IN PUNTA DI LIBRO……di Domenico Pisana. La dolente meditazione sulla condizione dell’uomo contemporaneo nella silloge “I decaduti” del poeta Giuseppe Aletti

Una poesia che si offre al pensiero del lettore con intensità mettendolo dentro un circuito di riflessione critica sulla vita, è quella che troviamo nella silloge poetica “ I decaduti” di Giuseppe Aletti, Aletti Editore, opera già alla sua terza edizione e vincitrice del Premio Internazionale di poesia edita “Poseidonia Paestum”.
Giuseppe Aletti, molto noto come editore, critico letterario ed ideatore di manifestazioni culturali, tra le quali “Paese della Poesia” e “Il Federiciano”, va in controtendenza rispetto a chi sostiene che un critico letterario o un editore non possa essere poeta. Aletti, con questa silloge, sembra dire il contrario dandoci una versificazione agile e con un linguaggio fuori dal coro, che si vela e si disvela con un andamento ricco di immagini e provocazioni; e, così, egli riesce nell’intento di stigmatizzare la decadenza morale del nostro tempo descritta anche in termini apocalittici:

“Uomini
dannati
dal prostrato vivere.

Urla, gemiti,
nella sfida
alla conoscenza…

Ombra,
creata da sé.
Io,
ennesima vittima.”
( “Apocalisse”)

Il corpus poetico poggia su un insieme di momenti creativi che tocca tematiche di forte realismo, allargandosi progressivamente ad orizzonti di riflessione ove i versi, volutamente scarni, essenziali e semplificati nei toni, risultano plasmati dal tormento del poeta di vivere i problemi della contemporaneità.
Il paesaggio interiore che si staglia sulle pagine di Aletti conosce uno “spaesamento” che si connota come coscienza del suo essere nel tempo e come rappresentazione della realtà : Solitudine. / Immote case. / … alberi violati / nello zoo della città…
E così , la città che non c’è e che si arrende “nel silenzio / di rinnovate sfide.”; il dolore dell’oblio e della fine che riduce l’uomo ad “immagine sbiadite, / cancellate dal tempo” e ad “ombre / nella notte della vita” ; la fragilità dell’amore che diventa morte (“Dicesti amore, / trovai morte./) sono la presa d’atto del poeta di una condizione esistenziale travolta da una visione nichilista e autodistruttiva, ove tutto sembra diventare una nevrotica ripetizione di gesti e di parole in attesa di trovare un approdo di senso:

Freschi
di abitudini adagiate,
corpi diafani
arsi dalla notte.

L’anima estesa
in attesa di un alito
trova oasi
in una banchina di sabbia
( Sentimento consunto)

C’è, insomma, in tutta la raccolta poetica di Aletti un affaccio verso il realismo della vita, che spinge il poeta a fotografare i propri stati d’animo e ad “appropriarsi – come direbbe Vittorio Sereni – di ciò che altri scarterebbe come futile”, facendolo approdare con immagini, simboli, metafore, oggetti e figure al piano della poesia. E sono immagini situate, spesso, dentro atmosfere decadenti – ( “…Ogni notte attendo / stelle cadenti”…; “ …Ancora discenderò / in questo inferno, per gustare / il disprezzato vivere…”; “…Come foglie, / marcite, dal vento portate, / lontano, / nella coscienza / del passato, Vivo…”; “Tombale deserto, / nel raggiunto / Nulla…”; “…Ammassato nella terra / un Eterno URLO”.; “…Ho arso ogni essenza, / ho colto ogni armonia,/ Ricompensa o pena eterna?) – , che rivelano lo scavo interiore del poeta su temi che si snodano quasi come “confessioni liriche” e con un impasto di aulico e di quotidiano.
Nella poesia “Uomo”, ad esempio, c’è quasi una rappresentazione grafica, fisica e metafisica di ciò che è l’uomo:

_____________________
Siamo panni
_____________________
Sui fili estesi
(Uomo)

Sembra quasi un epitaffio questa poesia, dove si trova scritta la metafora della vita con il ricorso a versi dal piglio epigrammatico, delineando il “già” e il “non ancora” di ogni uomo.
La silloge “I decaduti” è, dunque, una dolente meditazione sulla condizione dell’uomo contemporaneo, considerato dal poeta, con sano realismo, un “decaduto” dal punto di vista morale, in quanto ubriaco di se stesso, delle sue conoscenze, certezze ed acquisizioni. Una meditazione dal tono crepuscolare vissuta non come ripiegamento intimistico su se stesso, ma come esigenza etica, se è vero che lo stesso poeta , nella sua introduzione, scrive che “in una civiltà senza sentimenti, il poeta urla la sua presenza”. E Aletti ricorre alla poesia per emettere quest’ “urlo” , per affermare, in un’atmosfera poetica quasi sacrale, che la sua vita non è indifferenza né passività, ma “voce di dissenso” in una rete sociale nella quale egli si sente profondamente immerso e dentro la quale avverte, con malinconia ed amarezza, questa decadenza dell’esistenza umana, incapace di svincolarsi dal circuito negativo delle paure e delle ombre, dei silenzi, della morte e dell’ansia.
Sono dunque versi, questi di Giuseppe Aletti, che senza dubbio incuriosiscono e offrono messaggi; la forma ci sembra, a volte, indugiare troppo sulla punteggiatura, ma lo stile e le scelte morfosintattiche ( si osservi pure la posizione spaziale delle poesie) aprono circuiti di allusività e di forte polisenso; sono versi che andando oltre la figura dell’ editore che svolge un’ attività professionale, si connotano come bisogno di raggiungimento d’ una interiore “veritas liberatoria”. E tutto questo avviene con una versificazione che si presenta al lettore – direbbe il Flora – come “concentrazione verbale in un minimo di spazio e di tempo” e con un tessuto lessicale radicato nei flussi di coscienza del poeta, il quale invoca una sorta di riscatto, di rinascita consapevole, però, che ai poeti “è riservata la morte sociale che spetta ai diversi”.
Credo allora, per concludere, che la silloge “I decaduti” rappresenti la testimonianza di un processo ermeneutico che investiga sulla realtà disarticolata e frammentata del vivere dell’uomo contemporaneo; un vivere che conosce antinomie e contraddizioni e che la “coscienza pensante” del poeta-editore assume come leitmotiv del suo poetare in attesa di una nuova genesi:

Aspetto
e derubo luci;
che disombrano
sprazzi di reale.
Ammessi nel passaggio
silenziosi grembi;
che nel tempo,
impavidi,
cercheranno respiri.
Immobili vortici
la notte ci dona;
attraverso rinascite
schiuso ad ogni forma
che la velata aurora plasma.
(Genesi)

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