Riflessione personale sulla vicenda prostituta-Covid. Riceviamo

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La vicenda della prostituta, risultata positiva al Covid, dopo avere “esercitato” per diversi giorni nella nostra città, assume un significato simbolico importante, su cui vale la pena fare una personale riflessione.
Entro subito nel tema, senza troppi giri di parole: quella donna appartiene all’esercito degli “invisibili”: i lavoratori immigrati fatti schiavi nelle campagne d’Italia e le lavoratrici stuprate dai “padroni” e “caporali”, nelle baracche nascoste tra le serre; le colf venute dall’est Europa, alle quali affidiamo, rigorosamente in nero, le cure dei nostri anziani; le prostitute, di ogni origine e “colore”, delle cui attenzioni non disdegnano nemmeno i più convinti protettori dei confini nazionali; i bambini, lasciati mendicare al freddo in inverno e sotto il sole cocente in estate, davanti ai supermercati o ai semafori cittadini; i poverissimi, quelli che stazionano agli angoli delle vie cittadine, su cui cade, distratta e sdegnata, la coda dell’occhio quando facciamo lo shopping domenicale. 
Molti di noi fanno letteralmente “uso” di quegli “invisibili”, perché essi rappresentano niente di più che oggetti, merci da “consumare”, ma dei quali ci si accorge solo quando accade “il fatto eclatante”, come quello modicano, tanto più interessante quanto strettamente connesso alle pruriginose implicazioni morali e personali che ricadranno sui “clienti”, potenzialmente positivi al Covid e certamente destinati sia alla “vendetta” delle mogli tradite che al giudizio morale della “comunità”.
Ed ecco che arrivo al punto: il giudizio della società, che si sveglia, per un attimo, dal suo torpore consumistico e si accorge che esiste la prostituzione, anche in una città come Modica, dove tutto sembra “non dovere accadere” e che invece accade: il giro di droga che costantemente alimenta le notti brave dei nostri figli; le torbide abitudini di coppie stanche e troppo sazie di “normalità”; la morte solitaria di un anziano senza parenti e rimasto senza amici, trovato sul suo letto, già in avanzato stato di decomposizione, nello stupore generale dei vicini, che mai si sarebbero accorti di nulla, senza quel fetore nauseabondo che aleggia per il quartiere; l’omicidio del cuoco amico di tutti; il suicidio dell’imprenditore caduto in disgrazia.
La società che si sveglia e non si avvede della sua complicità alle più turpi abitudini dei suoi stessi componenti, tra le quali comprendo anche l’indifferenza, ed anzi si auto-assolve, elevandosi attrice in riconvenzione per chiedere il “conto” del danno subito all’immagine di questo “piccolo angolo di paradiso in terra!”
La comunità non sbaglia mai, non perché, come qualcuno ha scritto, la folla è più saggia degli individui che ne fanno parte. Molto più semplicemente, la comunità non sbaglia perché è più forte dei singoli e, per questo motivo, ha ragione sempre, anche quando ha torto marcio!
Il torto, in questo caso, è pensare a se stessa come limpida e moralmente superiore, quando in realtà ciò non è.
Tornato al caso di specie, non so se qualcuno ha speso qualche parola per la donna coinvolta in una vicenda che sembra di folklore pur essendo fatto di cronaca. Probabilmente sì. Anzi sicuramente lo avrà fatto qualche istituzione attenta alle problematiche delle donne e dei loro diritti.
Da uomo, da padre e da marito, tuttavia, voglio esprimere, da questa sede, la mia più totale solidarietà a quella signora e la mia personale richiesta di perdono: per il solo fatto che la stessa rischia la vita per avere destinato i frutti del suo amore alla più fetida e schifosa razza degli uomini!
Antonio RUTA
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