Macron difende vignette di Maometto…l’opinione di Rita Faletti

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A Parigi è iniziato in questi giorni il processo più importante che sia mai stato celebrato al terrorismo islamico. Così importante da essere filmato integralmente per creare archivi storici. Sul banco degli imputati non gli assassini che furono presi e uccisi dalla polizia, i fratelli Kouachi, ma 14 imputati accusati di aver fornito sostegno logistico agli attentatori. Come tutti ricorderanno, cinque anni fa, nel gennaio del 2015, la furia integralista colpì con violenza inaudita la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.  Dodici vittime, corpi abbattuti come birilli dai proiettili scaricati con furia bestiale da due  kalashnikov e sangue ovunque. La scena di una carneficina rimasta incancellata nella memoria di chi si trovò in quella redazione dopo la strage. L’11 di gennaio due milioni di persone nella capitale francese e tre milioni e mezzo in tutta la Francia riempirono strade e piazze per condannare l’attentato. Je suis Charlie. Una marea umana che sfilava muta, profondamente colpita e inconsapevole di essere in parte complice di quell’omicidio. Quando una tragedia di quella portata si abbatte su di un paese, nessuno, né i cittadini né i politici né gli intellettuali hanno il diritto di chiamarsi fuori. I cittadini perché sono stati spettatori  codardi e silenziosi  dell’opportunismo  e del cinismo dei politici, i politici perché hanno blandito il moralismo pretenzioso e insulso di intellettuali abituati al plauso altrui e al comfort della propria indifferenza. La Francia ha forse dimenticato, ha voluto rimuovere, ha preferito rannicchiarsi su se stessa e fingere di ignorare le proprie responsabilità. L’avvocato di Charlie Hebdo è pessimista quando dice che la libertà ha perso e sul banco degli imputati non ci sono i colpevoli, ma la libertà di espressione, la regina di tutte le libertà. Il Figaro intitola l’editoriale “Charlie Hebdo, libertà o morte” e scrive che l’islam politico va di pari passo con la sinistra culturale, che “avanza sotto la maschera dei diritti umani e della lotta contro le discriminazioni”. La sinistra culturale. Ne sappiamo qualcosa? A farne parte a pieno titolo, la scrittrice Virginie Despentes, uno dei nomi più blasonati della letteratura femminile francese. “Ho amato quei ragazzi, ha scritto,  che avevano comprato un kalashnikov al mercato nero e avevano deciso di morire in piedi anziché in ginocchio. Li ho amati nella loro goffaggine quando li ho visti con le armi in mano seminare il terrore gridando: abbiamo vendicato il Profeta”. In un paese normale, una così dovrebbe essere ricoverata d’urgenza in un ospedale psichiatrico o finire dietro le sbarre per istigazione alla violenza.  Invece, nella  Francia delle liberté, dove negli ultimi mesi sono stati sventati  diversi  attentati,  esiste un “collettivo” contro l’islamofobia.  “La violenza ha messo le radici nel cuore della società” è stato  il commento rassegnato del procuratore dell’antiterrorismo francese.  Ma alla realtà desolante di una cultura ignobile che ritiene se stessa una guida illuminata e illuminante quando invece è la fotografia dell’ignavia e dell’ipocrisia, si oppongono “lo sberleffo, sempre politicamente scorretto, e  la dissacrazione talvolta blasfema” di una redazione che non ha rinunciato alle ragioni per cui è nata. “Non ci arrenderemo mai”.  Charlie Hebdo ha ripubblicato le vignette su Maometto, le stesse che l’avevano consegnato alla vendetta  dell’integralismo islamico. Questa volta però, il presidente Macron, rifiutandosi di seguire l’esempio di illustri quanto vili presidenti  e primi ministri che hanno censurato le scelte della rivista, ha impartito una lezione di libertà a quanti ne  vorrebbero la resa: “La libertà alla blasfemia è adeguata alla libertà di coscienza. Io sono qui per proteggere queste libertà” . Chissà cosa pensa  Papa Francesco che dopo la strage disse: “Se il dottor Gasbarri (responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Papa) che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli aspetta un pugno. E’ normale”. Non stupiamoci poi se per alcuni la normalità è violenza.

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