Continuità trasformazioni e “fili rossi” nella costruzione del nemico…di Rita Faletti

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Nella seconda metà dell’Ottocento l’Impero zarista ospitava una delle più numerose comunità ebraiche del mondo, concentrata principalmente nella cosiddetta “Zona di Residenza”. Tollerati formalmente, gli ebrei erano soggetti a numerose restrizioni giuridiche e sociali, come avveniva anche nell’Impero ottomano. Nella cultura politica russa, fortemente conservatrice, era latente l’idea che gli ebrei costituissero una comunità separata e potenzialmente ostile alla società cristiano-ortodossa. Una percezione legata a tre fattori: il decollo industriale dell’economia russa, la diffusione dei movimenti rivoluzionari e la crisi di legittimità dell’autocrazia zarista. Come spesso accade in concomitanza con processi storici difficili da comprendere, la spiegazione offerta fu una risposta semplice, inadeguata a descrivere la complessità del momento, ma politicamente utile perché permetteva di spostare il malcontento popolare lontano dalle paurose inefficienze statali: dietro i cambiamenti ci sarebbe stata una regia nascosta. L’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881 fu il catalizzatore che appiccò il fuoco: gli ebrei furono ritenuti responsabili della crisi dell’impero e dell’assassinio. Ne seguì una vasta ondata di pogrom nelle regioni occidentali della Russia imperiale. Qui emerge il primo filo rosso. Nel 1903 iniziò a circolare un documento che pretendeva di rivelare un piano segreto ebraico per conquistare il mondo. Si trattava dei Protocolli dei Savi di Sion, il capolavoro della disinformazione zarista, fabbricato dalla polizia segreta (Okhrana) e dimostrato successivamente un falso. L’importanza dei Protocolli non riguarda il contenuto, bensì la struttura narrativa destinata a sopravvivere per oltre un secolo. Essa si sviluppa in 5 punti chiave: esiste un nemico occulto, questo nemico agisce nell’ombra, controlla istituzioni apparentemente indipendenti, i fallimenti politici ed economici sono opera sua, chi denuncia il complotto si presenta come difensore del popolo. Un vademecum, una sorta di libretto delle istruzioni da mettere in pratica. Il passaggio avvenne attraverso le Centurie Nere, organizzazioni che usavano i disordini che esse stesse causavano come “prova” che il complotto descritto nei Protocolli era reale. Serviva una spiegazione al collasso dell’autocrazia zarista e alle spinte rivoluzionarie del 1905 al fine di deviare la rabbia popolare sul capro espiatorio sistemico, i giudei. La menzogna aveva trovato così i suoi carnefici ideali: i militanti ultranazionalisti monarchici e fortemente antisemiti che sostenevano il principio di “Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità” delle Centurie Nere. Ad essi i Protocolli offrirono la giustificazione morale di cui i loro pogrom avevano bisogno. La legittima difesa della “Santa Russia” contro una cospirazione globale e occulta: una narrazione costruita e diffusa dalla propaganda, a tutti gli effetti la matrice e lo strumento principale di gran parte del complottismo contemporaneo. La propaganda delle Centurie Nere sosteneva che rivoluzionari, liberali, massoni e ebrei facessero parte di un’unica rete cospirativa contro la Russia. L’elemento fondamentale che emerge è che il complotto funziona come una teoria unificante che collega fenomeni diversi e produce l’illusione di una spiegazione totale. Con la Rivoluzione del 1917, molti ambienti controrivoluzionari interpretarono il bolscevismo come prova dell’esistenza del complotto descritto dai Protocolli. Nacque così il mito del “giudeo-bolscevismo” e la rivoluzione fu rappresentata come un piano etnico anziché come un processo politico e sociale quale esso era in realtà. La teoria del complotto era stranamente sopravvissuta alla caduta dell’autocrazia zarista che l’aveva alimentata. Il regime sovietico, ufficialmente, condannava l’antisemitismo, ma il sospetto verso gli ebrei assunse una nuova forma. Non si parlò più di cospirazione religiosa o razziale, ma di spionaggio, fedeltà internazionali, infiltrazione occidentale. Il tema della cospirazione ricomparve con il “Complotto dei Medici” del 1952-53. U gruppo di medici, molti dei quali ebrei, furono accusati di voler assassinare i dirigenti sovietici attraverso cure intenzionalmente errate. La propaganda sosteneva che questi medici fossero collegati all’intelligence occidentale, a organizzazioni ebraiche internazionali, a forze ostili al socialismo. Dal punto di vista storico, il caso è straordinario perché riproduce quasi perfettamente la struttura dei Protocolli. Le ideologie cambiano, ma il modello resta sorprendentemente stabile e costante nel tempo. La continuità tra il complottismo zarista e quello sovietico rappresenta uno dei casi più istruttivi della storia moderna: monarchia religiosa da un lato, stato comunista dall’altro. Nonostante l’incompatibilità totale, sia l’una che l’altro ricorsero, in momenti di difficoltà, a una rappresentazione degli ebrei come soggetto collettivo occulto, capace di manipolare la società, lo stato e l’ordine mondiale. L’interesse storico del fenomeno non consiste tanto nella questione ebraica in sé, quanto nella persistenza di alcuni meccanismi politici: la ricerca di un capro espiatorio, la costruzione di un nemico e l’uso della cospirazione come spiegazione semplificata di crisi complesse che necessiterebbero invece di analisi approfondite. Il primo elemento di continuità è la figura dell’“agente straniero” o della “spia occidentale” a cui oggi i regimi autoritari ricorrono per delegittimare oppositori politici, giornalisti, attivisti e dissidenti. Non è tanto la veridicità dell’accusa a risultare decisiva, quanto la sua funzione politica che consiste nel trasformare il dissenso in tradimento. Avviene in Russia e in Cina come in Iran. Un secondo elemento di continuità è rappresentato da un nemico permanente, identificato nell’Occidente. Da questo punto di vista appare particolarmente attuale l’intuizione espressa da George Orwell in “1984”, dove il nemico esterno svolge una funzione politica essenziale perché consente di concentrare l’attenzione pubblica sulla minaccia e non sui problemi reali del sistema. La sua esistenza rafforza la coesione interna e giustifica restrizioni, fallimenti e sacrifici. Putin continua la sua assurda guerra per conservare il potere inventandosi un inesistente accerchiamento della Russia, sapendo di poter contare sulla sopportazione e le sofferenze di un popolo che ad esse è abituato da sempre.
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