“La scala dei silenzi”, il romanzo storico di Giorgio Cavallo

Il modicano Giorgio Cavallo, poeta e scrittore ed ex assessore alla cultura dell’amministrazione Torchi, ritorna, dopo un lungo periodo di volontaria assenza, sulla scena letteraria. E lo fa con il romanzo La scala dei silenzi, Armando Siciliano Editore, 2020, romanzo storico poderoso, robusto, letterariamente ricco, nella sua struttura narrativa, sia sul piano del linguaggio che della decodificazione dei personaggi. L’impegno culturale di Giorgio Cavallo, al di là della sua attività politico-amministrativa nella città di Modica, si è snodato con una forte passione per la storia della sua città, e si è espresso anche in iniziative varie, come la fondazione del “Centro Studi sulla Contea di Modica”. Si è altresì esteso sia nel campo della poesia con la pubblicazione di tre raccolte di liriche (Ikebana del 1989; L’albero di Giuda del 1995 e Carezza d’autunno del 2006), sia nell’alveo della storia locale con la pubblicazione di numerosi saggi, tra i quali  meritano di essere ricordati Gli studi Universitari a Modica, Il processo del Nero e il rogo di Pasqua, ambientati nel tardo Medio Evo della Contea, Androcronomachia (2007) e L’ospedale degli onesti (2008).
Con il romanzo La scala dei silenzi, Cavallo si affaccia alla narrativa ridando vita ad una pagina storica ambientata nella ex Contea di Modica della metà del cinquecento, e narrando vicende che riguardano il governatore Belnardo del Nero allorquando venne inviato a Modica, nel 1539, dal conte Luigi Henriquez Cabrera, per indagare sull’attività del precedente Amministratore, il duca di Florena. Già nel titolo del romanzo l’autore disegna le coordinate di una narrazione ove la comunicazione letteraria si muove in climax, e nella quale i personaggi usano linguaggi vari: c’è il linguaggio di don Belnardo che chiacchera con i pescatori; c’è il linguaggio schietto del popolo, quello aulico dell’arringhe difensive, quello che si intreccia con il dialetto,etc..; ma, ed è questo ciò che piace, si nota anche, nella narrazione che connota la trama del romanzo, una sorta di filo rosso attorno al quale è come se l’autore volesse, come attesta il titolo dato al volume, evidenziare l’esistenza di varie modalità di comunicazione, che vengono appunto simboleggiate nei gradini di una scala, ove si parte da uno stato di incomprensione per giungere all’empatia più assoluta. La scala immaginata da Giorgio Cavallo prende ispirazione da una riflessione di un milite, un uomo d’armi, Tano Rosa che, a un certo punto della sua vita, diventa filosofo. Ed è una scala immaginata con quattro gradini:

“…L’oste s’era limitato a fare un cenno del capo, indicando che potevano andare a sedere. Un parlare muto, esplicativo. Muovendo la testa e sporgendo il mento verso sinistra, aveva loro risposto che sì, aveva da mangiare, che glielo avrebbe portato subito, che dovevano andare a sedersi(…). “Una modalità di comunicare veramente efficace, specie se si considera che tanta gente spreca un mucchio di parole”, aveva pensato Tano e intorno a queste considerazioni ora rimuginava, disfatto, gettato a peso morto sulla cuccetta, gli occhi chiusi per evitare di seguire il gran ballo del mare.
“E spesso”, rifletteva, “queste parole alla rinfusa servono solo per costruire, mattone su mattone, il silenzio. Un muro invalicabile, senza varchi, a ogni parola più alto”. Pensandoci bene, lui conosceva almeno altri due modi di comunicare, intermedi fra gli estremi che aveva prima, nella sua mente, catalogato. Quante volte aveva visto i suoi soldati restare immusoniti, facendo un intero turno di guardia senza scambiarsi nemmeno una parola ma non mostrando fra loro ostilità o amicizia o alcun altro sentimento. Un silenzio fatto di silenzio. Che non cuce e non scuce. E le volte che lui aveva parlato a dirotto con altri, chiacchierando del più e del meno e percependo che a nessuno degli astanti quelle parole stavano evocando emozioni, sensazioni o interesse alcuno se non quello di uccidere il tempo. Parole fatte di parole. Stava ipotizzando una scala con quattro gradini che portava da una parte all’inferno e dall’altra al paradiso? Il gradino di base, il più inefficace, quello che porta a incomprensioni, litigi e anche guerre; l’altro, invece, il più alto, ottimale per estrinsecare la volontà di capire e di farsi capire. Il primo? Un silenzio fatto di parole! Parole che generano il silenzio fra individui che, più parlano, meno si capiscono e più si accaniscono, uno contro l’altro, in un disperato difendersi e aggredire. L’ultimo? Parole fatte di silenzio! Un silenzio che, se si accompagna a un gesto ostile e a un lampeggiare degli occhi, può dire stai attento e se, invece, si accompagna a un gesto amabile o a uno sguardo che penetra il cuore, vuole dire ben altro
.( pp. 239-240)

Il primo gradino dunque, quello più basso, rappresenta l’incomprensione, ed è quello in cui lo scrittore inserisce diversi suoi personaggi per far capire come il silenzio fatto di parole e che, spesso, si incarna nelle persone che blaterano a piè sospinto, si agitano, gridano, mormorano, alla fine produce, tra le persone stesse, solo la frapposizione di un muro senza finestre, ossia quello della incomprensione assoluta. Il secondo gradino è quello dell’indifferenza. L’autore, nel romanzo, lo rappresenta come un “silenzio fatto di silenzio”, quello cioè che si annida nelle persone che stanno sì vicine, ma che si ignorano, vivono lo stesso ambiente senza incontrarsi e ponendo in essere un mutismo che sa ora di aggressività , ora anche di indifferenza.
Il terzo gradino è quello della retorica, che nella narrazione di Giorgio Cavallo è rappresentato dalle parole fatte di parole, vuote di verità e di bellezza, e che si incarnano come “flatus vocis” in individui che parlano, ciarlano di inutili cose, forse spettegolano d’altri, ma sono parole fatue e prive di senso. Infine, nel quarto gradino, il più alto, l’autore del romanzo colloca la comunicazione non verbale ma vera,  quella, cioè, delle persone che sanno comunicare anche con il silenzio della parola, atteso che i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti dicono che esiste anche un silenzio parlante; un silenzio che, se animato da uno sguardo dolce, riesce a dire “ti amo” come nessuna parola può riuscire a fare, e che, se associato a uno sguardo truce, sa intimidire  ancora più di una minaccia parlata.
Due sono gli indizi storici della trama che dà avvio al romanzo. Anzitutto l’invio a Modica nel 1539, da parte del conte Luigi Henriquez Cabrera, del governatore Belnardo del Nero, al fine di dar vita ad una indagine giudiziaria sul precedente amministratore, il duca di Florena. Quest’ultimo, però, grazie al suo uomo fidato, don Gualdo, un tipo dall’intelligenza straordinaria, riesce ad accattivarsi le grazie del conte, al punto da farsi rimandare nuovamente a Modica in veste di governatore, ottenendo di mettere sotto processo Belnardo Del Nero fino a farlo condurre in prigione.
Il secondo indizio è il coinvolgimento nella complessa ed intricata vicenda politico-giudiziaria narrata dallo scrittore, di un trovatello, Josè Siervo de Dio, allevato fino a 12 anni dalle Suore Benedettine e, successivamente, affidato al campiere Jachino Puma, che lo aveva accudito come un figlio e fatto istruire dal Canonico di San Giorgio, don Gaspare Rosso. Purtroppo, morto don Jachino, il ragazzo, appena ventenne, diventa a sua volta un campiere, e la sua vita viene stravolta dalla perfidia di Gualdo. Quest’ultimo, infatti, avendo appreso per tempo, da una spia, dell’arrivo a Modica di don Belnardo De Nero per aprire l’indagine giudiziaria sul duca di Florena, fa nominare José Siervo de Dio   guardia personale dello stesso duca, quindi si adopera per inviarlo a Milazzo, ufficialmente per fare da scorta a Belnardo del Nero, ma nella realtà con il compito di assassinarlo durante il viaggio. Il ragazzo, frastornato, racconta però tutto a Rosa, la sua innamorata, la quale, su consiglio del Canonico Rosso, gli suggerisce di raccontare la verità al Del Nero, una volta arrivato alla sua presenza, mentre lei, per sfuggire alle non improbabili ritorsioni di Gualdo, va a rifugiarsi presso il convento delle benedettine nelle cui grazie entra immediatamente per la sua simpatia e disponibilità.
La scala dei silenzi dispiega, dunque, la sua narrazione partendo da questi indizi, quindi intesse una trama principale ove, nel contempo, l’autore inserisce altre trame collaterali che mettono il lettore di fronte ad una ricostruzione di un periodo storico della ex Contea di Modica,  riuscendo con i suoi diversi personaggi quali Gualdo, José, Meno e Niluzzu, Jolanda e don Nicola, don Belnardo, Tano, Teresa e Maria, Vanna, il duca di Florena, don Angelo Miccichenio e tanti altri ancora, a descrivere atmosfere, usanze, costumi, condizioni sociali e politiche, fatti sentimentali, vicende delinquenziali e mentalità che trovano spazio dentro sequenze di racconti che si intrecciano con la trama principale; e tutto questo avviene con un discorso narrativo e dialogico che Giorgio Cavallo preleva dalla Storia per intrecciarlo ai destini delle figure che egli trae dalla sua creatività e fantasia letteraria, con l’intento di stigmatizzare passioni, sentimenti, congiure politiche, delitti e problematiche giudiziarie.
E così, leggendo il romanzo è possibile individuare, all’interno della narrazione, pagine cariche di toni emozionali, di descrizioni, di dialoghi avvincenti e di scenari paesaggistici, tra le quali spiccano la tragica fine di Rosa, il ritorno di Josè a Modica, la fuga di Teresa e di Maria dal castello, l’arringa difensiva di don Belnardo, il “delirium tremens” del duca di Florena, la prigionia di Vanna, l’incontro a Pozzallo di don Belnardo con i pescatori, le vicende del Cannizzaro e della sua amante, la storia di Vanna e delle altre carcerate, la prigionia di Gualdo, incatenato in prigione.
L’autore riesce, in queste pagine narrative, a trasmettere al lettore lo spirito di un periodo storico molto importante della Contea di Modica  ricorrendo a dettagli realistici che trovano il loro radicamento in fonti storiche, nonché a produrre creazioni letterarie ove l’invenzione e l’estro narratologico dello scrittore si evidenziano in tutta la loro dimensione espressiva, facendo così del suo romanzo uno strumento d’indagine in grado di esaminare fino in fondo , “attraverso degli io sperimentali(i personaggi) – direbbe Milan Kundera – alcuni grandi temi dell’esistenza”. In questo romanzo la narrazione è suggestiva, rimanda sempre a qualcosa di imprevisto che ridesta l’interesse del lettore, il quale si sente spinto ad andare fino in fondo per vedere qual è la conclusione della vicenda. Giorgio Cavallo sa intrecciare storia e fantasia, riprende personaggi storici realmente esistiti, accanto ai quali mette altri personaggi che riflettono nel loro modo di pensare e di agire il vissuto storico, sociale e culturale dell’epoca in cui è ambientato il romanzo. Anche i dialoghi, le scene corali, i luoghi e le città (Modica, Scicli, Pozzallo, Palermo) in cui i personaggi si muovono riflettono atteggiamenti e comportamenti del tempo, ambienti, situazioni sociali, furbizie e complotti, come si evince, fra l’altro, dalle riflessioni di uno dei più importanti personaggi del romanzo, cioè Gualdo:

“…Dunque, il suo informatore, venuto apposta dalla sergenzia, gli aveva riferito delle manovre del giudice Miccichenio per entrare nelle grazie del governatore, della scomparsa del vecchio notaro e della forzata partenza da Pozzallo della bella Jolanda che, durante il viaggio verso Modica, era rimasta vedova del portulano, peraltro già colpito da apoplessia. E anche del fatto che la bella ragazza, dal castello di Modica era stata trasferita, segretamente ma non a sufficienza, al maniero degli Al Barcara. Chi aveva incontrato il notaro, al Pozzallo, prima di svanire nel nulla? Un vecchio mercante ebreo, inseparabile dalla bellissima e giovane moglie. «E tu», aveva chiesto Gualdo al suo informatore, «che ne sai di questi due? Li hai mai visti? Che tipi erano?».
«Sì, voscenza. Ho avuto l’occasione di incontrarli una volta. Accompagnavo il mio padrone che stava trattando l’acquisto del magazzino di granaglie di cui il vecchio ebreo si doveva disfare, perché gravemente ammalato. Ho assistito alla compravendita e vi posso assicurare che lui, il vecchiaccio, era bruttissimo, secco, con la faccia scavata e la barba bianca al pari dei capelli, tutti scarmigliati, che lo facevano sembrare una specie di spaventapasseri. Lei, la sua donna, bellissima. Bruna. Ben fatta. Portava grandi cerchi d’oro alle orecchie. Dal colorito del volto e dal portamento, nonché dal vestire, l’avrei detto una zingara». “Bel colpo!”, aveva esclamato Gualdo dentro di sé, senza dare a vedere l’enorme valore che quest’ultima informazione poteva avere per lui…”
(pp. 409)

Il romanzo si conclude con il racconto di Josè alle Benedettine, del suo girovagare alla ricerca di Jolanda, nonché delle condizioni disperate in cui l’aveva trovata e di come fosse scoppiato l’amore fra loro due, ai quali la vita, fino ad allora, malgrado le ricchezze pervenute a Josè, non era stata benigna. Il finale ha il sapore del classico romanzo d’amore, con pagine in cui emoziona il pianto di addio della inconsolabile Nana, di suora Antonia che ha cresciuto Josè e gli ha salvato la vita quando voleva suicidarsi, e ancora di Nana, sorella di suor Pia Virginia, la madre superiora che la adora ma che non è mai riuscita, nel corso del romanzo, a tenerne a freno la voglia di indipendenza, la curiosità, la amabilissima strafottenza e l’incommensurabile amore per gli altri.
Dal punto di vista stilistico il corpus narrativo del romanzo poggia su una costruzione di tre momenti creativi che si integrano nell’unità di una narrazione ove spiccano ampie descrizioni di paesaggi nei quali si staglia l’azione dei personaggi; l’opera si fa apprezzare per il linguaggio utilizzato dallo scrittore, linguaggio che mantiene sempre un registro alto, elevato, letterario, pur se non manca anche l’utilizzo di un linguaggio più popolano, ma estremamente diverso dal linguaggio del narratore e dalla lingua usata dai personaggi di rango e dal linguaggio aulico dei giuristi nella vicenda giudiziaria.
Questo romanzo dando spazio alla vicenda di un trovatello dimostra la visione della storia che ha l’autore, il quale sembra muoversi   dentro un orizzonte di manzoniana memoria, dando voce alla gente comune che, sicuramente, ha anch’essa un ruolo nel fare la storia. Giorgio Cavallo è rigoroso nella documentazione e creativo nella ambientazione storica, permettendo al lettore di calarsi in prima persona in un’epoca irraggiungibile e di trarre dal romanzo non un  semplice intrattenimento, ma anche testimonianza del passato, e quindi insegnamento.

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