Felicori lascia la Reggia. Un direttore gradito ai gialloverdi al suo posto?……….l’opinione di Rita Faletti

Mauro Felicori, nominato direttore della Reggia di Caserta nell’agosto del 2015, per raggiunti limiti di età lascerà l’incarico un anno prima della scadenza. Il prossimo ottobre. Felicori è rammaricato. Avrebbe desiderato continuare un percorso, iniziato nel segno dell’innovazione, che ha trasformato la vita del complesso vanvitelliano in una sequenza di successi. Nuovo smalto al monumento e all’intero contesto, numerosissimi i visitatori da ogni parte del mondo,venuti a conoscere una delle meraviglie della storia artistica e culturale italiana. Quale migliore attrazione per un paese che del turismo dovrebbe fare la sua principale ricchezza? Stimato da chi l’ha visto lavorare, non illudiamociche Felicori abbia ricevuto solo encomi. Malgrado i risultati mai raggiunti prima di lui, c’è stato chi non gli ha lesinato critiche. Nessuno è perfetto, si sa,inoltre, siamo un paese in cui il merito non è considerato un valore e la mediocrità passa inosservata. Qui le dita di una mano sono sufficienti a contare le eccellenze. Dunque, invece di lodare l’impegnodi un dirigente dello Stato, che in questi tre anni ha dedicato le sue giornate e più di una notte all’impresa di risvegliare da un sonnocomatoso un’opera monumentaleperriconsegnarla alla dignità passata, una certa malcostumanza, apparentata ai cultori dell’incuria e del menefreghismo, si è impegnata a remare contro, inventandosi qualche storiella puerile e senza fondamento. In prima fila i sindacati.Al direttore da poco insediato, rimproverarono di lavorare fino a tardi.Abituati a difendere i diritti di lavoratori assenteisti, lo scambiarono probabilmente per un pericoloso alieno. Sempre loro, denunciarono con inattesa solerzia i danni agli appartamenti storici, arrecati dal sovraffollamento per insufficienza dei controlli. Altra scusa pretestuosa nel tentativo di fare deserto attorno al direttore scomodo che faceva il direttore non a tempo perso. Va comunque detto che la vigilanza, affidata a pochi custodi, si era effettivamente ridotta. Motivo: il licenziamento in tromba di alcuni di loro che avevano preferito timbrare e allontanarsi subito dopo per dedicarsi ad attività distanti dalla Reggia. Una variante dello stare a casacon il reddito assicurato. Male gli andò. Grazie alla legge Madia (governo Renzi) i furbi della Reggia hanno ricevuto il benservito dal Ministero dei Beni Culturali. Sindacati scontenti, intellettuali critici.Tra questi ultimi, spiccalo storico d’arte e professore universitario Tomaso Montanari. Con una punta di snobismo antipopolare, lui uomo di sinistra,ha sottolineato il principio secondo cui il sacro e il profano non vanno confusi. A cosa si riferisce il professore? Alla scelta di Felicori di aver prestato alcuni spazi della Reggia allo svolgimento di eventi come presentazione di prodotti di alta qualità, convention, fashion show e matrimoni, facendo della Reggia una sorta di brand. L’arte non va confusa con iniziative commerciali. Montanari rincara la dose: “Un museo è come una moschea”. Paragone curioso, se si pensa che l’arte è l’espressione libera di un genio e la moschea è il luogo di culto di una religione che vieta tante forme artistiche proprio perché espressioni di libertà.Al contrario di quello che Montanari pensa, aprire le porte di un complesso monumentale famoso e ammirato nel mondo non discredita l’arte, anzi la rende fruibile a un numero maggiore di persone che forse non avrebbero l’occasione di partecipare della bellezza e del fascino di un’opera così grandiosa. Tra apprezzamenti e critiche, il problema maggiore oggi è: chi subentrerà a Felicori? Avrà la stessa energia e la stessa voglia di innovare? Condividerà lo spirito che ha animato Felicori? “Avrei preferito correre che camminare. Ma camminare è meglio che stare fermi” le parole del direttore. Ecco, stare fermi. La regola aurea del governo gialloverde. Sicuramente il nuovo direttore della Reggia sarà qualcuno gradito a Di Maio e Salvini. Addio Reggia, allora. E addio a competenza e lavoro sodo, che sono le qualità che secondo Felicori e secondo chi vuole bene a questo paese, si devono pretendere da chi lavora nel pubblico.

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