Viaggio intorno a Quasimodo a 50 anni dalla morte… di Domenico Pisana. L’epistolario di Quasimodo: la Lettera aperta del 1921 a Luciano Nicastro /16

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Dopo aver analizzato la Lettera a don Primo Mazzolari e quella ad Emilio Settimelli, vogliamo soffermarci su un’altra Lettera del Nobel, quella inviata a Luciano Nicastro. La lettera aperta a Luciano Nicastro è del 1921, ed è contenuta nel carteggio a cura di G. Miligi, “La Pira-Quasimodo. Carteggio”, Artioli Editore, Modena, 1998.

1. L’orgoglio della sicilianità

Luciano Nicastro, poeta in lingua e in dialetto, fu un carissimo amico di Quasimodo. Svolse un’intensa attività giornalistica facendo parte della Direzione del quindicinale La Balza futurista, giornale edito a Ragusa, ma stampato a Messina, che nel 1915 divenne l’organo ufficiale del Futurismo italiano.
Il periodico fu una palestra di avanguardia culturale di alto livello, dove spiccavano le firme di collaboratori come Marinetti, Buozzi, Govoni, Balla, Boccioni, Carrà. Subito dopo la guerra, Nicastro, “di ritorno dal fronte, insegnò a Messina nelle scuole medie superiori, fondò insieme a Jannelli un Fascio futurista che poi svolse una vivace attività culturale con iniziative che coinvolsero i due amici Quasimodo-La Pira in perfetta sintonia”.
La lettera a Nicastro è del 1921 e venne pubblicata dalla rivista “Humanitas” di Bari.
Lo scritto prende le mosse da un’iniziativa di Marinetti che, in occasione delle rappresentazioni classiche di Siracusa, lanciò l’idea di aprire l’anfiteatro greco a rappresentazioni moderne di giovani autori siciliani, da portare sulla scena ogni anno mediante scelta da effettuare con un pubblico concorso. L’idea ebbe una forte risonanza tra i futuristi siciliani, i quali avviarono un referendum coinvolgendo Quasimodo, che ebbe parole di apprezzamento per l’iniziativa in quanto mirava a valorizzare talenti artistici della Sicilia.
La problematica sollevata da Quasimodo nella lettera ruota attorno a due idee essenziali, che esprimono il senso e la portata del suo discorso:
– la valorizzazione della Sicilia intellettuale;
– l’orgoglio della sicilianità.

Ma diamo uno sguardo alla lettera là dove, fra l’altro, il poeta afferma:

…Valorizzare la Sicilia intellettuale! Ecco il sogno che bisogna svegliare nel sole, con fede mistica senza essere soverchiamente contemplativi.
…Ora, credete che alla vostra iniziativa di dare all’Italia, oltre che l’esecuzione di una tragedia eschilea nell’anfiteatro di Siracusa, un dramma di colore puramente siciliano, nessuno griderà allo scandalo?
Sentirete: parleranno di profanazione di luoghi, sacri ai pini azzurrognoli degli incensieri, d’insufficienze creative e tecniche, quasi che l’ingegno fosse un monopolio riserbato ai nati nell’Urbe, et ultra.
Ma il cervello di questi poveri di spirito è sprovvisto di quelle cellule necessarie a far loro capire che se ingegno ha da nascere, esso non parla d’equatore né d’aurora boreale!
Auguriamoci di potere presto udire, di fronte al mare siracusano, senza note sanguigne, cantare le nostre vecchie campane, e di ascoltare, accanto alla tragica voce ellenica il purissimo riso della nostra forza, assopito da tempo: da un lontano crepuscolo del 1282 ad ora. Continua coi tuoi e miei amici a rimuovere ciò che è tarlato e che ha bisogno di rinnovamento, e il nostro sogno dinamico che sta all’opposto dell’erronea valutazione statica della Sicilia, potrà darci quel conforto completo che la filosofia dà soltanto allo spirito.
Così spianeremo il nostro cammino. Con l’orgoglio di essere solamente siciliani.
‘Non cadetti di Guascogna’ .

Salvatore Quasimodo

2. Ecco il sogno: […]
valorizzare la Sicilia intellettuale!

Il primo dato che emerge nella lettera esprime, senza dubbio, il sogno quasimodiano di poter vedere il patrimonio culturale, creativo ed intellettuale della Sicilia non lasciato ai margini, ma adeguatamente valorizzato nelle sue valenze più profonde e significative.
Il poeta siciliano lancia la sua sfida dal Sud e apre delle puntate polemiche contro coloro che tendono ad accentrare la cultura nella capitale, ostentando il possesso della verità, quasi che – scrive Quasimodo – l’ingegno fosse un monopolio riserbato ai nati nell’Urbe, et ultra.
Le frequentazioni culturali provocano a Quasimodo una sorta di “rabbia di riscatto”, che lo spinge a considerare la “valorizzazione della Sicilia intellettuale” uno dei motivi più forti del suo impegno civile e culturale.
Il Nobel è contro la visione monopolizzatrice della cultura e la territorializzazione dell’ingegno, del sapere e della conoscenza; egli, con fine ironia, polemizza contro coloro che già gridano allo scandalo di fronte all’idea di vedere portata sulla scena dell’anfiteatro di Siracusa oltre che l’esecuzione di una tragedia eschilea… un dramma di colore puramente siciliano…

3. L’orgoglio della sicilianità: l’ingegno
non parla d’equatore né d’aurora boreale!

Questa affermazione della lettera a Nicastro ci dà la misura del concetto di universalità della cultura e dell’ingegno in cui crede Quasimodo.
Per il poeta siciliano la nascita dell’intellettuale ingegnoso non è un fatto predeterminato o legato a luoghi, città, culture specifiche; coloro che pensano in questo modo vengono definiti dal Nobel “poveri di spirito”, persone sprovviste d’intelligenza. L’idea quasimodiana è che il genio può sorgere in ogni angolo della terra: esso non parla d’equatore né d’aurora boreale, a voler, cioè, dire che non si tratta né di questione geografica né di fattore temporale.
Appare comprensibile, allora, l’orgoglio di sicilianità che pervade la lettera; non si tratta, però, di una elogiativa chiusura regionalistica né di una miope affermazione di unicità siciliana come potrebbe fare intendere quel “solamente” dell’epilogo epistolare. Quasimodo desidera vantare la sua identità, ama la sua sicilitudine, che lo riempie di orgoglio e lo sprona a camminare verso gli orizzonti culturali sempre più alti della sua esperienza umana e poetica.
È, quello del Nobel, un orgoglio positivo, un orgoglio che risente della amarezza per i pregiudizi verso la Sicilia; quando, infatti, egli parla di “erronea valutazione statica della Sicilia”, le sue parole sottacciono quel senso di sofferenza che scaturisce al sentire valutazioni negative sulla Sicilia, giudicata spesso terra dove alligna la mafia, dove tutto è sottocultura e regresso.
L’epilogo della lettera contiene un invito al “rinnovamento” mentale e culturale in ordine alla visione della Sicilia e costituisce un ulteriore rilancio dell’impegno letterario del poeta. Non è un caso, infatti, che nella conclusione della lettera riappaia, come già nella parte iniziale del testo, la “categoria del sogno” (“il nostro sogno dinamico”), categoria che è indice di quel forte anelito quasimodiano a “spianare” nuovi cammini intellettuali e a raggiungere mete di grande respiro umano e culturale.

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