Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. L’epistolario di Quasimodo: Lettere al pozzallese Giorgio La Pira/17

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Il rapporto epistolare tra Quasimodo e Giorgio La Pira fu molto intenso. In queste pagine la nostra attenzione è concentrata soltanto su tredici missive relative al periodo 1921-1923 e contenute nel carteggio a cura di G. Miligi, “La Pira-Quasimodo. Carteggio”, Artioli Editore, Modena, 1998. In questo periodo Quasimodo viveva a Roma e Giorgio La Pira a Messina.
Più che di vere e proprie lettere, si tratta di comunicazioni attraverso cartoline postali o illustrate; una la lettera in senso stretto, precisamente quella del 26 gennaio 1922, che il poeta siciliano spedì a Giorgio La Pira con allegata una poesia.
L’esame di queste missive è interessante perché rivela atteggiamenti, emozioni, sentimenti e situazioni di vita che percorrono l’esperienza umana di Quasimodo durante la sua permanenza nella capitale.

1. La condivisione della vita

Quasimodo si trasferisce a Roma nel 1919 per frequentare il Politecnico. Quì, però, incontra parecchie difficoltà economiche che lo costringono per qualche anno a girovagare in cerca di un’occupazione. È in questa situazione esistenziale che va interpretata la cartolina postale che il poeta siciliano invia a Giorgio La Pira nel novembre del 1921 e nella quale si legge:

Carissimo Giorgio,
io davvero, non so ringraziarti abbastanza per tutto quello che fai per me.
Sono stato da Sampieri il quale mi ha promesso qualche presentazione a giornali che retribuiscono.
Ti scriverò più a lungo fra giorni, dopo aver ricevuto qualche tua; per ora, ricevi i più affettuosissimi abbracci e saluti dal tuo
Totò
Saluti a tuo zio e famiglia.

Il testo, pur nella sua brevità, lascia intendere che La Pira fosse a conoscenza della situazione di vita romana dell’amico Quasimodo. Sicuramente era di sua conoscenza il fatto che il poeta fosse alla ricerca di un lavoro stabile e che già avesse lavorato come commesso in un negozio e come impiegato tecnico in un grande magazzino romano. L’approdo al Genio Civile gli darà, alla fine, la stabilità lavorativa. Forse, in questa ricerca, La Pira aveva avuto un ruolo di mediazione, se Quasimodo nella missiva gli esprime parole di ringraziamento, cariche di sincero affetto: non so ringraziarti abbastanza per tutto quello che fai per me.
La lettera lascia altresì capire che l’interessamento di La Pira si stesse movendo nel campo giornalistico; sicuramente c’era in Quasimodo il bisogno di vedersi realizzato in qualche attività più strettamente cònsona al suo impegno letterario, donde la ricerca di un lavoro in giornali che retribuiscono.
Il Nobel non si dilunga in spiegazioni, ma afferma di aver seguito il consiglio dell’amico La Pira; in questa direzione si spiegano le parole del poeta: Sono stato da Sampieri il quale mi ha promesso qualche presentazione… […].
La conclusione del testo rivela chiaramente un “bisogno di comunicazione epistolare”; se da una parte Quasimodo si scusa per la brevità della sua scrittura, dall’altra promette di dare più consistenza al suo eloquio più in là, affermando, nel contempo, di rimanere in attesa di qualche lettera di La Pira (dopo aver ricevuto qualche tua).
La familiarità che permea questo testo epistolare offre sicuramente un’indicazione circa il rapporto confidenziale esistente tra il poeta e La Pira. L’eloquio è quello di due amici che annullano la distanza mediante la scrittura e che condividono in maniera profonda la propria problematica umana. La lettera ci presenta un Quasimodo “riconoscente” e pieno di “gratitudine” verso la fattiva operosità dell’amico; ci mette a contatto con un uomo che è “in ricerca”, che appare “preoccupato”, che vive il “dramma del lavoro”; di un uomo che avverte il peso della sua esistenzialità precaria e che affida al “conforto” della scrittura il suo percorso umano.

2. Dal silenzio alla parola:
La lettera del 26 gennaio 1922

Nel carteggio Quasimodo-La Pira, certamente la lettera del 26 gennaio 1922 ha un ruolo significativo e centrale. Essa, infatti, ci dà la misura del momento vissuto da Quasimodo a Roma.
Il poeta così scrive:

Giorgio carissimo,
di dolore mi sa il tuo silenzio, forse perché m’ero deliziato al pensiero d’una corrispondenza costante. Ma i vagabondi, talvolta, occorre lasciarli camminare nel gelo, senza brace di bivacchi, senza suoni pastorali, così come son passati e come si sono allontanati. Io lo so, ciò che farò nel mondo, limiterà gli abissi e rasenterà il fango, sarà vicino al sole e avrà il freddo delle stelle.
Per te che mi comprendi (a chi altro mandarla?) ho fatto trascrivere questa mia lirica ; ma ti prego, scrivimi, mondo da qualsiasi lenocinio, il tuo giudizio. Poi te ne farò leggere un’altra, umile e fredda, vicina, da presso a le nostre anime di conquistatori e di distruttori di sogni.
E i famosi quaderni come sono andati a finire? Come tutte le buone idee? Se vedi Nicastro salutalo di cuore. E Pugliatti? Dì che mi scriva, chè io cercherò di rispondere.
Abbracci affettuosissimi
Tuo Totò

P.S. Adesso faccio il disegnatore presso un ingegnere.
Quando avrò fatto il ruffiano, la serie sarà completa.
Saluti alla famiglia di tuo zio. E la tua venuta a Roma? Scrivimi e presto; insieme faremo molto, ne sono fortemente convinto.
Quando verrai andremo a portare un fiore sulle tombe di John Kits (sic) e di Shelley che si trovano fuori Porta S. Paolo. Io non ci sono andato, perché solo, forse sentirei meno, l’aria divina che emana da esse.
Salute!

Il taglio di questo scritto epistolare esprime uno stato di malessere legato all’esperienza professionale di Quasimodo a Roma. Qui, infatti, il continuo cambiamento di lavoro logora il poeta che, alla fine, come si evince dalla nota ai piedi della lettera, non esclude che per vivere possa giunger perfino a fare il ruffiano. Al momento della missiva a La Pira, il Nobel lavora come disegnatore presso un ingegnere.
Il testo si compone di tre parti, che si integrano nell’unità di un’esperienza fortemente protesa alla ricerca di orizzonti poetici più significativi e rilevanti:
– un’autocritica sviluppata con un dinamismo poetico intenso e profondo;
– la richiesta a La Pira di un giudizio critico su una lirica allegata alla lettera;
– il saluto a Nicastro e Pugliatti e la promessa di colloqui epistolari.

2.1. L’autocritica

La prima parte dell’epistola è sicuramente una prosa poetica. L’inizio è un vero e proprio verso lirico: di dolore mi sa il tuo silenzio.
Quasimodo esprime il suo rammarico più profondo per il silenzio di La Pira, che non ha più risposto alle sue lettere. È, tuttavia, un dolore composto e razionalizzato, nel senso che il poeta attribuisce a se stesso la causa di questa improvvisa interruzione di corrispondenza, alla quale, peraltro, come egli stesso scrive, si era abituato e che considerava una delizia.
L’immagine che egli utilizza ci dà l’idea del motivo che ha causato il silenzio lapiriano, motivo riconducibile, stando al lessico utilizzato, al “vagabondare” proprio del poeta. Si potrebbe quasi dare a questa prima parte del testo il titolo I Vagabondi, e riproporla strutturandola in chiave lirica:

I vagabondi
talvolta
occorre lasciarli camminare nel gelo,
senza brace di bivacchi,
senza suoni pastorali,
così come son passati
e come si sono allontanati… […]

Quasimodo percepisce se stesso come un vagabondo che ha trascurato l’amicizia; in quel camminare nel gelo c’è, infatti, tutta la sofferenza causata dalla freddezza e dal distacco di La Pira nei suoi confronti; il poeta soffre “il silenzio della corrispondenza”, e il suo camminare senza brace di bivacchi e senza suoni pastorali è la conseguenza che merita chi, come lui, ha permesso di far perdere calore a quel rapporto affettuoso con l’amico siciliano.
Il linguaggio quasimodiano presenta perfino i toni di una scarnificazione interiore, tant’è che nell’autocritica il poeta fa ricorso ad un frasario allusivo alla sua situazione umana: Io lo so, ciò che farò nel mondo, limiterà gli abissi e rasenterà il fango, sarà vicino al sole e avrà il freddo delle stelle.
La lettera di Quasimodo non passa, comunque, inosservata e suscita in La Pira sentimenti profondi di commozione, tant’è che il professore pozzallese si concede uno sfogo interiore in una lunga epistola di risposta inviata al poeta tra gennaio e febbraio del 1922 e sulla quale ci soffermeremo nella prossima puntata. 17/ Continua

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