Modica. Rientra da Milano ma prigioniera dell’Assessorato alla Sanità

L’assurda storia che vi stiamo per raccontare è solo una delle tante che ci sono state segnalate riguardanti situazioni paradossali che sempre più spesso si stanno verificando in questi giorni di crisi sanitaria. Protagonista è una giovane studentessa universitaria modicana che, come tanti suoi coetanei, studia fuori Sicilia per inseguire i propri sogni. Lo scorso 15 marzo torna dal nord Italia dopo la chiusura delle università, lo fa non scappando come tanti che sono tornati di nascosto ma seguendo la prassi di legge: si registra al Comune e si mette diligentemente in autoquarantena. E con lei anche gli altri componenti della sua famiglia che condividono la casa in cui abita a Modica. Passati i canonici 15 giorni per fortuna senza nessun problema, alla studentessa e alla sua famiglia viene effettuato il tampone, ultimo “ostacolo” prima del ritorno alla vita di tutti i giorni. Da li a poche ore l’incubo dovrebbe essere ormai alle spalle. Il condizionale è però d’obbligo perchè quello che accade da adesso in poi è paradossale, quasi comico se non si trattasse di una situazione così seria e se non ci fosse in gioco la vita di un intero nucleo familiare. A Ragusa bisogna attendere il reagente ai tamponi, necessario per poterne effettivamente constatare il corretto funzionamento. Passa qualche giorno e si rompe anche il macchinario per effettuare l’esame. Cosa si fa quando ci si rompe la lavatrice a casa? Si chiama il tecnico,direte voi, che ce la ripara e in poco tempo possiamo tornare a fare il nostro bucato. Eh no, troppo semplice per l’ingarbugliata burocrazia sanitaria regionale. Invece di chiamare il tecnico per riparare la nostra lavatrice, prendiamo uno per uno i nostri panni sporchi e li portiamo in giro per la città a farceli lavare, pagando naturalmente, da amici e conoscenti. E così siamo venuti a conoscenza che, una volta fatti i tamponi, vengono spediti in giro per la Sicilia presso strutture private che, non certo per spirito di solidarietà, effettuano i test e rimandano i risultati a Palermo che a sua volta li spedisce a Ragusa che poi li fa avere al medico di base che avvisa il diretto interessato. No, non è la Fiera dell’Est, è la triste realtà della sanità (volutamente in minuscolo) siciliana. E così i tempi (oltre che i costi basti) si allungano e diventano biblici. Come nel caso della nostra studentessa la cui quarantena è praticamente diventata una quaresima visto che, ad oggi 22 aprile, sono passati ben 37 giorni in attesa (vana) del via libera per poter uscire di casa. Fosse anche per andare a fare la spesa o qualsiasi delle attività consentite dalla legge. 37 giorni che rappresentano un tempo infinito, “sequestrati” in casa in attesa dei tempi elefantiaci della sanità regionale. Una sanità che va con il freno a mano tirato rispetto a quella iblea e a quella modicana in particolare. Questa emergenza ha infatti portato a galla luci e ombre della sanità. Le luci sono quelle dell’Ospedale Maggiore di Modica che, indicato come Covid Hospital, ha retto benissimo l’urto offrendo cure di altissima qualità ai suoi pazienti e nel contempo ha tenuto sempre alti gli standard lavorativi di tutti gli altri reparti. Le ombre sono quelle di tutto il comparto regionale che tra scandali, polemiche, ritardi e decisioni incomprensibili sta facendo emergere prepotentemente quello che tutti noi sapevamo già: la necessità di una ristrutturazione totale dalla base fino ai vertici più alti. Per questo (speriamo) ci sarà tempo, quello che non hanno più (insieme alla loro pazienza) i tanti cittadini sospesi nel limbo dei tamponi sparsi per tutta la Sicilia. Persone che stanno perdendo la pazienza oltre che i soldi, visto che non potendo recarsi a lavorare a causa di questa attesa, vedono precipitare la loro economia domestica impotenti di fronte alla burocrazia sanitaria.

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