IN PUNTA DI LIBRO…… di Domenico Pisana. “I sentieri del vento” della poetessa pugliese Tina Ferreri Tiberio

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Una poesia priva di orpelli e costruita dentro una pacata atmosfera di meditazione, onesta e sincera, sull’esistenza , appare quella che Tina Ferreri Tiberio offre ai suoi lettori in questa silloge “I sentieri del vento”.
Una meditazione che fa del “vento” il filo conduttore e il protagonista di una versificazione che indaga l’animo umano, che s’incunea nelle pieghe di una socialità ferita da drammi e negatività, e che , tuttavia, non cede alla rassegnazione, sperando sempre in una nuova alba e in nuovi orizzonti luminosi.
Il titolo della silloge fa venire in mente quella frase evangelica che Gesù disse a Nicodemo: “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va…”, riferendosi allo Spirito divino.
Il vento di Tina Ferrari Tiberio sembra, in senso molto lato, richiamare proprio lo Spirito divino, che Gesù dice essere come “il vento”, atteso, del resto, che sia l’ ebraico che il greco usano la stessa parola per dire spirito e vento.
Su questa analogia poggia, dunque, tutta la struttura poetica di questa raccolta, ove il vento non è, per la poetessa, soltanto un elemento naturalistico del quale l’uomo, pur rendendosi conto della sua direzione, per esempio il vento del Nord o il vento del Sud, può dire di conoscere e di controllarne la causa a partire dalla quale si muove in questa o quella direzione, quanto, piuttosto, anche il simbolo dello Spirito divino, del quale “nessuno è padrone” (Sir, 8,8) afferma la Bibbia, ma dal quale – sembra dirci l’autrice – l’uomo può, sempre che lo voglia, lasciarsi condurre per opporsi al male e incamminarsi sui sentieri del bene, dell’amore, della solidarietà e della libertà autentica, alla maniera di un pescatore che, una volta scoperta la direzione del vento, mette le vele secondo la direzione percepita, Questo è, secondo il testo evangelico, ciò che Gesù chiede di fare a Nicodemo; analogicamente la nostra autrice chiede al suo lettore di intraprendere i “sentieri del vento”.
Tina Ferreri Tiberio è, anzitutto, una poetessa che sa ancora stupirsi come un pittore di fronte ad un paesaggio, e che riesce a dare ai suoi versi una tenue liricità con elementi naturalistici dal timbro impressionista: “le ali di una farfalla”, la “crisalide”, il “ramoscello rugoso”, “l’aria”, “il profumo delle semplici cose”, la freschezza ostinata della luce”. Insomma, un’incantata stupefazione che si fa, altresì, apertura al Trascendente e processo empatico con il Dio Creatore, al quale la poetessa si rivolge cercandolo dentro se stessa e in tante altre espressive forme analogiche : la “moltitudine”, “le braccia e gli occhi” del prossimo, i ricordi del mito della fanciullezza, le “pagine dei libri”, il “ respiro del vento, il “cielo”:

…Ho cercato il Tuo nome
nella moltitudine,
fra altre braccia, su altre labbra,
in altri occhi.

Volevo ritrovarTi
nel profumo dell’infanzia,
nel sapore, amaro,
delle semplici cose.

Ti ho cercato
fra le mille pagine di libri,
tra righe e fogli di quaderni,
nel respiro del vento,
nei meandri del pensiero,
nell’immensità del cielo(…)

Ho vagato, ho scavato
nel mio cuore
pigro e rattristato,
ho trascinato
il mio passo stanco,
mi sono sentita
tanto inutile, Signore…
(da: Ti ho cercato, o Dio, Ti ho cercato)

I temi che connotano questa raccolta sono anche i valori fondanti della società, quali la pace e la speranza, la libertà, l’amicizia e gli affetti, che trovano spazio in un eloquio sincero ora doloroso ora sereno, e che vengono contrapposti, come risposta esistenziale, alle violenze e alle guerre del mondo.
“Vorrei frantumare / in mille petali di rosa / le lacrime e i tortuosi acciottolati”: così canta l’autrice nella poesiaPace, si levi al cielo un inno”, ove l’invocazione della pace, “eccelsa come corda di un’arpa” , si fa assillante, e il bisogno di ristabilimento di relazioni pacifiche tra i popoli assume i contorni di una necessità non solo interiore ma universale, che si esprime con una versificazione ricca di simbologie naturalistiche e di toni di supplica: “…Elegia di vento di primavera, / porta con te / i profumi del mirto, / tieni lontano / il rombo degli aerei, / il lamento dei feriti,/ il pianto di chi resta…”
Una supplica che si fa anche parenesi rivolta alla speranza che fugge “per valli ombrose”, che ripensa “alle dolci menzogne /alle intrecciate falsità” e che, nonostante tutto, trova sempre spazio nell’anima della poetessa, come nella lirica “Le donne di Kabul, ispirata dalla sua partecipazione ad un Convegno organizzato da “I Dialoghi di Trani”, sul tema “Afghanistan, la bellezza oltre la guerra”; una lirica che osa sperare nella bellezza e che esorta a prendere il sorriso delle donne afgane nonostante esse muoiano di parto, e vengano costrette a coprirsi per non essere linciate e picchiate:

Prendi il sorriso
delle donne di Kabul,
prendi il sorriso !

Tu donna, madre,
figlia di Kabul
nell’ immobile silenzio
di un’ adombrata
e rarefatta aria,
offri pudica
al mondo intero,
semivelato e protetto
dal nero del tuo burqa,
il verde smeraldo
dei tuoi occhi…
(da: Le donne di Kabul)

Il vento dell’ispirazione conduce il cuore di Tina Ferreri Tiberio sul dramma della violenza imperante nel nostro tempo, violenza a tutti i livelli: psicologica e verbale (“…Con durezza mi hai guardato / con voce roca / le illusioni hai fermato, / hai gridato parole assordanti, come frecce il mio sguardo / hanno penetrato…” in “Parole assordanti”); ed ancora violenza fisica e morale, violenza economica frutto di ingiustizie e diseguaglianze che emergono in versi lucidi e tagliati quasi con senso di colpa, come nella poesia “Ricordo ‘Shanghai’ ”, ove la poetessa accusa la forte discrasia esistente tra il vivere borghese, vellutato anche di lodi a Dio e al suo creato, e la classe degli ultimi, dei più poveri, cedendo così al lamento del suo cuore che tumultua nella coscienza:

…Un pianto, muto
sotterraneo ha scosso
la mia coscienza borghese.

I flutti dei vent’anni,
come rantoli si sono accartocciati.

“Shanghai” !…

In questi versi troviamo la rivisitazione di un quartiere, “Shanghai”, situato a Nord-ovest di San Ferdinando di Puglia e sorto negli anni ‘50 del secolo scorso, chiamato anche Corea oppure Ho Chi Min, e nel quale vigeva il bracciantato e vivevano famiglie povere con figli analfabeti, i quali non venivano mandati a scuola perché dovevano, sin dalla tenera età, aiutare i genitori a lavorare nei campi per contribuire alla sopravvivenza della famiglia molto numerosa.
La poetessa prende atto del fatto che “I flutti dei vent’anni, / come rantoli si sono accartocciati”, e che “ Ciò che intensamente è stato vissuto / spicca su uno sfondo / opalino, evanescente, multiforme”, come scrive in “Cuore di pietra”.
Tina Ferreri Tiberio è, in sostanza, una poetessa attenta ai sussulti, ai drammi e alle vicende di questo nostro tempo; la poesia opera in lei movimenti emozionali che la turbano spiritualmente, inducendola a fare approdare sulla pagina il canto del suo cuore, come nel caso della poesia Con rabbia ( 12 luglio 2016), ove i suoi versi richiamano il tragico incidente ferroviario avvenuto in Puglia nelle campagne tra le stazioni di Andria e Corato, e nel quale persero la vita 23 persone:

Corpi mutilati
ossa in frantumi
vite spezzate
vagoni accartocciati
lamiere infuocate.

Perché la verde campagna
di Puglia si è tinta del sangue
di giovani vite?

Perché il profumo degli ulivi si è
mescolato all’acre odore
del ferro bruciato?

La mia Puglia,
la mia amata terra di Puglia,
generosa, ricca di vita,
è ferita, smarrita
in un grido stupefatto e macerato..
Sciagure assurde e paralizzanti.

Lo stesso sentimento di rabbia la poetessa esprime nella lirica “Chicca, ti chiamavano Chicca”, ove le sue parole suscitano commozione e dolore nel mentre, con versi di crudo realismo, richiama l’omicidio della bambina Fortuna Loffredo, di sei anni, violentata, uccisa e buttata giù dall’ottavo piano di un palazzo del parco verde di Caivano (Napoli) nel 2014 , dopo aver subito violenze sessuali: “Al suo alito nauseabondo / sul tuo esile seno, / non posso pensare, / alle sue mani nerborute e immonde / attorno al tuo gracile corpo, / che ti tenevano conficcata al suolo, / no, non posso pensare…”
In questa silloge, ancora, traspare forte il senso degli affetti dell’autrice e il suo mondo di sentimenti rimasti semplici e genuini, privi di costruzioni e abbellimenti, proprio come nelle liriche “A mia madre”, “A te Maestro”, “Un sogno”, “Agorà ..io amo la mia piazza”, ove la poetessa esalta la saggezza di figure a lei care, come quella della madre, il cui volto ella vede dissolversi “ tra flauti e perlacei mirti lentamente, molto lentamente”.
La poesia di Tina Ferreri Tiberio conosce la diversità delle esperienze umane, rimanendo fedele ad una certa classicità; i suoi versi si snodano in un canto lirico-prosodico che sa leggere la contemporaneità alla luce di modelli espressivi della tradizione letteraria; canto nel quale riverberano echi carducciani, specie quando la poetessa, con il suo pathos e calore interiore, riesce a sapere evocare momenti del passato più lontano e più recente, ricreandone le linee di concretezza, rilevandone le contraddizioni con l’auspicio di un recupero dei valori e degli ideali dell’umanesimo classico. L’attenzione dell’autrice è, infatti, sempre rivolta ad intercettare la storia del suo tempo, tempo agostinianamente inteso e che, come ella scrive nella lirica “Fremente, il Tempo”, appare “Simile a foglie sparse / su impietrito e / frusciante terreno /…” nonché “…Tempo impalpabile / e impercettibile / che ogni balenio trafigge”.
Un tempo che la inquieta quando il suo sguardo incrocia la grande ondata di migrazioni che sta cambiando la geografia umana del pianeta e sta formando una sottoclasse di poveri priva di ogni diritto e di dignità umana, come ella osserva nella poesia “Aquarius 10 giugno 2018”, ove il realismo di una navigazione alla ricerca di terre promesse non diventa “occasione” di poetica, ma incarnazione nelle vicende degli uomini, voce di dolore che si muove tra storia e sdegno personale con un linguaggio e registro stilistico dolente ma aperto alla speranza:

…No, non avere paura,
rincorri lo sciabordio
delle spume del mare,
Mediterraneo è il suo nome
Aquarius, forse,
la tua salvezza.
(da: Aquarius 10 giugno 2018)

I sentieri tracciati dal “vento” di Tina Ferrari Tiberio sono uno sguardo critico e nel contempo sereno sull’esistenza, sereno perché attraversato da un “sensus fidei” che aleggia sullo snodarsi dei suoi versi, sulle lacerazioni e sulle ferite del male inteso sia in senso fisico, sia in senso morale e metafisico, e con la consapevolezza personale che esso non preverrà, perché la croce di Cristo non è stata per la storia dell’umanità un evento privo di significato e di senso..
I componimenti più rilevanti della poetessa sono quelli che assumono una più intima connotazione lirica, alternandosi a testi che diventano più diegetici quando il verso cerca di sciogliersi in un realismo che si fa, a volte, anche impetuoso e drammatico, esprimendosi con un registro linguistico carico di domande e senza cedere a sfarzi intellettualistici e ricercatezze di maniera.
La poesia della Ferreri Tiberio coniuga certamente mondi vitali dell’esistenza, e per smuovere le coscienze ricorre a sviluppi tematici quali il dolore, la pace, la guerra e gli stermini (“…La tua voce come eco /risuona dolce e ammaliante / nei miei pensieri, / mi chiami, mi chiami col mio nome, Ariel / qui nel lager sono solo un numero, / ad Auschwitz siamo vestiti a strisce, in “Dammi i colori, madre (Ricordando Auschwitz); ed ancor l’amore, l’impegno etico, la bellezza interiore, l’alterità, ispirandosi anche a figure di donne come Marie Curie, Ipazia, Edith Stein, donne “simili a stelle splendenti, / sospese nello spazio diafano / e infinito del firmamento, / (che) la loro luce trapelano e pulsano, / infusa nella volta stellata e attonita”, in “Ci sono donne”; donne, insomma, che l’autrice ricorda perché rappresentano punti di riferimento di bellezza e di vita per l’umanità , esempi e modelli che brillano nella storia del pensiero.
In conclusione, ci pare di poter dire che questa silloge è un cammino nel quale soffia un “vento” che si prefigge di indirizzare il lettore nella direzione di un’umanità che cerca riscatto, nella direzione di una responsabilizzazione delle coscienze, invitando la ragione ad aprirsi al Trascendente e il cuore a lasciarsi illuminare dalla fede e dal “vento dello spirito” mentre “…Il cielo si colora / di pura sorgente / e flette brezze / di dorati giorni…”

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