Primarie del Partito Democratico……….l’opinione di Rita Faletti

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Due appuntamenti elettorali importanti si avvicinano e i risultati potrebbero cambiare gli scenari della politica italiana. Uno è alle porte. Domenica si vota per le Primarie del Pd. Zingaretti, Martina e Giachetti in tandem con Ascani, si contendono, si fa per dire, la poltrona di segretario del Partito democratico. Da tempo, il primo è dato per vincente, con un distacco di 20 punti dal già segretario reggente Maurizio Martina. La previsione, un po’ ottimistica, è che l’affluenza ai gazebo sfiori il milione di persone, il che avvantaggerebbe Zingaretti distanziandolo dagli altri candidati. Ma i gazebo sparsi sul territorio in modo stranamente disomogeneo, potrebbero costituire un ostacolo alla piena vittoria del governatore del Lazio. In Campania, infatti, in particolare nel salernitano e nel beneventano dove De Luca ha il maggior controllo del partito, i gazebo sono numerosi ma in posti insoliti; in Sicilia, oltre che pochi, si trovano in luoghi lontani dai centri anche diversi chilometri. Ciò è casuale o ha una sua ragione? Si vuole ridurre l’affluenza per limitare la vittoria del governatore del Lazio? Può darsi. Cosa certa è che Martina e Giachetti non sarebbero favoriti, ma la minore distanza da Zingaretti renderebbe la vittoria di quest’ultimo una mezza vittoria e di conseguenza meno efficace il suo ruolo di segretario di partito. Per capire come stanno le cose, bisognerebbe essere in grado di identificare, tra le righe, le differenze tra i programmi. Apparentemente mancano, ma, se differenze ci sono, sono nascoste nelle pieghe della volontà dei tre candidati ed emergeranno dopo il voto. Il Pd è sufficientemente balcanizzato da far prevedere che non mancheranno rivalità e zuffe interne, nonostante le promesse di rinnovamento, inclusione e apertura siano condivise. Parole senza significato se non seguite da precisazioni. Il rinnovamento è parte del cliché. Chi vuole proporre qualcosa di già sperimentato e vecchio in un mondo in corsa che brucia l’oggi per il dopo domani? Inclusione e apertura sono sinonimi. Includere chi e aprire a chi? Fuori o dentro il partito? E’ più verosimile fuori, visto che il Pd ha perso un bel po’ di elettori che spera di riconquistare. Se così fosse, ha calcolato il Pd il prezzo dell’inclusione e dell’apertura? Quando chiedi, come minimo devi dare, non in termini di ideali e ideologie in era post-ideologica, ma in termini concreti. Cos’ha il Pd da offrire che Lega e M5s non si apprestino a dare? Il mini reddito, quota 100 in via sperimentale per tre anni, la mini flat tax, concessioni balorde a un popolo che non è mai stanco di reclamare diritti, dovrebbero essere sostituiti da reddito e flat tax per tutti. Una follia non solo in una fase in cui la flessione dell’economia, oggi un dato di fatto, minaccia di trasformarsi in recessione nel caso in cui, nel secondo semestre dell’anno, non si registri un cenno di ripresa. Se per inclusione e apertura si intende un accordo con i 5 Stelle, ma Zingaretti l’ha escluso categoricamente, il nuovo o rinnovato Pd che uscisse dalle primarie potrebbe mai puntare sul consenso di un movimento allo sblocco dei cantieri, al completamento della Tav, alle grandi opere e agli investimenti in infrastrutture, obiettivi che Zingaretti si è impegnato a perseguire? E quale sarebbe la risposta della piattaforma Rousseau, se invitata ad esprimersi? Probabilmente tiepida, stando agli ultimi sondaggi che rilevano che elettori di Lega e M5s sono contenti di stare assieme. Ultima considerazione, quell’accordo sarebbe tra perdenti e nessuno punta su cavallo che perde. E allora? Allora il Pd, potrebbe dover aspettare il ritorno dell’unico cavallo di razza, Matteo Renzi, che nessuno nomina per opportunismo, fingendo di ignorare che il mondo renziano non si è dissolto e, intanto, pensare ad alleanze diverse. Al momento, per battere il governo dello sfascio, l’unica opportunità sarebbe proprio lo sfascio che nessuno si augura. ritafaletti.blog

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