Ti leggo sulle mani
i segni dei ritorni ripetuti
e so che sei per me pianto e carezza
stazione provvisoria ove si torna
mosca impazzita
nel dedalo dei sogni capovolti.
(Da: un distacco)

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