Emma Bonino, l’ultima radicale…l’opinione di Rita Faletti

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Con la scomparsa di Emma Bonino, del Partito radicale e della forza civile che ha innervato le numerose battaglie, alcune vinte altre perse, alcune condivise altre stigmatizzate, rimane il ricordo. Con Marco Pannella e Emma Bonino, se ne va una certa idea di politica, quella che non chiedeva il permesso al consenso, che non misurava ogni battaglia sulla convenienza e che considerava la libertà una cosa troppo seria per essere ridotta a uno slogan. Gli eredi si sono dispersi. Hanno trasmigrato in altre forze politiche, sembra più per ripiego che per convinzione, o semplicemente perché le lotte vere per la libertà e i diritti delle persone sono oggi privi di consistenza reale, sostituite da etichette e rappresentazioni moraleggianti organizzate secondo schemi eterodiretti e unidirezionali. Bonino viene celebrata come icona del femminismo, quasi una Raffaella Carrà della politica: amata, riconoscibile, rassicurante. Eppure di femminismo Bonino ha parlato assai poco. Alle donne si rivolgeva spingendole a non avere paura di affermare se stesse in nome della libertà e dei diritti. La libertà delle donne afgane di indossare il velo o non indossarlo, il diritto all’istruzione. Divorzio, aborto, eutanasia. Diritti concreti che si possono condividere o meno, non identità da sventolare. Battaglie combattute quando avevano un costo, non come quelle di oggi, passate al vaglio dell’ideologia e superato il licet dei “benpensanti”. E poi c’era la giustizia, la battaglia per una giustizia giusta, contro l’idea che un’accusa possa diventare condanna prima ancora della sentenza. Contro il giustizialismo populista che conosciamo bene. Oggi la censura di una certa parte vieta che si ricordi quello che è scomodo: l’uso del carcere e dell’inchiesta come strumenti di delegittimazione personale e politica. Enzo Tortora ne fu il simbolo più drammatico. Quella battaglia, oggi, sembra scomparsa dal dibattito pubblico.  Nel 2022 Bonino la definì “la battaglia delle battaglie”, perché dalla giustizia dipendono i diritti umani, le libertà civili ed economiche e soprattutto lo Stato di diritto. Anche la battaglia per la responsabilità civile dei magistrati è rimasta, in larga parte, incompiuta. Bonino fu anche commissaria europea indicata dal primo governo Berlusconi. In quella funzione andò a Sarajevo e Mostar e sostenne l’intervento della Nato per fermare la pulizia etnica adottata dai serbi. Quella scelta viene oggi liquidata da alcuni come una colpa, in nome di un pacifismo che ha una curiosa caratteristica: pretendere la resa da chi viene aggredito. Ne sappiamo qualcosa. Marco Pannella, nel 1991, aveva già messo il dito nella piaga: “Il pacifismo ha avuto effetti catastrofici, convergenti con quelli di nazismo e comunismo”. Per lui, il pacifismo era una dottrina sterile, incapace di tradursi in azione concreta – la nonviolenza non è l’inerzia – un’ideologia che non solo non aveva impedito le guerre, ma aveva contribuito a indebolire le democrazie occidentali, esponendole al ricatto orale e strategico. Una critica lucida rivolta a una sinistra che aveva sostituito la realtà con la retorica. Emma Bonino era europeista convinta. Dopo l’11 settembre continuò a indicare il fondamentalismo islamista come una minaccia concreta e in crescita contro il mondo libero. Come Pannella e i radicali autentici, non confondeva chi combatte per difendere la propria esistenza con chi aggredisce per distruggere: sosteneva il diritto di Israele a difendersi e come i radicali di ieri arrivò a immaginare Israele dentro la Ue. Dopo la morte, è facile e innocuo trasformare Emma Bonino in icona dei diritti, più difficile e rischioso ricordare quali diritti difendesse oltre a quelli che fanno comodo al pensiero dominante. La memoria politica ha bisogno di santi sterilizzati. Emma Bonino non è il santino da commemorare. La libertà per la quale ha combattuto non ha molto da spartire con la libertà secondo i canoni odierni. Con lei si spegne la voce autentica della libertà. Restano i ricordi e la gratitudine.

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