
Ankara potrebbe segnare una svolta nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti e riallacciare i fili della cooperazione transatlantica. All’apertura del summit, il presidente turco Erdogan ha chiesto di evitare comportamenti che “indeboliscano l’integrità dell’alleanza e delle relazioni transatlantiche”. Destinatario implicito Trump con le sue intemperanze verbali in grado di provocare ulteriore deterioramento di un rapporto già complicato. In tandem con Erdogan, il segretario generale Mark Rutte ha interpretato al meglio il ruolo di mediatore e, se necessario, di abile adulatore del presidente americano. Ha scelto il terreno sul quale Trump è più sensibile: il riequilibrio delle spese militari. Ha ricordato che gli alleati europei e il Canada investono ormai complessivamente il 4% del Pil in difesa e sicurezza, attribuendo apertamente al pressing del presidente americano il merito di aver ottenuto ciò che i suoi predecessori avevano chiesto invano. Dall’essere un peso economico, “parassiti”, e per di più “ingrati” essendosi rifiutati di sostenere l’intervento americano contro l’Iran, ad alleati quasi solventi – il 5% del Pil è l’obiettivo fissato per la spesa militare entro il 2035 – ne passa, ma Rutte ha sapientemente descritto una situazione che, nonostante il divario tra Paesi, è in crescente miglioramento e rispecchia la nascita di “un’Europa più forte dentro una Nato più forte”. Cifre a parte, il vertice di Ankara ha messo in luce, per la prima volta, il dato più importante: la consapevolezza degli alleati europei che per rispondere alla guerra ibrida di Mosca contro l’Europa servono capacità militari, industrie della difesa, sistemi antimissile, armi a lunga gittata e una deterrenza credibile. Serve soprattutto continuare a sostenere la resistenza ucraina. Ad Ankara gli alleati hanno promesso 70 miliardi di euro in equipaggiamenti, assistenza e addestramento nel 2026 e si sono impegnati a mantenere lo stesso livello nel 2027. Non è più soltanto solidarietà a un Paese aggredito. La sicurezza ucraina viene riconosciuta come parte integrante della sicurezza europea e transatlantica. Con il progressivo ridimensionamento della presenza militare americana in Europa, una Washington orientata verso il Pacifico e di nuovo coinvolta nel conflitto con l’Iran, la Ue non può affidare la propria sicurezza alla disponibilità dell’inquilino di turno della Casa Bianca. Deve puntare sulla tenuta politica della deterrenza, sull’unità e sulla capacità di trasformare gli stanziamenti economici in forze, munizioni e sistemi d’arma realmente disponibili. E’ il messaggio da inviare a Washington per dimostrare che la volontà degli alleati è assumersi una quota maggiore della propria difesa, e contemporaneamente a Mosca, per chiarire che il tentativo di intimidire, dividere e disgregare l’Europa non avrà successo. Ad Ankara erano presenti anche il premier canadese Carney, che ha rafforzato la cooperazione industriale e militare con gli alleati e confermato l’impegno di Ottawa nella difesa dell’Ucraina, il ministro della Difesa australiano Pat Conroy, i rappresentanti della Corea del Sud e la premier giapponese Sanae Takaichi. E’ la conferma che la Nato non è più osservata come alleanza, ma rappresenta, per le democrazie dell’Indo-Pacifico, un modello di coordinamento politico e militare contro le potenze autoritarie intenzionate a sovvertire l’ordine internazionale. In un clima generale di distensione, è arrivata la novità più inattesa dall’incontro tra Trump e Zelensky: il presidente americano ha annunciato che gli Stati Uniti concederanno all’Ucraina la licenza necessaria per produrre gli intercettori dei sistemi Patriot. “Diremo loro come farli, così non potranno lamentarsi che non gliene diamo abbastanza”, ha detto Trump con il suo consueto linguaggio spiccio. Tempi e modalità dell’operazione restano da definire e parte della produzione potrebbe essere collocata in Germania, ma il valore politico dell’annuncio è rilevante: Washington sarebbe pronta a condividere una tecnologia militare estremamente sensibile con un Paese in guerra. Il rovesciamento di posizione del presidente americano nei confronti dell’omologo ucraino è indubbiamente dovuto alla constatazione che molto è cambiato nel conflitto Mosca-Kyiv. Trump ha riconosciuto a Zelensky di aver svolto “un lavoro straordinario” che ha definito “efficace”. Oggi Zelensky ha le carte, ha dimostrato di essersele meritate e non è più costretto ad accettare un compromesso al ribasso con Putin. Alla fine del vertice, Donald Trump, commentando il summit, ha parlato di “molto amore”, di “molta unità” e di una Nato nuovamente compatta. La dichiarazione finale, sottoscritta anche da lui, conferma “l’impegno incrollabile” per la difesa collettiva e per l’articolo 5, secondo cui un attacco contro un alleato è un attacco contro tutti. Ribadisce inoltre il sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina. Ankara non ha cancellato le divergenze ma ha dimostrato che la Nato può reggere alle oscillazioni del suo alleato più potente, a condizione di comportarsi come una potenza responsabile e matura. Un passo importante di cui l’Europa è debitrice a Volodymyr Zelensky, alla sua fede nella resistenza e nella libertà, e al coraggio e alla risolutezza di un popolo eroico. Ad Ankara, Putin ha visto, almeno per due giorni, ricomporsi quell’unità che cercava di distruggere con l’aiuto di Trump.


