Il nuovo libro di poesie di Domenico Pisana…di Dario Stazzone

«Le memorie di ideali sognati». Su Nella trafitta delle antinomie
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Ha visto la luce, a fine agosto, la raccolta poetica di Domenico Pisana, vincitrice del I Premio Internazionale di Arte Letteraria “Il Canto di Dafne”, per un saggio letterario inedito dal titolo “Quasimodo, Rebora e Garcia Lorca: Poetas que tienen el fuego entre sus manos: percorsi di umanesimo, spiritualità e poesia sociale. La premiazione è svolta il 24 Novembre ad Aulla, in provincia di Massa Carrara, nella Sala Consiliare del Comune.
La Giuria che gli ha assegnato il Premio, presieduta da Marina Pratici, poetessa, critico letterario e ambasciatrice per la Cultura Italiana, risultava composta da Laura Ephrikian, attrice e scrittrice; Hafez Haidar, scrittore e Candidato Premio Nobel per la Pace e per la Letteratura; Rodolfo Vettorello, Presidente del Cenacolo Internazionale “AltreVoci”, Roberto Vallettini, Sindaco di Aulla, Antonio Colandrea, Carmelo Consoli, Silvia Frunzi, Rosanna Pinotti, Mina Rusconi e Gaia Greco. Come previsto dal bando, il Premio è consistito in un contratto editoriale per la pubblicazione gratuita di una raccolta di poesie a cura delle Edizioni HELICON di Arezzo, nonché diploma artistico personalizzato e targa. Con l’emergenza sanitaria si bloccarono tutte le procedure per la pubblicazione. Ma adesso l’opera è finalmente uscita.
Dario Stazzone, che ne ha curato la prefazione, ci offre una lettura critica della raccolta.

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Viviamo un tempo di grandi incertezze. Come nella cosmogonia con cui hanno inizio le Metamorfosi di Ovidio si ha la sensazione che la successione delle quattro età sia giunta a conclusione, all’epoca in cui i Giganti hanno dato l’assalto al Cielo. De duro est ultima ferro. Si assiste oggi ad un regresso sociale e politico generalizzato. Le democrazie occidentali vengono svuotate di contenuti dall’interno, i populismi si impegnano a scardinare equilibri istituzionali e costituzionali, la demagogia sembra prevalere su ogni analisi seria e rigorosa della fase, il lavoro è svuotato di dignità ed adeguate tutele, l’istruzione non è più considerata un valore in sé, ma una variabile dipendente dai processi di produzione e consumo. In questo contesto l’Unione Europea assiste divisa all’infinito dramma dei migranti, alle loro morti per terra e per mare. La sacralità della vita è continuamente calpestata, subordinata a ciniche valutazioni economiche, la pietas è considerata una debolezza. E mentre rozzi demagoghi diffondono l’odio, predicano la chiusura dei porti e l’erezione di nuovi muri, una dopo l’altra cadono le ipotesi di un’evoluzione democratica dei paesi che un tempo venivano definiti «in via di sviluppo».
Questo scenario è rappresentato nella raccolta di versi di Domenico Pisana, Nella trafitta delle antinomie, con sensibilità ed equilibrio, con accenti patemici che inducono il lettore ad interrogarsi senza mai cedere alla rassegnazione o allo sconforto. Ad una riflessione sul contesto esorta l’epigrafe sciasciana, posta in esergo al libro: “Nessuno è al di sopra di ogni sospetto”. L’opera di Sciascia, i suoi singolari gialli, i suoi pamphlets costituiscono una continua e penetrante indagatio veritatis. Se la citazione dello scrittore di Regalpetra ci esorta ad una disposizione critica verso la realtà che ci circonda, la dedica della raccolta, che il poeta riferisce con dolcezza alla neonata nipotina Emma, “distesa di sogni sui sentieri della mia tarda età”, ci induce a sperare.
Come ogni atto poietico e poetico anche Nella trafitta delle antinomie è testimonianza di fede nella parola, sostenuta dalla fede dell’autore. Ma la nostra contemporaneità è segnata da una parola sempre più retorica, cinica e interessata, una parola che perde capacità di significazione e possibilità di raggiungere l’altro. Per questo i versi della prima sezione, Tettonica della contraddizione, ci consegnano una continua e inquieta meditazione, il sogno di una rinnovata onomathesia, la necessità di un rinnovato ascolto della Parola. Si legge in una delle poesie, Le lingue incespicano: “ Parli la Lingua dell’Eden che ti fu data; / esisti, come sia lo chiedo ancora / al cielo, a questo tempo in cui / le lingue incespicano / su simboli sbagliati / aumentando l’infelicità del mondo, / a questa ora in cui più forte / ogni popolo – forse – dà nomi errati alle cose / implorando la sera della tirannia / che le stelle fuggono e rischiarano”.
Ma il caos babelico ha ormai preso il sopravvento, ha determinato la confusione delle favelle, la frattura tra res e verba: “Il Paese piega su Babele / e già s’avvelenano le lingue nelle / loro parole infette e la brezza estiva / si dilegua e già avanza l’ora del pianto / e l’odore dei morti”. È grave la responsabilità dei media, la “ridda delle voci scatenate nell’etere”, cui il poeta contrappone la lettura dei classici, la razionalità differente della letteratura ovvero di una parola investita d’affetto, la sua humanitas: “Ha il sapore di miele la Parola increata / Omero, Virgilio, Euripide ed Archicolo, / negli scaffali dorme l’umanesimo…”. Purtroppo la nostra epoca è segnata dal trionfo delle forti antitesi, anzi degli ossimori che non potrebbero essere ricondotti a sintesi se non negli sperticati equilibrismi verbali di certa politica. Per questo i versi di Nella trafitta delle antinomie ci danno spesso esempi di contrapposizioni antinomiche o ossimoriche, investite d’ironia dal poeta.
La cifra civile della poesia di Pisana è evidente in Passaggio in Italia, dove “silenzio e sdegno di un popolo diviso mi fa eco”, in Passaggio in Europa, dov’è incastonato un forte interrogativo: “Ma che vale l’irenismo se ora / cade la memoria, se tutto scivola nell’imbuto / della dissolvenza?”, e in Passaggio in Turchia, dove “distrutta la materia del golpe, la verità rimane”. Questi versi possono essere ricondotti alla tradizione poetica dell’indignatio, vigorosa in seno alla letteratura italiana fin dalle sue origini, da Dante al Petrarca della canzone All’Italia, da Machiavelli che nella conclusione del Principe cita i versi della canzone petrarchesca nell’ambito di una più ampia e veemente adlocutio agli italiani ad una pletora di secentisti, dal Leopardi delle canzoni del 1818 al tentativo foscoliano di fondazione di una laica religio. Tuttavia a violare la sacralità della vita, a concepire l’assurdo della libera circolazione delle merci e non dei corpi di uomini, donne e bambini è oggi un’economia distorta, l’imperativo del profitto, il feticismo delle merci, lo “spread limaccioso”.
E mentre in passato si è festeggiato il crollo del muro di Berlino adesso ovunque, anche nel cuore dell’Europa, si erigono nuovi muri tentando di difendere la parvenza di benessere dell’Occidente. I migranti muoiono in mare e per loro non è data alcuna prospettiva di salvezza. Si ripete continuamente il dramma della morte per acqua del fenicio Phlebas, cantata nei versi brucianti di The Waste Land di Eliot. Contro tale assurdità, contro questa Waste Land contemporanea si alza l’urlo del poeta che ricorda lo “scandalo” della croce, la necessaria solidarietà verso i fratelli e le sorelle: “Porto nel cuore l’urlo della croce, storie di deserto, / di amori negati da fili spinati al confine, cambi annunciati / nei palazzi ove si balla la danza del gattopardo, / il filo di seta che mi lega al bagaglio preparato per il viaggio / dove il sonno avvolgerà il mio corpo ed un angelo / scriverà un giorno le memorie di ideali sognati / sotto le stelle”. Leggiamo dunque parole che sono vox clamantis in deserto? Forse, ma il moto di indignazione del poeta ci scuote, scuote il lettore, si accarna nelle nostre fibre, ci fa concepire il sospetto che questo mondo possa essere diverso, che l’umanità e la pietà siano ancora possibili, oltre ed al di là di ogni retorica vuota o interessata.
La raccolta di versi di Pisana riserva una sorpresa, un’Appendix che raccoglie una successione di ritratti in versi di poeti ed artisti, un’isola in cui si respira un’aria pura che sembra concepita in contrappunto all’aspra realtà rappresentata. Ma una citazione tratta da Ovidio, esergo a questa più breve sezione, ci ammonisce contro la perdita di memoria e le umane ingenerosità: “Finché sarai illeso, potrai contare numerosi amici, ma se il tempo si abbuia, allora sarai solo”.
L’autore rende omaggio a Salvatore Quasimodo a cinquant’anni dalla morte. Al poeta di Giorno dopo giorno Pisana ha dedicato diversi studi critici, la filigrana lessicale e l’universo di senso quasimodiani sono spesso penetrati nelle sue poesie. Adesso il moderno scrittore fa suo, porta in sé il ricordo del lamento per il Sud: “Or sono io a custodire nel petto il lamento / di una terra ‘che trascina ancora morti’ ”. Ma anche fra questi versi appare una significativa apertura alla speranza: “Sale la luna sulla città che ci diede i natali, in me / si desta l’orgoglio e si fa strada la speranza / di nuove stagioni per l’ ‘uomo del mio tempo’ ”. I sintagmi o i lessemi degli altri poeti evocati, concrezione di senso e nucleo di ciascun componimento, sono incastonati nella galleria di omaggi a D’Annunzio, Carducci, Saba e Baudelaire. Di grande intensità è il ricordo dedicato Al pittore di Scicli Piero Guccione, composto a Modica il giorno della sua morte. In esso vengono evocati gli inconfondibili dipinti stesi con pazienza velatura dopo velatura, si sovrappongono i ricordi delle marine e delle campagne iblee dove si spande l’odore del carrubo. L’arte di Guccione, la lentezza con cui venivano realizzate le sue tele sospese tra iconico ed aniconico, l’amore per i luoghi e i paesaggi natali sono una lezione all’oggi, un monito contro la corsa odierna che è già, con Pascal, una caduta. Intersecando la sua voce con quella di altri poeti, evocando le immagini di un grande pittore, Pisana ci riconduce a ciò che è realmente umano, all’irrinunciabile valore etico della parola e dell’immagine, contro l’odierno universo di barbarie.

 

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Dario Stazzone è dottore di ricerca in italianistica (Lessicografia e semantica del linguaggio letterario europeo, dottorato coordinato da Giuseppe Savoca) e cultore di Teoria e Sociologia della letteratura. Ha insegnato Retorica a Scienze Politiche. È autore di saggi su Sinestesie, Belfagor, Bohèmien, Oblio, Agorà, Annali della Fondazione Verga, Quaderns d’Italia e Otto/Novecento dedicati, tra gli altri, a Michelangelo poeta, Verga, Capuana, De Roberto, Carlo Levi, Bassani, Emilio Greco poeta, Gatto, Luzi, Pasolini, Sciascia, Bufalino, Consolo, Addamo, Fernandez ed Attanasio. Ha pubblicato le seguenti monografie: Il romanzo unitario dell’infinita modernità. Carlo Levi e il ritratto, Geometrie della memoria in Carlo Levi e Vincenzo Consolo e l’odeporica europea. Ha curato la ristampa di Catania di De Roberto (in collaborazione con Rosalba Galvagno) e de Il patrimonio artistico di Catania dello stesso autore. Recente è la cura di Quattro scrittori, quattro Sicilie (Le Farfalle Editore, Valverde 2015), che ripropone gli scritti di Patti, Levi, Comisso, Sofia dedicati alla Sicilia nel 1952.

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