
Tempo fa, sulla rivista “Liberties” è apparso un interessante articolo firmato da Ekaterina Pravilova, storica della Russia all’Università di Princeton, dal titolo “The Autocrat’s War”. Non riguarda direttamente Putin, il Kgb o la sua ascesa al Cremlino, ma spiega ciò che l’attuale capo del Cremlino è diventato attraverso la continuità tra la Russia imperiale e il sistema autocratico della Federazione russa. Secondo Pravilova, Putin non è semplicemente un uomo ossessionato dall’Ucraina che, a un certo punto, ha perso il contatto con la realtà. E’ il prodotto, e nello stesso tempo il costruttore, di un sistema nel quale la guerra rappresenta il momento culminante del potere personale. Nella storia russa, quasi ogni zar ha combattuto almeno una guerra. Non necessariamente perché la Russia fosse minacciata, ma perché la guerra consentiva al sovrano di liberarsi dei vincoli, mettere da parte i moderati, ricompattare le élite e trasformare un’autorità ancora parzialmente limitata in un potere pressoché assoluto. Putin riproduce consapevolmente e inconsapevolmente questi meccanismi imperiali: ha progressivamente svuotato le istituzioni russe della loro autonomia. Parlamento, governo e organismi politici non partecipano realmente alle decisioni fondamentali: servono soprattutto a ratificare la volontà del capo e a coinvolgere le élite nella responsabilità collettiva. Il potere effettivo si esercita attraverso rapporti informali, fedeltà personali e rivalità accuratamente controllate. Come gli zar, Putin non governa solo impartendo ordini, lascia che i gruppi di potere competano fra loro, impedendo che qualcuno possa diventare abbastanza forte da limitarlo. Nel momento decisivo, quello della guerra, il cerchio si restringe ulteriormente. I tecnocrati, gli economisti e gli amministratori – che possono valutare razionalmente i costi – vengono messi in secondo piano. Cresce invece il peso degli uomini dei servizi e del Consiglio di sicurezza, in particolare di figure come Nikolai Patrushev. L’articolo sostiene che Putin avrebbe preso la decisione dell’invasione sostanzialmente da solo, trasformando la propria ossessione per l’indipendenza ucraina e per la resistenza di Kyiv alle pressioni russe in una questione vitale per lo Stato. La celebre riunione televisiva del Consiglio di sicurezza prima dell’invasione viene interpretata come un rituale autocratico: i funzionari, visibilmente intimiditi, non erano chiamati a decidere, ma a dichiararsi complici di una decisione già presa. La guerra era di Putin, il consenso pubblico serviva a distribuirne la responsabilità. Putin ha progressivamente incorporato nella propria visione del mondo il linguaggio dell’impero: la Russia come civiltà distinta, circondata da nemici, portatrice di una missione storica e autorizzata a esercitare una tutela sui popoli vicini. In questa concezione, l’Ucraina non è una nazione pienamente sovrana, ma una parte sottratta al corpo storico russo. La sua scelta occidentale non viene interpretata come una decisione autonoma degli ucraini, bensì come il risultato di una cospirazione esterna. Questo concetto è ripreso tale e quale e ripetuto dai sostenitori di Putin in Italia e fuori. Di conseguenza, la resistenza ucraina diventa per Putin non un problema diplomatico, ma una sfida personale e assoluta all’esistenza stessa della Russia che egli pretende di incarnare. Pravilova mostra come le guerre imperiali russe siano state accompagnate da una narrazione ricorrente:
1 il sovrano avrebbe cercato pazientemente la pace
2 il popolo e i consiglieri gli chiederebbero di intervenire
3 il sovrano sarebbe riluttante a versare sangue
4 alla fine sarebbe costretto ad agire per salvare popolazioni minacciate, difendere l’onore nazionale e ristabilire la pace
E’ lo stesso copione utilizzato da Putin: Mosca avrebbe tentato ogni soluzione diplomatica, l’Occidente avrebbe ignorato le sue richieste, i russofoni sarebbero stati perseguitati e la Russia sarebbe stata costretta a intervenire. La retorica della liberazione serve così a nascondere il fatto essenziale: è la Russia l’aggressore.
La guerra serve anche a rispondere alla domanda: che cos’è la Russia? Come alcuni nazionalisti ottocenteschi, Putin presenta l’Occidente come materialista, decadente, egoista e ostile. La Russia, al contrario, sarebbe spirituale, disinteressata e disposta al sacrificio. Persino l’irrazionalità economica dell’invasione diventa una prova di superiorità morale. Mosca non combatterebbe per vantaggi materiali, ma per la storia, la civiltà e la sovranità. Tutto questo è curiosamente in linea con quanto sostenuto dal putinismo. L’isolamento dell’Occidente, quindi, non è soltanto una conseguenza della guerra. E’ uno degli obiettivi del regime: spezzare i legami culturali, economici e politici che potrebbero produrre modernizzazione, pluralismo e limiti al potere personale.
L’autrice del testo rifiuta due semplificazioni opposte: non è corretto considerare la guerra una manifestazione quasi genetica dell’anima russa, ma neppure assolvere chi l’ha sostenuta. Prima dell’invasione, osserva Pravilova, la maggioranza dei russi non desiderava un conflitto armato. La popolazione non ha provocato la guerra perché, in un’autocrazia, l’opinione pubblica non determina la politica estera. Tuttavia, intellettuali, propagandisti, funzionari e cittadini che successivamente hanno incoraggiato, giustificato, finanziato o sostenuto la violenza portano una responsabilità individuale. Ma il punto più importante è quello che emerge dall’articolo: Putin non è diventato ciò che è solo a causa di una particolare psicologia personale. Lo è diventato perché ha costruito intorno a sé un sistema che ha eliminato un po’ alla volta ogni possibilità di correzione. Putin ha sostituito le istituzioni con la fedeltà personale, il confronto con il rituale dell’obbedienza, la politica con la storia mitizzata. Così è rimasto prigioniero della stessa macchina che ha creato: circondato da uomini selezionati perché incapaci di contraddirlo, identificato con lo Stato e convinto che ogni arretramento della Russia sia una propria umiliazione personale. La guerra è diventata così non uno strumento della sua politica, ma la forma stessa del suo potere, il mezzo con cui conserva l’autocrazia, mobilita la società, elimina le alternative e sospende indefinitamente il futuro. Nel passaggio conclusivo, la Russia putiniana appare rinchiusa in un presente permanente di guerra, una battaglia senza una vera strategia finale, perché la cessazione del conflitto metterebbe nuovamente in discussione il potere assoluto del sovrano.


