“Vento di scirocco”: l’ultimo libro di Michele Giardina

Mi fa molto piacere parlare dell’ultimo libro di Michele Giardina, dal titolo “Italia devastata da un forte Vento di scirocco – stampa drogata politica puttana giustizia pervertita”, Armando Siciliano Editore, 2020, che – come lui stesso racconta nella premessa, ha avuto il suo incipit ispirativo da nostre conversazioni sulla realtà socio-politica del nostro tempo. Certamente l’atto della scrittura è per Michele Giardina un gesto di coraggio. Egli, infatti, è un giornalista-scrittore che non ha peli sulla lingua e che si pone come obiettivo non il “politicamente corretto”, ma la ricerca della verità.
Avendo letto parecchi sui apprezzati libri, mi viene di pensare a George Orwell, giornalista, saggista, scrittore e attivista politico britannico tra i più interessanti della prima metà del ‘900, il quale nel suo libro “Romanzi e saggi”, Mondadori, così scrive:
“Il mio punto di partenza è sempre un senso di partigianeria, un senso d’ingiustizia. Quando mi accingo a scrivere un libro io non mi dico: ‘Voglio produrre un’opera d’arte. Lo scrivo perché c’è qualche bugia che voglio smascherare, qualche fatto su cui voglio tirare l’attenzione, e il mio primo pensiero è quello di farmi ascoltare”.
Ebbene, Michele Giardina, anche lui con una esperienza sociale alle spalle, con parecchie pubblicazioni e romanzi al suo attivo, con una militanza giornalistica lunga e appassionata in provincia di Ragusa, con questo libro non ha , a mio avviso, l’intento di produrre un’opera d’arte, ma quello di “smascherare bugie ed ipocrisie”, nonché prendere le distanze dal “sistema della caste” imperante nel nostro Paese.
E’ lo stesso autore, del resto, a dichiarare apertamente che alla base di questo suo libro c’è una forte dose di indignazione per il modo in cui si sta devastando l’Italia. E leggendo il suo libro e soffermandomi sui temi che egli solleva, la mia memoria mi riporta indietro nel tempo ad uno dei campioni dell’indignazione, lo scrittore della Roma imperiale, cioè Giovenale, uno che diceva di sé stesso, di non avere particolare genio artistico e letterario, ma solo tanta rabbia e indignazione: Si natura negat, facit indignatio versum, egli diceva. Che in buona sostanza vuol dire: anche se non sono uno scrittore con un particolare talento naturale, sono così indignato che non posso non scrivere. E così Giovenale non le mandava a dire rispetto ai favoritismi e ai parassitismi dell’amministrazione pubblica, dei privilegi degli uomini vicini al potere, della cortigianeria e del ruffianismo e dell’insincerità; ed aveva parole infuocate verso la concentrazione del potere nelle mani di pochi e verso tutte le difficoltà quotidiane della vita in una città ingrandita a tal punto che tutti i valori tradizionali venivano rovesciati.
Anche Michele Giardina è una scrittore vivace, battagliero, direi irruente ma sempre tendente alla coerenza, che non sempre è cosa facile; è una personalità stimata da molti, ma anche criticata, avversata per ciò che scrive e per come scrive.
E in questo libro egli parla dell’attualità più cruda di questo nostro tempo, narra storie che disegnano le coordinate di una realtà umana che fa fatica, sia a livello di macrocosmo che di microcosmo, ad essere libera, vera, autentica, trasparente e lineare.
Giardina scrive di questa nostra società italiana ed europea colpita da un “forte vento di scirocco”, rotta da relazioni distorte e da palesi ingiustizie, piegata all’intrigo di trafficanti di parole, inquinata da ruffiani ed arrivisti, contaminata da ipocrisie, furberie, equivoci, menzogne, e dalla quale l’autore prende le distanze affidando l’impianto noumenico della sua opera a riflessioni mordaci e punzecchianti. E sono riflessioni che si addentrano criticamente dentro ambienti giornalistici, politici, del volontariato, della magistratura, con affondi forti che toccano da vicino, fra l’altro, ricostruzioni riguardanti “Giornalisti Vip e dintorni”, il “Trattato di Dublino”, “il Sovranismo”,“Frontex Triton, Frontex Themis e l’Operazione Sophia”, l “Unione Europea”, la “Politica Puttana”, il “Progetto ConteLamorgesex”, lo “Scandalo toghe” e il “Sistema Montante”.
Leggendo quel che scrive Michele Giardina, se ne deduce che mai come in questo momento storico, sociale, politico e religioso la malattia dell’ipocrisia e della doppia morale abbia avvinghiato tutto e tutti in quello che l’autore chiama il sistema delle caste, dove – direbbe il buon Sciascia – “nessuno è al di sopra di ogni sospetto”. Non c’è dubbio che questo clima in cui si dispiega il Paese non favorisce la coesione democratica, acuisce la solitudine e lo scontro, germina l’ipocrisia sociale, porta all’immobilismo; e allora – sembra dirci lo scrittore pozzallese – non è più questione di centrodestra o centrosinistra, di maggioranza né di opposizione o di alternanze politiche, né di “partito dell’amore” e di “partito dell’odio”, ma di caduta generale del senso etico della vita che coinvolge anzitutto i poteri dello stato e le istituzioni, divenute vere e proprie caste, con livelli diversi di responsabilità e di rinuncia collettiva alla ricerca della verità. Rinuncia alla quale Michele Giardina, giornalista e scrittore francu ri naca come lui si definisce, non ha ceduto, tant’è che scrive: Mi piace raccontare. Volare senza ali. Mantenendomi a quota umana. Confessarmi. Lavarmi l’anima.
E sfogliando le pagine di questo suo nuovo libro si vede con chiarezza che egli si sforza nella sua narrazione di essere veritiero, cercando – come direbbe il filosofo Spinoza – né di piangere né di ridere ma di “intelligere”, cioè leggere dentro la realtà e i fatti della società e della la storia per tentare di capirli. Quella verità che egli stesso ricerca con umiltà e passione stigmatizzando quei comportamenti non solo contraddittori ma mossi consapevolmente da intenti menzogneri finalizzati ad assolutizzare o a ridurre , a deformare, nascondere, commentare faziosamente le cose da dire , operando così una palese lesione della dignità della persona e della qualità della vita sociale.
L’autore usa uno stile che trasforma il fatto in contenuto e linguaggio scorrevole ed immediato, quasi parlato e caratterizzato da frasi brevi, dirette, realistiche. Certamente, i contenuti, quelli di fondo, rimandano a fatti accaduti e a tutti noti, ma tutto è ricondotto nella prospettiva individuale dell’autore, connotata con di onestà intellettuale al fine di dare voce a realtà che di solito rimangono nella penombra e nel silenzio; egli sussurra verità e, soprattutto, guarda con realismo la società nel suo micro e macrocosmo.
Molta importanza assume, infine, in questo libro, la lingua, la scelta delle parole e l’abilità di Giardina nel lavorare sulla frase, sul paragrafo e poi sul capitolo, nel riuscire a essere semplice ed efficace, nel dire il più possibile con la minima quantità di parole e con rilevante forza critica, senza scadimenti in sterili polemiche né cedimenti a faziosità politiche.
Una cosa è certa. Giardina è uno scrittore dalla schiena dritta, che descrive, indaga, racconta, riporta dati e denunce, senza pregiudizi e con argomentate riflessioni critiche. Ciò che viene denunciato dall’Autore può essere discusso, confrontato con la realtà, fino ad aprire spazi di dialettica critica e a porre domande di senso sulla devastazione che sta imperversando sul nostro Paese.

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