Fuffa al potere…..l’opinione di Rita Faletti

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Quando ci sono di mezzo le aziende la temperatura sale. I nemici tradizionali fanno a gara nel tentativo di dimostrare responsabilità e colpe inesistenti fabbricando tesi campate in aria e vaghe costruzioni sulla base di vecchi pregiudizi e malafede. In realtà dimostrano, senza fare alcuna fatica, congenita piccineria mentale e morale. Se poi l’azienda si chiama Fiat Chrysler Automobiles con sede fiscale in Gran Bretagna e sede legale in Olanda, allora le trame si infittiscono e sui social la rabbia degli invidiosi si scatena. In un momento in cui si parla della necessità di non sparare sul governo Conte, bisogna fare violenza a se stessi per astenersene, un esponente non di secondo piano dello stesso, Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, forse sotto l’effetto della riapertura di lunedì di bar, ristoranti, negozi al dettaglio e parrucchieri, ha aperto la bocca per diffondere il virus velenoso del sospetto su centri economici e media che si preparerebbero, a suo dire, ad attaccare il governo. Chiara l’allusione ai due quotidiani, la Stampa e Repubblica, ora posseduti dalla holding Exor, la società di investimenti della famiglia Agnelli, che agirebbero da bracci armati per disarcionare Conte e cambiare la maggioranza. Bella mossa, penseranno alcuni. E si tira fuori il solito conflitto di interesse, tanto caro alla sinistra che ama fare la morale agli altri. Alle prese con una crisi gigantesca e il rischio concreto di chiusure definitive e fallimenti, il governo cosa fa? Propaganda il denaro promesso che non arriva, mentre qualcuno (Orlando e Provenzano) contesta il prestito a Fca. 6,3 miliardi di Intesa Sanpaolo, banca privata, concessi a Fca Italy, su garanzia di Sace, la società del gruppo Cassa depositi e prestiti, cui i grillini avevano in mente di affibbiare il salvataggio della decotta Alitalia. Ma facciamo un passo indietro. La Fca Italy ha sede a Torino, 16 stabilimenti in Italia, 26 poli dedicati alla ricerca e allo sviluppo, 54 mila occupati, 300 mila con l’indotto, smuove una filiera che occupa 1,6 milioni di italiani e paga miliardi di tasse in Italia, condizione vincolante del dl Liquidità per chiedere la garanzia dello stato per il prestito. Insensibile a tutto questo, la retorica antindustriale e anticapitalista si è risvegliata. Calma! I soldi serviranno per l’indotto italiano: 5500 società di fornitori e concessionari che non riescono ad accedere alla liquidità. Nel decreto “Rilancio”, su 55 miliardi neanche un euro su automotive. Orlando ha allertato sulla gestione di flussi finanziari che fa gola a molti. Una insensatezza detta dall’esponente di un governo che ha confermato i 7 miliardi di Rdc dei quali si scopre ora che 500 mila sono finiti nelle tasche di personaggi della ‘ndrangheta calabrese. E chissà in quali altre tasche sono finiti gli altri. Una insensatezza alla luce di un decreto che distribuisce soldi a pioggia ed esclude un settore, quello dell’auto, in profonda crisi, ma che in tempi normali rappresenta il 5,6 per cento del pil nazionale, componentistica compresa, mentre concede un bonus su monopattini e biciclette che finiranno ad aziende italiane. Stupide dichiarazioni a parte, l’ex ministro della Giustizia, se vuole aiutare il paese aiuti le sue imprese. Spinga lo sguardo oltre i confini italici e prenda esempio dagli altri governi europei, affezionati alle loro imprese che difendono con forza. Provi anche domandarsi perché tante aziende italiane abbiano scelto di spostare il domicilio fiscale e legale a Londra e Amsterdam. Scoprirà che quei sistemi burocratici e fiscali sono efficienti e di qualità e che le controversie commerciali si risolvono in tempi brevi e con costi contenuti. La durata media di una controversia civile che in Italia è di 1120 gg., in Olanda si conclude in 514 giorni. Macché dumping fiscale, è competitività e i trattati europei prevedono la libertà di scelta. E a proposito di prestiti statali, Marco Bentivogli, segretario nazionale di Fim-Cisl, ci ricorda che prima di Marchionne la Fiat viveva di denaro pubblico ma alla sinistra piaceva tanto. “Quell’antagonismo collusivo che creava un’immagine di falsa contrapposizione e polarizzazione ha imbrogliato molti. Marchionne fece a meno del denaro pubblico e il giochino è saltato”. Oggi Fca chiede un prestito bancario per tre anni con garanzia dello stato il quale verserebbe alla banca il 70 per cento del prestito nel caso Fca non dovesse restituirlo o dovesse fallire. Il che è impensabile. Prima di dare fiato alle trombe dello sdegno, quelli che Bentivogli definisce “gente che dell’azienda non capisce nulla e non sa neanche quello che ha approvato, pericolosi ignoranti che scomodano le categorie della politica per nascondere la loro inconsistenza” , ebbene quei signori sorvolano sul fatto che anche società italiane a controllo pubblico, come Eni e Saipem, hanno le loro sedi nei Paesi Bassi. E magari, perché non tacciono e lasciano che le imprese facciano le imprese una volta stabilite le regole?

ritafaletti@wordpress.com

2 Commenti

  1. Ha ragione, da vendere.
    Non solo le aziende stanno scappando dall’Italia ma anche una gran massa di pensionati (ad eccezione degli ex statali ed ex dipendenti Enti Locali che sono esclusi da una normativa al limite della costituzionalità) si stanno trasferendo all’estero, in quei paesi la cui fiscalità è agevolata per chi si ci trasferisce (es. Portogallo) o dove il fisco è equo con tutti.
    Un esempio per tutti. Possedere una seconda casa per chiunque è una bestemmia, è una mucca da mungere fino a fargli raggrinzire le mammelle. Magari è frutto di una vita di sacrifici in vista di donazioni future ai propri figli, o è frutto di sacrifici dei nostri genitori e via via altre origini. Ebbene, IMU sulle seconde case che in alcuni comuni è il 10,60 per mille, la rendita catastale fa cumulo con il reddito ed è soggetto all’irpef nella misura massima (si aggiunge all’aliquota massima prevista), si paga la tassa sui rifiuti solidi urbani pur abitandoci di rado, non si possono scaricare gli interventi edilizi di riqualificazione energetica o sismologica. Insomma un salasso tant’é che tanti italiani hanno tirato fuori i cartelli “SI VENDE” di cui è cosparso tutto il territorio italiano facendo crollare il mercato immobiliare.
    Mi fa sorridere ” Il Fisco Amico”, un rapace dei più famelici e soprattutto incapace di comprendere che non solo le nostre aziende stanno trasferendo le sedi altrove ma che il nostro paese, come diceva giustamente la Faletti, non attrae le aziende straniere per le ragioni che l’autrice dell’articolo ha ben espresso.
    Oggi anche il più dotato degli economisti, persino i Nobel, si troverebbe in difficoltà e, immaginandolo in una ipotetica vignetta, lo disegnerei con le mani nei capelli ed una sfilza di pratiche ai suoi piedi con le scritte tipo “Covid19, fiscalità agevolata, rapporto deficit/pil, disavanzo, crollo export, Alitalia, pace fiscale, aliquote irpef, clausola salvaguardia IVA, riordino Enti Locali, stato regioni, BERLUSCONI (c’entra sempre).
    Se fossi inglese direi “God save the king”, essendo siciliano non posso che appellarmi ai detti dell’amata terra mia : ca u Signuri na mannassi ritta.

  2. Cara Faletti,
    la fuffa può essere leggera, quasi impalpabile, come l’italianità di FCA, che Lei esalta come solo sanno fare La Repubblica e La Stampa, quotidiani del gruppo Gedi, in mano a Exor da qualche settimana.
    Con la differenza che questi giornali servono il loro padrone mentre Lei sembra assumere il ruolo di patrocinante.
    Come Italiano e ammiratore del grande Enrico Mattei, sarei molto dispiaciuto se ENI e SAIPEM non avessero sede in Italia mentre registro con disincanto che FCA Italy è una controllata e una filiale di FCA, che in Italia ha la sua sede secondaria.
    Ha detto bene che Fiat Chrysler Automobiles ha sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna, ha ben riportato che FIAT ha vissuto lungamente, sotto tutti i governi, di denaro pubblico a suon di cassa integrazione, spillando con proverbiale spocchia ai contribuenti italiani, ma forse dimentica che Marchionne fece a meno del denaro pubblico italiano perché attinse alle provvidenze statunitensi dell’amministrazione Obama, che gli offrì l’occorrente economico per il salvataggio di Chrysler, senza riconoscergli un solo centesimo di dollaro. E lui, sotto il profilo industriale, salvò l’America e affondò l’Italia. Tirò fuori da Confindustria la FIAT, si sottrasse alla morsa sindacale e creò un magnifico deserto mandando a casa 2.200 persone occupate a Termini Imerese e nell’indotto per assicurarsi l’appannaggio plurimilionario in euro, tutto italiano, in qualità di taumaturgo e salvatore di FIAT, risparmiando dai salari siciliani e senza gravare sulla cassa degli Agnelli, regnanti nell’ex territorio continentale sabaudo di quest’Italia repubblicana.
    Non si limitò, Marchionne, a non chiedere denaro pubblico all’Italia. Curò con sapiente astuzia la non realizzazione di Fabbrica Italia, promessa con l’enfasi di chi, in Italia, non deve rendere conto delle balle che racconta.
    Il progetto prevedeva investimenti, sempre e solo in Italia, per 20 miliardi di euro. Unico atto realizzato: lo smantellamento dello stabilimento di Termini Imerese.
    Oggi FCA Italy, con all’attivo una contestazione per l’Exit Tax dovuta al Fisco italiano, non investe ma chiede un prestito di 6,3 miliardi di euro per dare un colore diverso al rosso dei suoi bilanci, con la garanzia della Sace, del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
    Torna la nostalgia degli affettuosi contribuenti italiani.
    Cuccagna, altro che fuffa.

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