
C’è una sproporzione morale che ormai facciamo fatica perfino a vedere: a Israele chiediamo conto di ogni sua colpa; ai suoi nemici chiediamo raramente conto delle loro responsabilità. Israele può essere accusato dal suo stesso cinema, dalla sua stampa, dai suoi intellettuali. Un film come Naza può mettere sotto accusa il governo e l’esercito, essere prodotto, proiettato e applaudito. Per venticinque lunghi minuti. Non è la prova che Israele sia una dittatura: è la prova della libertà che esiste in Israele. Ma applichiamo lo stesso metro. Dove sono i film prodotti liberamente contro Hamas a Gaza? Dove sono i film sui massacri del 7 ottobre, le vittime, gli stupri, i rapimenti? Non necessariamente subito dopo: dove sono, oggi? E dove sono le opere che denunciano senza paura il regime sanguinario iraniano, le botte, le torture, le impiccagioni? Forse la spiegazione è meno nobile di quanto vorremmo ammettere: di Israele non abbiamo paura. Dell’Iran sì. E se la nostra severità diminuisce quando aumenta il rischio, allora non è più soltanto un doppio standard. È una forma di viltà. Criticare Israele è legittimo. Ma la critica è morale soltanto se pretende lo stesso trattamento per tutti: stessa attenzione alle vittime, stessa richiesta di responsabilità, stesso spazio per il dubbio e per il contraddittorio. Non si chiede a Israele di essere perfetto. Si chiede a noi di essere coerenti per non doverci vergognare un giorno..


