La Flai Cgil lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori

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È da molti anni che la Flai di Ragusa è impegnata nella lotta contro lo sfruttamento, ponendosi sempre come baluardo a difesa dei diritti e delle tutele dei braccianti, di qualunque provenienza geografica ed etnica, che hanno e trovano lavoro nelle aziende agricole del nostro territorio. È stata ed è il soggetto antesignano che, sul tema dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e sulle condizioni socio-economiche dei braccianti, ha dato, per prima, vita ad iniziative di ordine divulgativo, di analisi e di denuncia, ancora prima della promulgazione della legge n. 199/16, quella sullo sfruttamento e il caporalato, per portare alla consapevolezza del territorio il dramma umano che si consumava quotidianamente e si consuma ancora in molte aziende agricole nostrane.
Rispetto ai tanti che in questi anni sono stati affetti da cecità e a volte refrattari agli effetti di questa gravissima problematica sociale, che ha avuto e ha un impatto di primo ordine nel nostro territorio, la Flai ha dispiegato la propria attività, delineando il quadro degli obiettivi da portare avanti nel settore dell’agricoltura e della filiera agro-alimentare, attraverso lo sforzo di giungere all’obiettività dell’analisi e all’equilibrio delle azioni, scevra da irrigidimenti ideologici e visioni assolutistiche, evitando generalizzazioni e comportamenti pubblici non suffragati da elementi di adeguata fondatezza. E lo ha fatto muovendosi nel territorio con il fermo e precipuo obiettivo di costruire dal basso, con gli strumenti propri del sindacato, l’attivazione di un processo di emersione sociale di una devastante impostazione dei rapporti di lavoro – per la verità presente non solo in agricoltura – in cui l’elemento del lavoro, quindi il lavoratore, subisce su di sé le contraddizioni di un sistema perverso, anche nei casi in cui il ricorso giustificativo alla crisi economica in atto non poteva e non può essere richiamata.
“Come soggetto sindacale, la Flai ha fatto balzare agli occhi di questo territorio la quasi certezza che tale comparto rischia di subire ulteriori arretramenti se ci dovesse limitare a nascondere sotto la sabbia l’evidenza del fatto che la produzione agricola, oggi, in tantissime aziende nostrane non è esente da modalità di utilizzo dei lavoratori bracciantili, italiani o stranieri, in tragica discordanza non solo con i parametri retributivi previsti, ma anche con le elementari norme di rispetto e di sicurezza dell’umanità di chi lavora – spiegano Giorgio Abbate del Dipartimento Agricoltura Flai e Salvatore Terranova, Segretario generale della Flai Cgil -. Da troppo tempo, da un pò tutte le parti, si registra il tentativo di velare e proteggere questo settore, anche a fronte di fatti molto forti e pesantemente impattanti, pensando, erroneamente, di poterne gestire, quasi sull’onda di una sorta di operazione di rimozione, il carattere di recrudescenza lavorativa e sociale di cui sono state toccate e sono toccate certe organizzazioni del lavoro in seno anche di importanti aziende agricole. Sin qui ha prevalso – purtroppo- la scelta, tutta interna al comparto, di non fare emergere il peggioramento della cultura del lavoro in uso in tante realtà aziendali. Atteggiamento questo che pensiamo non abbia rappresentato una valutazione lungimirante, ma al contrario un comportamento il cui effetto è stato quello di peggiorare complessivamente il contesto del settore.
Non sembra fuori luogo ricordare, per prima a noi stessi, le volte, e non sono poche, che nel confronto coi soggetti imprenditoriali abbiamo posto in risalto quanto intuivamo e in molti casi venivamo a conoscenza, ricevendo in cambio spesso la risposta della risatina ironica che si rivolge a chi viene ritenuto quasi un sognatore o portatore di fatti non veri.
Ebbene, senza voler qui attribuire colpe a chicchessia, non possiamo non dire con forza che la sottovalutazione fatta in questi anni del problema che via via sta emergendo, e che rischia di esplodere sempre più, sia figlia di un malcelato comportamento tipicamente imprenditoriale, consistente nel non affrontare totalmente il problema o di affrontarlo quando diviene così evidente e pubblico, da costringere poi a dover far fronte in ritardo e causando ancora più danni rispetto a quelli che si potevano determinare intervenendo per tempo.
La gravità dei fenomeni, di cui è negativamente connotato, rischia di indebolire e, cosa ancora più grave, di spegnere il ruolo trainante che questo settore primario ha adempiuto da sempre entro il nostro tessuto socio-economico. Temiamo che ciò avverrà se gli interventi che ormai si rendono necessari ed indifferibili dovessero identificarsi soltanto con le modalità di intervento di istituzioni esterne, lasciando a quest’ultime il compito di riportare alla normalità le storture che hanno preso sempre più piede all’interno delle aziende agricole. Perché deve essere chiaro un fatto: scoperchiando i tetti di tantissime aziende agricole ci si potrebbe trovare verosimilmente al cospetto di fenomeni che potrebbero essere racchiusi, senza difficoltà alcuna, dentro la categoria dello sfruttamento massivo e dell’assoggettamento di tante persone all’infernale processo produttivo il cui dato centrale è la reificazione dell’essere umano dentro tali meccanismi produttivi.
Per tali ragioni, pensiamo sia giunto il tempo per creare le condizioni per riportare in un quadro di dignità l’intero settore e la sua filiera. Il tempo per intervenire è ora, evitando ancora differimenti tattici o derivati da cinismo imprenditoriale. In questo ultimo scorcio di tempo vi è come l’affiorare della consapevolezza che il tempo a disposizione dei soggetti interessati sia scaduto e che si renda non più rinviabile recuperare il settore ad una dimensione accettabile sotto il profilo del rapporto tra lavoratore e azienda, oggi, per mille e più ragioni, totalmente a svantaggio dei braccianti. Compito questo che riteniamo non possa essere delegato ad altri, non possa essere assegnato totalmente ad istituzioni con finalità supplitive rispetto alla carenza di chi è in obbligo di governare tali processi. Perché tale scelta dovrà essere assunta in prima persona dalle aziende, dalle associazioni datoriali e dal sindacato. Questi sono i soggetti che dovranno costruire, speriamo in tempi brevi, un percorso di riconversione socio-culturale del modello dei rapporti di dipendenza in atto in agricoltura, tenendo conto, da un lato, dei fattori condizionanti l’azienda e, dall’altro, la debolezza di chi impersona oggi il ruolo di lavoratore agricolo.
Alcune esperienze sul campo fanno ben sperare, perché la loro riuscita dà il senso di come le parti in campo, sia pure su posizioni agli antipodi, sono quelle e le uniche che possono suscitare e concretare condizioni di miglioramento dentro le aziende, vale a dire che il confronto tra i soggetti deputati ha portato, in molti casi, all’innalzamento nella conformità delle retribuzioni e della sicurezza ai parametri dettati dalle norme e senza assestare colpi distruttivi alle aziende”.
La Flai di Ragusa è dell’avviso necessitato di proporre alle associazioni datoriali l’individuazione di un luogo dove con tutti gli imprenditori agricoli disponibili si possa aprire un confronto serio sulle problematiche correlate all’assetto retributivo e di prevenzione nelle aziende. Noi pensiamo che il luogo istituzionale indicato sia l’Ufficio provinciale del Lavoro, perché da lì pensiamo possa riavviarsi quel necessario cambio di inversione di un mondo, quello dell’agricoltura, che è e resta il punto di forza del nostro territorio. Viviamo in un territorio in cui non potrà esserci futuro senza un’agricoltura affrancata dal grumo virulento dello sfruttamento. Ora è il tempo del confronto, perché si è chiuso quello del nascondimento, della sottovalutazione e, in alcuni casi, delle leggerezza in termini di responsabilità rispetto a noi stessi e al nostro territorio.

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